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		<title>Enea: uno strappo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Apr 2025 22:01:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Enea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Enea: uno strappo&#8221; è un racconto di Daniela Grandinetti. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autrice «Si può rivestire adesso.» Il giovane dottore del Pronto Soccorso che stava di fronte a Enea aveva l’aria del dottorino che non si sbottona e ti fa penare prima di dirti cosa ti sia successo mentre Enea era [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Enea: uno strappo&#8221; è un racconto di Daniela Grandinetti. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autrice</strong></p>
<p>«Si può rivestire adesso.»<br />
Il giovane dottore del Pronto Soccorso che stava di fronte a Enea aveva l’aria del dottorino che non si sbottona e ti fa penare prima di dirti cosa ti sia successo mentre Enea era in pena, e parecchio. Cominciò a vestirsi, aveva il fiato pesante e faceva fatica a coordinare i movimenti.<br />
«Dottore, può dirmi cosa è stato?»<br />
«Diciamo che non è stato un infarto, così si tranquillizza. Anche perché se lo fosse stato non staremmo qui a parlare. È stato un malore che le ha dato sintomi molto simili all’infarto, ha fatto bene a chiamare il 118. Il cuore comunque è affaticato e non sottovaluterei questo allarme. Aveva fatto degli esami in precedenza?»<br />
«No, è diverso tempo che non prendo in considerazione la mia salute»<br />
«Al contrario dovrebbe, è ancora giovane, il suo peso, ad esempio, è decisamente troppo. Le consiglio di andare al più presto dal suo medico curante e farsi prescrivere gli accertamenti e i controlli che le segnerò. Poi non le resta che mettersi a dieta e fare del moto, magari si rivolga a uno specialista. Vedrà, in poco tempo tornerà come nuovo. La saluto adesso. L’infermiera l’accompagnerà per le dimissioni, là potrà anche ritirare il referto e le indicazioni per il suo medico curante.»<br />
Enea era confuso, il dottore aveva parlato ostentando una sicurezza fredda, lui invece avrebbe voluto fare domande e chiedergli di restare, non voleva tornarsene a casa da solo e rimanere da solo e rimuginare da solo e spaventarsi da solo. Si sentiva cacciato via.<br />
L’infermiera lo prese per una braccio, facendogli cenno di alzarsi. Attraversarono un corridoio, c’erano pazienti ovunque, in piedi, seduti, in barelle. La maggior parte di loro &#8211; notò Enea &#8211; aveva qualcuno accanto. Poi entrarono in una piccola sala, l’infermiera gli disse di aspettare il suo turno e aggiunse che una volta ritirato il referto poteva tornarsene a casa.<br />
«Va via?» Chiese Enea senza quasi volerlo a quell’infermiera giovane e sbrigativa.<br />
«Lei non ha più bisogno, stia tranquillo.»<br />
Enea si lasciò andare sulla sedia. Quanto ci sarebbe stato da aspettare? In cuor suo sperava fosse un’eternità, là dentro si sentiva al sicuro.<br />
«Può tornare a casa» Aveva detto l’infermiera. Anche lei voleva sbarazzarsi di lui al più presto, questa era la verità, tutti sembravano volersi sbarazzare di lui.<br />
Già! posso tornare a casa, ma il fatto è che io non ci voglio tornare a casa. Lo so come a va a finire. Va a finire che mi sembra di impazzire in quella casa fottuta. Se solo me ne potessi star qui, in un letto d’ospedale, dove qualche estraneo ti soccorre se hai bisogno di una fottutissima pillola, o di un maledetto schifosissimo pasto, che è sempre meglio delle porcherie che ingurgito in quantità industriali. Forse dovrei farmi ricoverare, una di quelle belle cliniche dove ti disintossicano. Ma quelle non le passa la ASL, quelle te le devi pagare. E con che cosa la pago io? Puttana maledetta, tutto mi hai portato via, anche la dignità, anzi, soprattutto la dignità. Io non voglio altro che fartela pagare, al diavolo le stronzate che mi dicono tutti. L’unico istinto vitale che mi morde dentro è la voglia di fartela pagare, stronza….»<br />
«Enea Longo?» La voce dallo sportello lo colse di soprassalto mentre si leccava i pensieri.<br />
«Sono io.»<br />
«Il suo referto… venga, deve firmare. Metta una firma qui.»<br />
Enea si avviò, prese la penna che gli stava allungando l’impiegato, una bic nera, e firmò il foglio bianco: e-n-e-a-l-o-n-g-o- , gli sembrò di firmare la sua condanna con tanto di nome e cognome.<br />
«Arrivederci.» L’impiegato riprese la penna senza neanche alzare la testa, ritirò il foglio e lo mise in una scatola, prendendo subito un’altra pratica. Enea lo guardò e si chiese di che colore avesse gli occhi, quale espressione contenessero, se a casa avesse dei figli e una moglie, se quella notte aveva scopato. Per un attimo ebbe l’impulso di strozzarlo, ma fu solo un attimo. Non era lui che voleva strozzare in realtà. Prese la sua busta e si incamminò all’uscita.<br />
L’aria fuori gli sembrò insopportabilmente calda, camminò lentamente, era uscito di casa la sera prima in ambulanza pensando di avere un infarto, non aveva con sé né soldi né documenti, avrebbe potuto fermarsi in un angolo sotto il colonnato e sembrare un senzatetto, un barbone qualsiasi.<br />
«Sparire per sempre… Ma se sparisco le faccio un favore, non deve affrontare neanche i sensi di colpa la stronza. Io invece voglio che mi veda, tutti i giorni, non m’importa mi veda in questo stato, basta mi veda, perché quello che sono è il risultato di quello che mi ha fatto. Hanno un bel dire tutti che devo pensare a me, che devo rifarmi una vita, che la devo lasciar perdere. Ma quando una donna ti succhia il sangue e poi ti lascia senza una parola a marcire nel poco che non si è portata via della tua vita e delle tue cose non merita di essere lasciata in pace. Merita di avere la vita rovinata così come lei ha rovinato la mia»<br />
«Enea… Enea….»<br />
Dall’altra parte del marciapiede un uomo lo stava chiamando, Enea si voltò ma non riconobbe quel volto che gli stava andando incontro.<br />
«Enea Longo…. Ma sei proprio tu?»<br />
Enea continuava a guardarlo inespressivo cercando un particolare in quell’uomo che gli ricordasse chi cazzo fosse.<br />
Giorgio, Giorgio Martini, sono passati un po’ di anni, ma hai sempre la stessa faccia…»<br />
Ecco chi era: Giorgio, Giorgio Martini, lo sgobbone della VC, quello che gli passava sempre gli esercizi di latino. Ma come avrebbe potuto riconoscerlo, non c’era niente del ragazzo di trent’anni prima in quell’uomo in giacca e cravatta.<br />
«Ti ricordi di me? Dire che viviamo nella stessa città ma non ci siamo più visti…»<br />
«Davvero…. Sì adesso mi ricordo, davvero strano, non ci siamo più visti…»<br />
«Bisognerebbe organizzarla prima o poi una bella rimpatriata della gloriosa VC, io qualcuno l’ho ritrovato su Facebook …. Il Bellini, il Grossi.. te li ricordi? Siamo usciti insieme qualche volta, ora che ti ho ritrovato si organizza… come ti butta? Sei sposato? Hai figli? Io lavoro in una finanziaria proprio qui all’angolo, ma guarda te che coincidenza. Sono sposato e ho due figli, maschi… e tu, dimmi un po’ di te..»<br />
Ma era sempre stato così loquace sto cazzo di Martini? Non lo ricordava così, era un ragazzo timido e foruncoloso, ma forse è che quando rivedi i compagni di scuola ti sembra fossero tutti timidi e foruncolosi, Enea a malapena ricordava com’era lui ai tempi del liceo, figurarsi se poteva ricordarsi del Martini del Grossi e del Bellini, l’unico Bellini di cui al momento avesse memoria era il cocktail. Lui si era sempre tenuto alla larga dai ricordi, dal passato e dai rimpianti. Lui si era laureato ed era diventato uno psicologo e aveva incontrato una donna bella da levare il fiato, più giovane di dodici anni. Se l’era sposata con un impeto pari a quello dell’attaccante che fa il gol più spettacolare della sua carriera. Cazzo quant’era bella Liliana, con quei tratti orientali presi dalla madre e un corpo avvenente, i capelli lunghi e lucidi come seta, le labbra rosse e corpose che ti facevano venire voglia di mangiarle, i seni piccoli e pieni con due capezzoli che diventano piccole cupole tra le dita… e ora tu Martini del cazzo ti presenti qui e mi chiedi come sto? Dieci anni fa dovevi chiedermelo… mi faccio le seghe pensando alla mia ex che mi ha lasciato con l’inganno, Martini. Eh già… tu magari tua moglie manco te la scopi più, vi sedete alla tv la sera e vi bevete le stronzate delle fiction, lei è sfatta e tu ti sei fatto l’amante. Io no Martini, io avevo un lavoro una casa e una famiglia, avevo due figli, due maschi anch’io. Avevamo comprato una casa che per averla ci siamo indebitati fino al midollo, perché Liliana amava le belle cose, la bella vita, la bella gente. E dopo la casa la villa in campagna, perché Liliana amava i cavalli e voleva che anche i suoi figli amassero i cavalli e il proprietario di quella tenuta aveva i cavalli Martini, pensa che stupido. Un uomo brutto come pochi, un coglione con i soldi e i cavalli. E li ho trovati io a letto insieme e quella notte me la sono scopata perché si ricordasse come si scopa, e lei godeva Martini, sapessi come godeva…. Se non fosse stato per quel corpo che mi faceva impazzire avrei dimenticato che era la madre dei miei figli e l’avrei ammazzata. Adesso si prende anche la casa, io non riesco a pagare gli alimenti, Martini, peso centoventi chili e bevo, pensi potrei fare lo psicologo in queste condizioni? Ai miei figli faccio schifo, loro vanno a cavallo nella tenuta del loro nuovo padre e lei è diventata la padrona là dentro e dice che non ho mai avuto spina dorsale, che non sono un buon padre, che non valgo niente….. e tu ti presenti adesso e mi chiedi come sto? Sto che sto tornando in uno schifo di appartamento in affitto dove devo raccogliere il vomito che ho lasciato ieri sera, birra e cioccolata, e che ho avuto quasi un infarto stanotte… vaffanculo Martini… vaffanculo…<br />
«Enea… Enea.. ma ti senti bene….?…»<br />
«Cosa?…. io? Sì, sto bene… scusa… scusa Martini, oggi è una giornata un po’ storta, magari ci sentiamo e ci vediamo un’altra volta»<br />
«Certo, certo… ma sei sicuro di star bene?»<br />
«No, non sto bene affatto, ma ho un appuntamento con un paziente tra poco, sai, faccio lo psicologo, devo andare, scusa Martini, devo andare»<br />
«Ti lascio il mio biglietto da visita, ci sono i miei numeri, chiamami mi raccomando, tu sei su Facebook? Davvero, organizziamo una sera anche con gli altri.»<br />
«No, non ci sono su Facebook , ti chiamo magari, adesso devo andare, sono in ritardo. Mi ha fatto piacere Martini.»<br />
«Anche a me Enea….. fatti sentire mi raccomando.»<br />
Enea si incamminò e sentì che Martini alle sue spalle era rimasto immobile a guardarlo, perplesso. Faceva di sicuro pena anche a lui.<br />
«La stessa faccia, ha detto che ho la stessa faccia, ma vaffanculo…. »<br />
Diede un’occhiata al biglietto: Lucio Martini, Sales Account Executive. BMP.<br />
«Che cazzo fa un sales account executive? Sei ancora lì che guardi Martini? E allora guarda, guarda che ci faccio con il tuo biglietto da visita del cazzo.»<br />
Enea strappò il biglietto in due, quattro, sei pezzi pensando ai bigliettini con le versioni di latino che gli passava Martini. Poi se li buttò alle spalle.</p>
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		<title>Presenze minime. Federico Lotito e la vittoria dell&#8217;essenziale</title>
		<link>https://www.borderliber.it/lotito-presenze-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jun 2024 01:49:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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		<category><![CDATA[Esserci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Presenze minime&#8221; di Federico Lotito, Secop, 2024 Tu non credi! Dite/rispondo che dio/è nelle mani che sollevano un peso/forniscono una possibilità/le mie mani non pregano/sostengono se volete Le presenze minime di cui parla Federico Lotito sono parole che echeggiano nel vuoto della quotidianità, in quegli spazi in cui sembra [&#8230;]</p>
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<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Presenze minime&#8221; di Federico Lotito, Secop, 2024</strong></p>



<p><em>Tu non credi! Dite/rispondo che dio/è nelle mani che sollevano un peso/forniscono una possibilità/le mie mani non pregano/sostengono se volete</em></p>



<p>Le presenze minime di cui parla <strong>Federico Lotito</strong> sono parole che echeggiano nel vuoto della quotidianità, in quegli spazi in cui sembra che la vita non abbia bisogno di noi. Il passaggio umile e schivo del poeta testimonia il riconoscimento dell&#8217;altro, nonché quella comune sorte che <strong>non ci invita alla sobrietà degli istinti, ma all&#8217;eutanasia dell&#8217;ego.</strong><br /><br />È così che i versi minimali richiamano alla mente un altro esistenzialismo, quello della pesantezza <strong>dell&#8217;Esserci</strong> a tutti i costi. Minimo è il tempo di cui ognuno dispone, ma gli attimi diventano immensi per chi li vive, per chi accetta di starsene nei suoi privati ricordi, dichiarandosi osservatore di un meccanismo, <strong>la vita</strong>, di cui si muovono pochi, e neanche indispensabili, ingranaggi.<br /><br />Lotito guarda a <strong>Bukowski </strong>e si lascia guidare dalla lezione di <strong>Carver</strong>. Loro, come pochi, hanno risposto alla quotidianità con una scrittura di essenziale &#8220;presa di coscienza&#8221;. L&#8217;opposizione ostinata non è eroismo, ma adattamento alla famelica tentazione di esistere troppo e al di sopra di ogni cosa. La sovraesposizione del proprio pensiero trascina in un &#8220;circolo vizioso&#8221;.<br /><br />Il poeta pugliese prende le distanze dall&#8217;esercizio giornaliero dei &#8220;<strong>like</strong>&#8221; di Facebook, una pratica che ci fa raggiungere nuovi e inaspettati livelli di narcisismo. Lui infatti preferisce vivere lì fuori, essere pienamente suo, in favore di altro e di altri. Su tale aspetto, la nota di <strong>Angela De Leo</strong>, che chiude la raccolta, ci fa entrare nella sensibilità di <strong>Lotito</strong>, senza però invadere la sua intimità.<br /><br />Come ben disegna <strong>Nicola Vacca</strong>, nella sua prefazione, la parola di Lotito è uno spartiacque tra il prima e il dopo, visto che siamo di fronte a versi che hanno il gusto di rappresentare un passaggio che cambia solo chi lo attraversa. Già questo aspetto delinea l&#8217;intento dello scrittore, che non riconosce l&#8217;universalità dell&#8217;esperienza, ma attesta la limitatezza dell&#8217;uomo, in quanto essere condannato a porsi troppe domande inutili, che non riceveranno mai delle risposte, a discapito della vita condivisa con sé stessi e con gli altri.<br /><br />Tra queste pagine, che vanno lette più volte non perché contorte, ma perché fin troppo chiare, ci sono versi che raccontano di un felice spaesamento e di una lotta per uscire dal proprio &#8220;ego-dramma&#8221;. Sembrano quasi dirci, con inaudita crudezza, quanto ci sia bisogno di vivere con &#8220;lucidità&#8221; l&#8217;evento. Ma tutto ciò non dobbiamo farlo per abbracciare una qualche forma di stoicismo, una fede, ma solo perché le prove sono intorno a noi.</p>



<p><em>Alle scorie abbandonate/in piazzole di sosta affidiamo/tutta la nostra sconfitta/incapaci di separare secco da umido/mischiamo tutto agli occhi del mondo/lasciando in bella mostra/i sacchi neri della coscienza/consapevoli ci nascondiamo/nello scorrere del tempo/distanti da quello che volevamo/essere insegnando la bellezza/per salvarci avremmo dovuto essere/se solo avessimo voluto</em></p>



<p>&nbsp;</p>
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		<title>Algoritmo: un elogio, una preghiera</title>
		<link>https://www.borderliber.it/preghiera-social-algoritmo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jan 2024 01:20:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Algoritmo&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore  Ero sorretto dalla compulsione dell&#8217;idioma, e come un idiota mi muovevo tra le pagine dei libri, sbatacchiando la testa come un cervo che si scorna con un suo simile. L&#8217;algoritmo mi seduceva&#8230; E questa lotta con me stesso, mentre mi riempivo gli occhi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b>&#8220;Algoritmo&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore </b></p>
<p>Ero sorretto dalla compulsione dell&#8217;idioma, e come un idiota mi muovevo tra le pagine dei libri, sbatacchiando la testa come un cervo che si scorna con un suo simile. L&#8217;algoritmo mi seduceva&#8230;</p>
<p>E questa lotta con me stesso, mentre mi riempivo gli occhi di sillabe e le orecchie di magmatico silenzio, eruttava lontano da me, contro un uomo vestito di solitudine.</p>
<p>Chi siete voi per dirmi che sono solo, incapace di regolare il traffico emozionale, manco fossi un semaforo. Mi diranno alcuni ironici, pedanti, adulatori del bene e del male, che conviene dichiararsi dapprima innocenti, poi sedotti e abbandonati, infine parzialmente logorati dal ritmo della quotidianità; solo così si può avere in cambio un certo numero di estimatori. Ci vogliono parole che richiamino commiserazione per lasciarsi ingannare dalle buone intenzioni di chi domani, al massimo dopodomani, si dimenticherà di te e del resto.</p>
<p>Passa la &#8220;cura virtuale&#8221;, poco virtuosa è la resa; mai arrendersi, ci pensiamo noi, virtualmente spossati e largamente demenziali. Il processo dell&#8217;algoritmo è l&#8217;unica cosa sana, capace di regolare la volontà di ricerca e la stitichezza di novità. L&#8217;algoritmo ti sente, ti annusa, ti gusta, ti scruta dentro. Le tue ricerche sono le sue; le domande sono reciproche e ripetute all&#8217;infinito. L&#8217;algoritmo contiene anche le tue rivendicazioni.</p>
<p>Un tempo si diceva che &#8220;fosse bello camminare in una valle verde&#8221;; un tempo questa sarebbe stata una pubblicità occulta a un marchio prestigioso di calzature. Lo è anche oggi, forse; ci penserà l&#8217;algoritmo a svelarlo e a portarmi in giro per campi virtuali, tra spighe di grano sfarfallanti e colori shocking.</p>
<p>Intanto, mi godo il burnout della lingua salvata mentre svolgo piccoli esercizi di ammirazione.</p>
<p><em>Algoritmo, salvami dal troppo che resta. Portami tra ricerche sensoriali e inanimate. Sii com me nella gioia e nel dolore. Amen</em></p>
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		<title>Piattaforme digitali e produzione culturale: altro che democrazia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/piattaforme-digitali-cultura-libro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Feb 2023 01:41:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Piattaforme digitali e produzione culturale&#8221; edito da Minimum Fax, 2022 Avrebbero dovuto dare forza al merito, alla libertà di espressione, all&#8217;autenticità e al riconoscimento delle proprie capacità; invece, ci hanno omologato, plasmato e addirittura influenzato nelle scelte e nelle nostre tendenze. Tale processo è avvenuto a tutti i livelli, [&#8230;]</p>
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<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Piattaforme digitali e produzione culturale&#8221; edito da Minimum Fax, 2022</strong></p>



<p>Avrebbero dovuto dare forza al merito, alla libertà di espressione, all&#8217;autenticità e al riconoscimento delle proprie capacità; invece, ci hanno omologato, plasmato e addirittura influenzato nelle scelte e nelle nostre tendenze. <strong>Tale processo è avvenuto a tutti i livelli, ma a soffrirne di più è stata indubbiamente la produzione culturale</strong>. Benvenuti quindi nel mondo delle piattaforme digitali, quelle che usiamo tutti i giorni passivamente o attivamente, quelle che ci imbrigliano in dati, statistiche, consensi, manie di protagonismo e desideri di celebrità.</p>
<p><strong>Attraverso questo saggio, Thomas Poell, David B. Nieborg e Brook Erin Duff ci svelano qualcosa in più, se non tutto, di un fenomeno di cui abbiamo sempre sospettato</strong>. Insomma, altro che democratizzazione o sogni di facile fama ed emancipazione; la realtà è che si entra facilmente in logiche monopolistiche, schiavi di interessi economici che sono tenuti in mano da pochissimi gruppi. Lobby che possono cambiare le regole del gioco da un momento all&#8217;altro, senza preavviso, influenzando fortemente i &#8220;produttori di cultura&#8221;.</p>
<p><strong>Cambiano gli algoritmi e mutano le tendenze.</strong> Chi decide cosa sia degno o indegno di ricevere le nostre attenzioni, visto e considerato che proprio gli artisti, affidatisi completamente alla rete per la diffusione delle loro opere, devono inseguire i nuovi standard e, soprattutto, adeguarsi il più velocemente possibile? Ma non sono solo gli artisti a essere colpiti dal fenomeno, bensì anche i &#8220;giornalisti&#8221;. Tutto è a portata di click, ogni cosa può generare un pubblico, ma il problema è capire <strong>come e quando si genererà</strong>; e, anche nel momento in cui tutto si incastra alla perfezione, la difficoltà maggiore sarà quella di mantenere quel livello nel mezzo di regole che potrebbero essere stravolte da un momento all&#8217;altro.</p>
<p>Gli esempi che troveremo nel libro sono davvero tanti. I tre autori hanno effettuato uno studio dettagliato, mettendo in mostra le storture di un sistema che risponde alle regole del neo-capitalismo con la sua iperproduzione, con orari di lavoro spropositati, con la manipolazione del tempo libero in attività lavorativa, con la diminuzione del potere contrattuale degli &#8220;operai del settore&#8221;, con la falsa democratizzazione. Proprio a questo ultimo aspetto, ossia <strong>la falsa democratizzazione</strong>, vengono concesse molte pagine, in quanto se è vero che all&#8217;inizio del nuovo millennio <strong>internet </strong>era stato visto come luogo di liberazione, oggi il vero volto di certe logiche si è rivelato. </p>
<p>Certamente, anche le piattaforme digitali, parliamo di <strong>Google, Amazon, Facebook con tutte le loro app che accolgono contenuti culturali</strong>, in un primo momento si erano dimostrate &#8220;aperte&#8221;, accogliendo chiunque. Poi, una volta consolidatesi, l&#8217;idillio è finito ed è stata avviata una vera e propria &#8220;epurazione&#8221; di contenuti e di contributi, con tanto di discriminazioni.  Detto ciò, quelli che riescono a imporre il proprio potere sui social, a vivere di click, di inserzioni, di condivisioni, sono pochi e hanno dovuto perdere molto della loro autonomia e autenticità. </p>
<p><strong>Il quadro che ne viene fuori? </strong>Uno scenario in cui la grande rivoluzione che si era prospettata agli albori di internet viene fatta a pezzi, in cui gli algoritmi che governano le piattaforme appaiono fin troppo umani, anche nei loro pregiudizi; in cui la liberalizzazione dei costumi viene concessa fino a un certo punto, in favore di logiche commerciali; in cui le minoranze restano tali e vengono confinate, salvo qualche eccezione che viene poi sfruttata all&#8217;occorrenza per dare il via a una moda.</p>
<p>Insomma, in tutto questo grande spettacolo cosa resta della produzione culturale? La risposta è purtroppo semplice: <strong>un prodotto che si consuma voracemente.</strong></p>
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		<title>Violenza inoltrata molte volte</title>
		<link>https://www.borderliber.it/violenza-inoltrata-molte-volte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2022 01:13:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Chiaroscuro]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Violenza inoltrata molte volte&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Eva davanti alle macerie&#8221; immagine creata dall&#8217;autore con l&#8217;intelligenza artificiale La chiamano violenza da asporto, come il cibo. Corre veloce su Whatsapp, sui social, ovunque ci sia un pubblico famelico pronto a guardare, a indignarsi e a inoltrare fotografie e video cruenti. Una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Violenza inoltrata molte volte&#8221; è un articolo </strong><strong>di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Eva davanti alle macerie&#8221; immagine creata dall&#8217;autore con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p>La chiamano <em>violenza da asporto</em>, come il cibo. Corre veloce su Whatsapp, sui social, ovunque ci sia un pubblico famelico pronto a guardare, a indignarsi e a inoltrare fotografie e video cruenti. Una testimonianza visiva che viene gustata nei minimi dettagli, come una pietanza. Finita la masticazione, prendiamo le distanze da quanto ingurgitato visivamente ed esclamiamo <em>ma in che razza di mondo viviamo</em>. Un atto violento, diseducativo ed educativo allo stesso momento; un fatto reale in cui l&#8217;umana bestialità finalmente si mostra senza pudore&#8230; e la curiosità non c&#8217;entra nulla. In alcune occasioni la <em>violenza-mostrata</em> ha fini propagandistici, qualche politico la usa per incutere timore verso un nuovo pericolo, per creare il nemico quotidiano. Una cosa è certa: <em>la violenza piace</em>, spesso ci riconcilia con istinti arcaici. Non c&#8217;è niente di meglio di una disgrazia ben raccontata, di un fatto di cronaca nera, di una <em>fanta-inchiesta</em> a base di sangue, sesso e soldi, per richiamare l&#8217;attenzione. E se c&#8217;è il lieto fine? Qualcuno ci rimane male, perché sparisce il clamore dell&#8217;indignazione.</p>
<h3>Violenza inoltrata: diritto di cronaca?</h3>
<p>Diciamo che ogni scusa è buona. La spettacolarizzazione del sangue e dell&#8217;animalità è l&#8217;aspetto gaio di ogni vicenda. Il <em>medium </em>della violenza è qualcosa di inspiegabile a parole, ma che attrae. Leggevo in un libro che <em>caduti i tabù sessuali, la violenza verrà da sé, sarà una nuova forma di pornografia, giacché già l&#8217;atto sessuale oggetto della pornografia ingloba in sé violenza e prevaricazione</em><em>. </em>Nulla a che vedere con l&#8217;erotismo, sia ben chiaro; l&#8217;erotismo è infatti un&#8217;arte. La violenza è anche linguaggio e quando questo viene utilizzato per imporre qualcosa, ecco che la presunta verità pronunciata è un&#8217;imposizione, tant&#8217;è che ormai abbiamo opinion leader che possono essere definiti dei <em>prevaricatori con un ampio seguito di prevaricati</em>. Il problema però è proprio questo, quante persone subiscono e amano replicare la violenza verbale, quasi questa fosse un&#8217;arte?</p>
<h3>Tecnica di sopravvivenza?</h3>
<p>Purtroppo non è arte, ma una tecnica di sopravvivenza per sfuggire al quotidiano e alla paura di essere scartati dalla giostra del pensiero debole e divagante. <em>I leoni da tastiera, </em><em>i picchiatori del sabato sera</em>, <em>i giovani che regolano i conti su appuntamento</em>, pubblicizzandoli come eventi sui social, sono attori di atti di prevaricazione alimentati da una solitudine generalizzata, imposta, nevroticamente accentuata dal costante isolamento dalla realtà. Ciò che non piace istiga reazioni estreme, pertanto il responso è solo uno: <em>il mondo in cui viviamo non piace.</em> Tutto ciò viene inoltrato in gruppi social che danno vita a una <em>iconofilia</em>, amore per le immagini, che ha devastanti conseguenze sul linguaggio e sull&#8217;elaborazione delle emozioni. <em>La violenza è idolatrata e chi parla e agisce in modo violento attira</em>. <em>L&#8217;uomo forte</em> è colui che sa costruire intorno a sé un&#8217;aurea prevaricatrice. Un altro problema è che oggi la diffusione dei social permette a tutti di mostrarsi <em>prevaricatori e forti</em>.</p>
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