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	<title>Fantasia Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Un lavoro sicuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jun 2025 22:01:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Fantasia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Un lavoro sicuro&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale Ma come ci piaceva spacciare in piazza e lungo le strade affollate. Nessuno ci diceva niente. Tutto normale, come andare al supermercato. Noi eravamo scaffali pieni di merce. Era un lavoro sicuro: poco sforzo, massimo guadagno e possibilità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Un lavoro sicuro&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p>Ma come ci piaceva spacciare in piazza e lungo le strade affollate. Nessuno ci diceva niente. Tutto normale, come andare al supermercato. Noi eravamo scaffali pieni di merce.</p>
<p><strong>Era un lavoro sicuro:</strong> poco sforzo, massimo guadagno e possibilità di fare carriera. Una cosa da uomini superiori, insomma, in cui devi avere buon occhio e saggezza. La capacità di osservazione doveva essere al massimo livello. Prima di tutto bisognava evitare sconfinamenti nel territorio di qualcun altro; poi bisognava tenere lontana la tentazione di mettersi in proprio.</p>
<p>Per passare da manovale a mastro ci vuole tempo, stessa cosa per noi. Spesso non ci arrivi se non ci sai fare. Resti sul gradino più basso della scala con la mano alzata, sperando che si accorgano di te, alla fine ti prendi la merda di tutti. Puoi essere anche il primo a pagare, d&#8217;altronde sei il più sacrificabile. <strong>Ti piace?</strong> A noi ci è andata bene per un bel periodo e ce lo siamo fatti bastare.</p>
<p><strong>È un lavoro sicuro:</strong> non c&#8217;è mai crisi e ti spiego perché. La gente s&#8217;ammazza dalla mattina alla sera per quattro soldi, poi arriva al sabato sera o nei giorni di festa che si deve stirare le ossa, stonare il cervello e farsi una vacanza in qualche altro mondo. Siccome è andata sempre così, non dico che ci dovrebbero premiare, ma neanche perseguitare. <strong>Tu che dici?</strong></p>
<p>Vero è che a volte scoppia il caso del figlio che massacra i genitori perché non gli danno i soldi per comprare la roba; o di quello che ci finisce sotto e si mette a rubare nei negozi; o di quello che si fa e si mette a vendere per apparare i conti. Ma non è colpa nostra. È come quando inizi a fumare sigarette: cominci con una che ti fai con gli amici e poi, se non sai controllarti, arrivi al pacchetto. E mica noi possiamo fare i controllori. Bisogna avere coscienza di ciò che si fa.</p>
<p>Ripeto: <strong>è un lavoro sicuro.</strong> Se non rompi le scatole a qualcun altro campi cento anni e un giorno, anzi pure due. Come diceva quel tizio? S<em>iate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. </em>Eh, ci siamo intesi; comportati in questo modo. Non creare problemi, altrimenti ti porti dentro pure gli altri, pensa che stai facendo qualcosa di buono per le tue tasche. Chi dice che stai agendo contro la legge e la morale è solo invidioso.</p>
<p>Comunque, non fermarti alle virgole. Non guardare a noi che, per una svista e una parola di troppo, siamo di nuovo disoccupati e spiati dalla legge. Dobbiamo pure pagarci il dentista, visto che ci hanno rotto incisivi e molari. Dicono pure che ci è andata bene, perché siamo vivi e possiamo raccontarla. Che fregatura, a volte ci penso pure al fatto che &#8220;gli onesti sono scemi, ma almeno campano precari e tranquilli&#8221;.</p>
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		<title>Il pittore e la sua notte</title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-pittore-e-la-sua-notte-bella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 May 2025 22:01:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Bella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Il pittore e la sua notte&#8221; è un racconto di Giuseppe Bella, In copertina un quadro di Lucio Fontana Una sera di marzo un pittore, rientrando dal suo studio, fu colpito dall’idea che qualcuno lo aspettasse in casa. Una fantasia, nient’altro: e se ne sbarazzò con un sorriso amaro, scrollando le spalle. Viveva da solo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Il pittore e la sua notte&#8221; è un racconto di Giuseppe Bella, In copertina un quadro di Lucio Fontana</strong></p>
<p>Una sera di marzo un pittore, rientrando dal suo studio, fu colpito dall’idea che qualcuno lo aspettasse in casa. Una fantasia, nient’altro: e se ne sbarazzò con un sorriso amaro, scrollando le spalle. Viveva da solo e non frequentava più nessuno, ormai da anni. Attraversava le strade con i passi circospetti di un randagio. Il cielo livido era solcato dalle nottole. Ne seguiva con lo sguardo i volteggi, grevi e lenti, così diversi dalla tagliente grazia delle rondini; e tornavano ad assalirlo improvvisi quanto labili spaventi.</p>
<p>Nella luce declinante i mostri di pietra, dai culmini dei portali, dalle mensole dei balconi, gli lanciavano sguardi affranti, tuttavia alcuni ghignavano maligni, altri storcevano le bocche in un tentativo di urlo, ma le parole non riuscivano a staccarsi dalla pietra e una maschera grottesca fissava i loro volti in una smorfia di sgomento. Sulle basole i passi del pittore si facevano più svelti. Quando imboccò il vicolo su cui si affacciava la sua abitazione, nell’intero quartiere andò via la corrente. Spinse il cancello che immetteva nel giardino rischiarato dalla luna; vi spiccava il rosso ostinato delle rose.</p>
<p>Passandole accanto, il pittore udì la palma scuotere la chioma, con un fruscio oscuro e mormorante. Entrò in casa e sedette vicino a una finestra. I battenti della porta erano rimasti accostati, le alte imposte aperte sul giardino lasciavano filtrare dentro una luce tanto pallida da sembrare mortuaria. Pensava che la sua fantasia di poco prima, che qualcuno in casa aspettasse con calore il suo ritorno, era stata una debolezza cui non bisognava più cedere in futuro. Aveva abbandonato la testa su una spalla e si era appisolato. A un tratto giunse da fuori un rumore, come di un peso che qualcuno trascinasse sul terriccio del giardino; ma a momenti sembrava dovuto al continuo ruzzolare di un corpo che battesse con il ventre sul terreno. Erano tonfi molli, in una successione irregolare. Si sentiva, sempre più vicino, un gemito affannoso.</p>
<p>Ci fu una pausa di silenzio seguita da un raspare frenetico sul legno della porta, la quale si aprì lentamente e scivolò dentro una creatura indefinibile, che nell’oscurità poteva scambiarsi per un cucciolo smarrito, dal corpo tracagnotto. “Chi sei?” gli chiese il pittore, con palese incongruenza. La bestia, com’era naturale, non fu in grado di rispondergli, ma si mosse zampettando nell’ombra, faticosamente, verso un punto della stanza dove il raggio lunare formava una pozza luminosa. Mostrava un ventre smisurato e gonfio che nello sforzo della marcia dondolava da una parte e dall’altra, strusciando sul pavimento quando la bestia non poteva più per il gran peso mantenere il dorso dritto; quasi vi si percepivano sguazzare gli intestini. La bestia emise un uggiolio e si accucciò ai bordi della macchia di chiarore.</p>
<p>Aveva lasciato dietro di sé una scia verde, come una bava luccicante. Il pittore con occhio esperto riconobbe in quella traccia l’impronta di un colore acrilico, e nello stesso istante indovinò nelle forme di quel cane il profilo di una creatura immaginaria, nata, un giorno, dai sogni del suo pennello. Come se avesse udito il suo pensiero, il cane o quello che insomma fosse cacciò un altro uggiolio, più lungo del precedente, e modulando la voce su un tono divertito disse: “Sono io, sì, sono proprio io”. Per terra, attorno al suo corpo acciambellato, si allargava un alone verdognolo. Il pittore, meravigliato, si staccò da dove sedeva e fece alcuni giri intorno all’insolita apparizione, che adesso se ne stava in silenzio, la testa affondata tra le zampe, l’addome palpitante.</p>
<p>Sembrava dormire. Mostrava un corpo dall’opulenza sgraziata in forte contrasto con la delicata leggerezza di quattro ali verdi formate non da piume ma da tenere membrane e le cui punte nel riposo si raccoglievano sotto l’attaccatura delle zampe anteriori. Queste ultime in verità non erano esattamente zampe bensì braccia umane nerborute e tozze, e le mani avevano artigli colorati di un rosso fiammante. Dalle terga si allungava una coda equina. La cosa emise un profondo sospiro; pareva esausta; si era forse trascinata per strada a lungo perdendo così parte di quel verde che le scorreva in corpo come una linfa. Il pittore scrutò commosso l’ospite. Si dispose a sorvegliarne il sonno, per il tempo che occorreva perché recuperasse le sue forze. Gli venne un’idea improvvisa. Gli avrebbe infuso nuova energia usando il colore di cui in casa teneva delle scorte.</p>
<p>Spalmò l’acrilico sull’intero corpo della bestia. Questa, quasi all’istante, manifestò come un sussulto, e aprì sul viso del pittore uno sguardo ravvivato. I suoi occhi ammiccavano manifestando un’espressione vagamente beffarda. Il pittore se ne risentì, e già si era pentito del proprio gesto allorché la bestia si rizzò di scatto sulle zampe, gli voltò le spalle e fustigandosi le natiche con la coda parve immergersi in qualche riflessione molto profonda. Alla fine si girò di nuovo verso il pittore e gli disse, con aria di compiaciuta civetteria: “Io sono un angelo”. Il pittore non riuscì a trattenere uno scoppio di riso, che all’angelo parve irriverente, offendendosi a sua volta. “Scusami” disse il pittore, “non intendevo deridere il tuo aspetto. Non sei certo il primo angelo difettoso che mi compare davanti. Devi sapere che angeli simili a te ne ho perfino dipinti. Ma, e te ne chiedo di nuovo perdono, ridevo al pensiero di averti scambiato per un cane”.</p>
<p>L’angelo sembrò rabbonirsi; rispose, con una strana tonalità di voce, ringhiosa ma gentile: “Mi fa piacere il tuo sorriso: temevo che la mia figura ti avrebbe spaventato. Somiglio a un cane? Pazienza. Questa è la forma di cui oggi, lì in alto, mi hanno rivestito. Per quanto sia ridicolo, l’aspetto di cane è dovuto al compito che mi tocca. Devo accompagnarti. Non sono io a stabilire come e quando, sono come un commesso. Vi prendo, poco importa se acconsentite o resistete, e vi porto via”. E si mosse verso l’uscita con quella sua andatura sgraziata che non lasciava certo supporre una capacità di volo.</p>
<p>Si arrestò sul filo della soglia, voltò indietro la testa e sorridendo, con la voce che assumeva un tono umano, come se un grumo sonoro, ringhioso e ferino, iniziasse a risolversi, disse al pittore: “Seguimi”. Uscirono nel giardino. Si era frattanto levato un forte vento. Il giardino era tutto uno scompiglio di foglie e arbusti. Al pittore parve che il cespuglio di rose invocasse il suo aiuto. Si allontanò dall’angelo e strinse in un abbraccio le piccole rose incurante delle loro spine. Si udì a un tratto, confusa al crepitio delle frasche e ai sibili del vento, come una nota acuta e cristallina, subito soffocata dal mutevole coro dei lamenti.</p>
<p>Il pittore volse intorno lo sguardo e vide l’angelo. Risplendeva nella notte con quel suo colore verde fluorescente. Aveva aperte le quattro ali e rideva sonoramente. Proferiva anche delle parole, di cui si riusciva a intendere soltanto il tono, sottile e immaturo. Il tono di voce di una bambina. Il pittore associò mentalmente questa voce alla figura di una piccola visitatrice che, da qualche giorno, appariva negli angoli del suo studio più trascurati, e lo guardava fisso negli occhi, mentre con l’indice si tormentava l’unghia del pollice, nella inflessibile e silenziosa attesa dei fantasmi. Egli a questo punto fu certo che quella bizzarra parodia di un angelo, che gli stava sospeso in aria di fronte, di quella bambina era la semplice metamorfosi. Avvertì un dolore acuto tra spalla e sterno.</p>
<p>Il vento cessò d’incanto. Udì nuovamente la voce dell’angelo il quale, nel tono di una benevola ironia, gli sussurrava: “Non essere nervoso, calmati. Il momento più brutto lo abbiamo già alle spalle”. Il pittore, in effetti, si sentiva leggero. Ma non volendosi dare per vinto, rispose in questi termini al cane angelico: “Mi sei apparso senza alcun preavviso. Certamente la notte ti ha condotto a me come un parto dei miei sogni più strampalati. Sei così ridicolo! Dove vuoi che si vada? Non mi sorprenderebbe che la nostra destinazione fosse un circo equestre”. L’angelo rifletté brevemente e poi disse: “Non volete mai capire, voi mortali. Ma del resto siete da comprendere; la partenza è così rapida e tanto fulmineo è il viaggio che la meta, all’istante, ecco &#8211; è già raggiunta”.</p>
<p>Il pittore, con un sussulto, si guardò intorno. La grande palma si muoveva: una complicata diramazione di radici ne assicuravano i passi, vibrando frenetiche, simili alle zampe di un ragno. In poco tempo fu vicino a loro due. Agitò la chioma in direzione del pittore, e con una voce che sembrava emessa dalle sue stesse foglie, composta di fremiti e fruscii, gli disse: “Benvenuto”. Nello stesso momento l’angelo cominciò a battere le sue ali producendo un ronzio come quello di un calabrone, e ingiunse al pittore: “Saltami in groppa”.</p>
<p>Senza sforzo alcuno egli balzò in aria e si posò sul dorso del cane, che schizzò rapido in volo, diretto all’alta cima della palma: questa, per accoglierli, aveva diradato le lamelle e alcune le aveva incurvate a formare una culla. Il pittore, nello stesso istante che si distendeva in quel giaciglio, fu preso da un sonno invincibile. Poi ogni pensiero scomparve dalla sua mente; e cullato da quel grembo arboreo egli sprofondò nella quiete della sua ultima notte.</p>
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		<title>Negli occhi di un altro</title>
		<link>https://www.borderliber.it/occhi-altro-racconto-giudice/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Dec 2024 23:03:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Rocco Giudice. Foto di Martino Ciano A volte, sembra che le cose vadano per il verso giusto, nel senso da te lungamente atteso e ostinatamente sperato, i fatti ti danno ragione, le idee che danno lustro all’ingegno risplendono su di te come un firmamento, la fortuna ti ricopre d’onori, anche le foto scattate [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4>Racconto di Rocco Giudice. Foto di Martino Ciano</h4>
<p>A volte, sembra che le cose vadano per il verso giusto, nel senso da te lungamente atteso e ostinatamente sperato, i fatti ti danno ragione, le idee che danno lustro all’ingegno risplendono su di te come un firmamento, la fortuna ti ricopre d’onori, anche le foto scattate senza rullino ti riuscirebbero – e bene. Invece, una foto così l’hanno scattata a te.</p>
<p>Davanti alla porta a bussola di un negozio di tappeti, uomini con vistosi ascot su austere camicie in popeline e occhiaie aristocratiche sembravano accorgersi con fastidio della contemporaneità, chiassosa e invadente. La pesantezza dei tessuti e la sontuosità delle scene che vi si dispiegavano si diffondevano nella strada come una sensazione di antico e di calore che sfidava il grigiore dell’aria.</p>
<p>Gravando con quella corposità peculiare che rimandava a cose più familiari, costringevano a immergersi in atmosfere da cui era decantata ogni lontananza. D’improvviso, ogni divagazione dei sensi diventava un’avventura della mente, in cui non si distinguevano i più intimi e perciò, sfuggenti segreti da quelle che erano reazioni meccaniche, emozioni superficiali. Immersi nella fatalità di enigmi nascosti nei sogni da essi medesimi suscitati, i tappeti avvolgevano come una seconda pelle, sostrato limbico di una consapevolezza che nel suo raggio, nella sua afosa aura riverberava il livore, tante volte sfiorato, di reazioni banali e sgradevoli mescolate al vago senso di noia che un’epoca disincantata elegge a sigillo delle virtù cui ha rinunciato o che ha rinnegato.</p>
<p>Tutti particolari che valevano, se non per la realtà che esprimevano, per i sogni che suggerivano. La rosa di Khiva fiorita sui tappeti di Nain nessuno la coglierà – ma sentirne il profumo! E non essendo un tappeto volante, era chiaro perché tacesse l’usignolo che vi aveva trovato fissa dimora, le ali ripiegate, per cantare solo a sera – sennonché, in quel cielo serico il giorno era immobile, come le stelle fisse che vi levitavano incancellabilmente.</p>
<p>Visto da quella specola, il mondo non ci faceva una bella figura. E lui?</p>
<p>Dietro la vetrina d’un negozio d’abbigliamento, una commessa in non più verde età era alle prese con l’addobbo d’una scena di manichini più felici di lei, tranne quello che stava cambiando d’abito, che pareva imitarne l’espressione seriosa e inerte. Specchiandosi sulla superficie tersa della vetrina, si vide come fosse fatto di ciottoli dai riflessi celesti in un giorno in cui nel cielo si scialbi un sole meno sfavillante di quello che glorificava quel mattino. Riuscì a non dispiacersi troppo di se stesso, del suo aspetto. Indossava una camicia stampata a fiori, vintage solo perché non se ne era mai disfatto, su una giacchetta di cotone con le maniche sdrucite e aveva la sensazione, confrontandosi con i manichini, che ci fossero smagliature, in lui, che, a poco a poco, allentavano i contorni della sua figura.</p>
<p>Più s’avvicinava alla vetrina per esaminarsi, più questa schiariva e lui incupiva fino a diventare una sagoma confusa, assorbita dallo sfondo: se si allontanava di qualche passo, invece, ecco che la sagoma sfocava e sbiadiva. Qual era la giusta distanza da se stessi? Essa era la misura umana, senza di cui appariamo mostri ai nostri stessi occhi? Ci si doveva fidare dello spazio, del vuoto o l’aberrazione era tutta dello sguardo? La luce stessa, infatti, era forse una cosa di qualità diversa dalle altre e insieme, una qualità particolare delle cose? Sono i corpi che la ricevono a renderla visibile. Un mondo, un universo di lampeggianti concrezioni luminose. Il resto è pesante e oscuro.</p>
<p>Era questo che reclamizzavano i manichini, non l’eleganza nel rincorrersi delle mode e degli sconti in offerta, ma quell’inanimata beatitudine che aveva qualcosa della statuaria più antica e remota, dei Bodhisattva e Avalokitesvara, dei loro sorrisi inespressivi, immoti, vacui, d’una saggezza da nulla che rimproverava la stoltezza di tutto e il cui sperpero poteva abbagliare persino dal riflesso d’una vetrina. Allora, guardò la commessa: tutta presa, pareva, dal proprio lavoro, l’aria sostenuta e sgarbata. Non sembrava capire. Alla fine, deluso, era dovuto andare via.</p>
<p>Che avrà visto lei? E il manichino, che sembrava replicarne o aveva assunto in delega l’espressione, come esito di una consuetudine fra lei, che lo vestiva e svestiva come un bambino e lui che la lasciava fare, come fidandosi di quella persona? Lei lo aveva ignorato: il manichino era sembrato lo fissasse. Due cose inaccettabili.</p>
<p>Allora, tornò indietro. La commessa aveva appena finito di vestire l’ignudo: il manichino pareva indispettito dal ritrovarsi di fronte quell’individuo esecrabile. Lui gli fece smorfie. Lei, la linguaccia. Lui gestacci: lei gli voltò le spalle. Pochi attimi dopo, uscirono il titolare e altri due – colleghi della commessa, presumibilmente. Lo inseguirono: lui scivolò: lo raggiunsero e picchiarono selvaggiamente, finché, sazi e stanchi, lo lasciarono a torcersi per terra. Nessuno, nell’era post-pandemica, ritenne di soccorrerlo: bella eredità storica di tutti quegli “andrà tutto bene” a passo di ballo e a bacchetta.</p>
<p>Si trascinò e fatti pochi passi, toh – un’altra vetrina. Un bar pasticceria: o una specie di posto di ristoro o di bistrot per cani. Si avvicinò per specchiarsi: uno spettacolo, visto da vicino – erano proprio gli occhi di un altro. Del manichino.</p>
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		<title>Liberata. Domenico Dara e le lacrime delle cose immaginate</title>
		<link>https://www.borderliber.it/liberata-dara-romanzo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Nov 2024 23:05:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Liberata&#8221; di Domenico Dara, Feltrinelli, 2024 Liberata ama perdersi tra le cose che immagina, adora costruire mondi alternativi, ma riesce anche a trovare in quei luoghi frutto della sua fantasia una risposta alle sue angosce. I fotoromanzi sono la sua passione, tramite essi le gioie e i dolori della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Liberata&#8221; di Domenico Dara, Feltrinelli, 2024</strong></p>
<p><strong>Liberata</strong> ama perdersi tra le cose che immagina, adora costruire mondi alternativi, ma riesce anche a trovare in quei luoghi frutto della sua fantasia una risposta alle sue angosce.</p>
<p><strong>I fotoromanzi</strong> sono la sua passione, tramite essi le gioie e i dolori della vita quotidiana possono essere filtrati, sviscerati e interpretati a proprio piacimento; come la ricerca dell&#8217;amore, dell&#8217;uomo giusto, che deve avere le sembianze di <strong>Franco Gasparri</strong>, protagonista di quelle storie impresse su carta, nonché mentore dei suoi desideri.</p>
<p><strong>Liberata</strong> crede in ciò che non vede, ad esempio <strong>nelle trame suggerite dai tarocchi, nelle forze evanescenti che circolano nel cosmo, in invisibili entità</strong> che a volte salvano mentre altre volte mettono sgambetti. Non crede però in Dio, forse perché somiglia troppo agli uomini, che, in fondo, se lo sono costruito su misura.</p>
<p>Si innamora di un ragazzo affascinante, simile al suo <strong>Gasparri</strong>; si chiama <strong>Luvio</strong> e lavora nell&#8217;officina di suo padre, <strong>Oreste</strong>. Pure su di lui fantastica, infatti convive più con &#8220;l&#8217;idea che si è fatta di egli&#8221; che non con &#8220;ciò che è&#8221;. Ma <strong>Liberata</strong> è anche una persona fragile e sfuggente, che si aggrappa ai suoi sogni e a quelli degli altri. Ama però imparare. È una brava dattilografa, perciò accetta di battere a macchina il manoscritto del <strong>professore Zangari</strong>, appassionato come il padre di entomologia.</p>
<p>Grazie a questa scienza e alle frequentazioni con il solitario studioso, arrivato da un altro paese e rinchiusosi in una casa lontana dal centro, lei scopre che gli insetti vivono poco, ma, nonostante tutto, combattono tenacemente per sopravvivere; proprio a causa della breve durata della loro esistenza non sviluppano i sensori del dolore; inoltre, pur di restare sulla faccia della Terra, queste creature applicano l&#8217;<strong>autotomia</strong>, ossia sacrificano una parte del loro corpo, mutilandosi, in caso di estremo pericolo.</p>
<p>Così <strong>Liberata</strong>, che a seconda delle situazioni e delle reazioni agli eventi cambia il suo nome con l&#8217;emozione che in quell&#8217;attimo l&#8217;attraversa, trascorre il tempo nel suo paesino calabrese. La storia è ambientata negli anni <strong>Settanta del Novecento</strong>. Una radio libera che diffonde le notizie più importanti, una stella rossa delle Brigate Rosse che compare all&#8217;improvviso e un maniaco seriale che se ne va per le chiese delle province calabresi a tagliare le teste alle statue delle Madonne, ci catapultano in un&#8217;ambientazione domestica, a misura d&#8217;uomo e a portata di quei misteri che solo le piccole comunità sanno custodire.</p>
<p>Il romanzo di <strong>Domenico Dara</strong> è tanto lineare quanto complesso; in alcuni momenti sembra che voglia racchiudere la totalità dell&#8217;esperienza umana, ma lo scrittore calabrese sa che è impossibile, perciò affida all&#8217;immaginazione di <strong>Liberata</strong> il compito di trasportarci tra quei pensieri umani che ci rendono <strong>piacevolmente imperfetti</strong>.</p>
<p>Come negli altri suoi romanzi, Dara costruisce un mondo verosimile, senza tempo, capace di essere tanto un&#8217;isola felice quanto il centro della Terra. Le dinamiche sociali sono sempre le stesse, così come gli avvenimenti storici spargono i loro effetti in ogni luogo. Proprio l&#8217;immaginazione, la fantasia, in alcuni casi la <strong>noia della routine</strong> permettono di trasformarci in <strong>Creature dell&#8217;Oltre</strong>. Ed è proprio per questo motivo che la nostra protagonista scruta con attenzione gli insetti, in quanto questi esseri, scacciati e classificati come &#8220;inutili presenze&#8221; da noi uomini, hanno trovato il proprio <strong>metodo di sopravvivenza</strong>.</p>
<h3>Che sia tempo di una metamorfosi per Liberata?</h3>
<p>Sono tanti i personaggi che mi sono rimasti nel cuore alla fine dei libri che ho letto, a questo mio personale <strong>Pantheon</strong> non posso che aggiungere anche <strong>Liberata</strong>. Dara come sempre, ed è questa la forza dei suoi romanzi, ci dona un ambiente vivo, ricco di individui imprevedibili, sempre pronti a sorprenderci.</p>
<p>Siamo in presenza di un&#8217;opera in cui si mischiano generi diversi; la trama ruota intorno alla risoluzione di un mistero. <strong>Ma da</strong> <strong>calabrese doc e da figlio di un borgo</strong>, Dara sa che per uno scrittore i paesini sono inesauribili fonti di ispirazione. Segreti inconfessabili, più per pudore che per gravità, si trovano in ogni angolo. Il loro fascino perseguita le generazioni, fino a diventare patrimonio della comunità.</p>
<p><strong>Liberata</strong> sa in quale luogo vive, intuisce e si cala nella realtà. La sua fuga nell&#8217;immaginazione è solo un&#8217;arma di difesa che evidenzia la sua fragilità. A volte si sentirà <strong>&#8220;agita&#8221;</strong> da qualche spettro, in altre circostanze capirà di non essere l&#8217;unica a cui il destino riserva sorprese, riconoscendosi una tra i tanti a cui la vita non fa sconti.</p>
<p>Lei però un <strong>&#8220;Piano B&#8221;</strong> ce l&#8217;ha ed è la sua fantasia. <strong>Fantasia che spesso sa liberarla da ogni timore.</strong></p>
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		<title>La novità (Quinta e ultima parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Aug 2022 02:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Alieni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Gennaro Lento Il sole era quasi al tramonto e lasciava dietro di sé una scia di rosso cupo, simile ad un tuorlo cremisi che tingeva il metallo lucido dell’astronave di riflessi quasi infernali. Stavano ancora discutendo sul da farsi quando improvvisamente tutto tacque. Preceduta da un leggero sbuffo d’aria dai bocchettoni laterali, l’astronave [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto di Gennaro Lento</strong></em></p>
<p>Il sole era quasi al tramonto e lasciava dietro di sé una scia di rosso cupo, simile ad un tuorlo cremisi che tingeva il metallo lucido dell’astronave di riflessi quasi infernali.</p>
<p>Stavano ancora discutendo sul da farsi quando improvvisamente tutto tacque.</p>
<p>Preceduta da un leggero sbuffo d’aria dai bocchettoni laterali, l’astronave finalmente sembrò risvegliarsi dal letargo. In un attimo tutti si rianimarono, allargando il cerchio attorno al mezzo. Forse ci siamo, pensò il pastore Pino. Sarebbe pure ora, <em>eccheccazzo</em>, pensarono quasi tutti gli altri.</p>
<p>Nonostante l’attesa nessun portellone si aprì. Davanti agli occhi sbarrati della folla, l’astronave prese a vibrare per un paio di minuti come una lavatrice in centrifuga, finché iniziò a lievitare da terra molto lentamente. Si sollevò di un paio di metri sulla folla e poi stette lì sospesa per qualche istante, come assorta. Sembrava osservarli pensosa. Lungo il metallo lucido delle paratie laterali si potevano vedere riflessi i volti sbalorditi dei paesani con le bocche spalancate. Poi, veloce come un lampo, si alzò alta nel cielo e sparì verso le profondità siderali, lasciandosi dietro una debole scia luminosa, come di strass. Così com’erano arrivati, gli alieni se n’erano andati.</p>
<p>Un sentimento di amara delusione iniziò a farsi largo tra i presenti, alcuni dei quali erano da parecchie ore in attesa dell’incontro ravvicinato con la civiltà extraterrestre. Ma come, mormoravano, noi siamo qui ad aspettare con tanta trepidazione e questi se ne vanno, senza neanche presentarsi, senza neanche salutare. Non si fa così, che diamine, di dovunque fossero è certo che sono dei gran maleducati, sparire a questo modo, proprio a noi dovevano capitare questi marziani zoticoni, volevo vedere se atterravano a Roma o a Parigi se si permettevano una simile offesa. Villani.</p>
<p>Un brontolio di rabbia crescente salì dalla folla delusa. Qualcuno fischiò alla pecoraia con le dita in bocca, un altro si produsse in una pernacchia di notevole impatto sonoro, accompagnata da inequivocabili gesti di disapprovazione. Il più deluso di tutti era il pastore Pino, che già si vedeva a Porta a Porta con Bruno Vespa che lo intervistava e Belen che gli faceva gli occhi dolci e lo ammazzava di spacchi e farfalline dalla poltrona di fronte. Il disgraziato già pregustava stuoli di aspiranti fidanzate pronte a cadergli ai piedi e ali di folla a lanciargli fiori, mentre portava all’altare una stangona bionda sulla sua Porsche Cabrio. Niente carrozza, che ormai ragazze romantiche non ce n’erano più. Poteva essere la svolta della sua vita. Pazienza, si vede che non era destino.</p>
<p>– E adesso, che si fa? – chiese con aria afflitta, interrompendo le lagnanze del pueblo unido. La folla fece silenzio di colpo e prese a fissare il pastore Pino. Già, adesso che si fa?<br />
– Guardate, – disse con enfasi la sarta, – il mio telefono segna di nuovo la presenza di campo. Tutti presero a consultare amorevolmente i loro figlioli digitali, constatandone con palpabile sollievo il ritorno alla vita.<br />
– Questo significa che sicuramente anche la tv è tornata a funzionare. Un brusio di approvazione corse tra i presenti.<br />
– Beh, tanto ormai i marziani se ne sono andati, quindi è inutile stare qui a rimestare la cicerchia. Oggi è venerdì e se corriamo facciamo in tempo a vedere Il Grande Fratello Vip. Non so voi, ma io non mi voglio perdere le nomination, – disse d’un fiato. E poi, dopo una pausa a effetto aggiunse, – secondo me eliminano quella gran zoccola di Soleil.</p>
<p>Dalla folla un anonimo tirò un <em>bestemmione</em> tale da far venire giù la chiesa con tutto il campanile. Era il segnale del rompete le righe. In fila indiana e con il Sindaco in testa, tutti s’incamminarono ingobbiti lungo la stradina che portava al paese e nella luce incerta del crepuscolo sembravano tante formiche con i testoni ciondolanti, di ritorno alla tana dopo una giornata di duro lavoro. Il primo cittadino aveva riposto la fascia tricolore e sbottonato la giacca, mostrando le sue istituzionali rotondità, mentre il vicesindaco suo cognato, abbandonata ogni speme, trascinava l’onusto gonfalone simile a Nostro Signore con la croce sul <em>Golgota</em>.</p>
<p>Solo una piccola figura rimase nella radura, con gli occhi puntati verso il cielo ormai scuro, dal quale iniziavano a spuntare leste le stelle più luminose. Al suo fianco, seduto per terra e con il muso puntato in alto, un bastardino di colore indefinito spazzava rapido il terreno con la coda curiosa. Nella testa del bambino una lunga serie di domande si affastellavano le une sulle altre, nella vana attesa di un’illuminazione che sciogliesse i suoi dubbi. Domande di carattere esistenziale, del tipo chi erano quelli, da dove venivano, dove stavano andando. E altre più specifiche, se c’erano bambini nell’astronave, che giochi facevano, se avevano <em>cingomme</em> spaziali capaci di durare un’intera giornata. Cose così, insomma. Quesiti ai quali il bambino tentava di trovare una soluzione col naso per aria e un dito nelle narici a raccogliere risposte più solide, che poi abbandonava distratto sulle maniche del maglione. La meraviglia per quell’incredibile novità gli aveva lasciato il cuore in subbuglio, non riusciva a comprendere come gli altri se ne fossero potuti tornati tranquillamente alle loro case come se nulla fosse accaduto. Non erano curiosi, loro?</p>
<p>Nella testa del cane, invece, c’era un immenso osso volante che lo guardava ammiccante. Anche lui, essendo di natura bestiale come le pecore, tendeva ad approcciarsi alla vita attraverso un’elementare logica di necessità animali. Primo: mangiare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rimasero a guardare il cielo per molto tempo ancora.</p>
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