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	<title>Etica Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Malapace. Francesca Veltri e &#8220;il peso delle scelte&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/malapace-romanzo-veltri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Sep 2023 02:39:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri. In copertina: &#8220;Malapace&#8221; di Francesca Veltri, Miraggi, 2022. Il libro ha vinto il Premio Muricello, tenutosi a San Mango d&#8217;Acquino il 17 agosto 2023 Amici di infanzia, poi uomini che hanno fatto scelte diverse, infine prigionieri che devono essere giudicati. Si assolvono e si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano già pubblicata per <a href="https://www.gliamantideilibri.it/malapace-francesca-veltri/">Gli amanti dei libri</a>. In copertina: &#8220;Malapace&#8221; di Francesca Veltri, Miraggi, 2022. Il libro ha vinto il Premio Muricello, tenutosi a San Mango d&#8217;Acquino il 17 agosto 2023</strong></p>
<p>Amici di infanzia, poi uomini che hanno fatto scelte diverse, infine prigionieri che devono essere giudicati. Si assolvono e si giustificano, prima di tutto con loro stessi; sperano che anche la storia, ossia la memoria degli uomini, sia clemente con loro. <strong>François</strong> è un convinto pacifista; durante l&#8217;adolescenza aveva abbracciato il comunismo, anche andando contro quel cattolicesimo che lo aveva ingabbiato per un periodo nella disperazione, nella paura di rimanere sempre un peccatore in attesa di giudizio. Antoine, invece, è un <strong>cinico-per-necessità</strong>; da bambino, per sfuggire dalle grinfie del dolore, ha deciso di indossare la maschera della brutalità e dell&#8217;autoritarismo, violentando e addestrando sé stesso.</p>
<p><strong>François</strong> non vuole uccidere, non vuole versare il sangue del prossimo, non vuole sporcarsi con la guerra. Per questi motivi deciderà di accomodarsi dietro una scrivania degli uffici del <strong>Governo di Vichy</strong>, ombrosa <strong>Repubblica della Francia meridionale, che dal 1940 al 1944 fu al soldo della Germania nazista di Hitler.</strong> Così, pur rimanendo pacifista, anche se non più comunista, pur decidendo, moralmente, <strong>&#8220;di non sabotare e di non aderire&#8221;</strong>, François è convinto di aver agito a fin di bene. Non ha ucciso materialmente, non ha denunciato i sabotatori, non ha tradito. Ha solo dovuto tapparsi gli occhi e le orecchie davanti alle ingiustizie commesse da altri, ma <strong>&#8220;fa niente, anche questa è pace&#8221;.</strong></p>
<p><strong>Antoine</strong> invece ha scelto, non si pente del tutto di essere stato nella <strong>Légion des Volontaires Français</strong>, la legione francese al servizio delle milizie tedesche. Non sa spiegare correttamente perché lo ha fatto, o meglio parte da dei presupposti ideologici, ossia l&#8217;anticomunismo, l&#8217;odio verso gli ebrei, l&#8217;amore per il rischio, ma perché gli piacesse torturare, anche se ha sempre controllato la sua violenza, o perché non provasse rimorsi ma solo una vergogna passeggera, non riesce a dirlo con chiarezza. Quando incontra <strong>François</strong>, che si sente eticamente superiore, inizia una guerra psicologica contro il suo amico d&#8217;infanzia. Da buon cinico torturatore quale è, <strong>Antoine</strong> è laconico, schiva le domande del suo ex compagno, il quale invece inizierà a ricordare cos&#8217;era prima, a chiedersi cosa è diventato e a demolire pian piano le sue convinzioni.</p>
<p><strong>Francia, 1944. La guerra sta per finire</strong>; i nazisti stanno per capitolare, ma né François né Antoine ne sono consapevoli. Da una parte, il campo di internamento li tiene lontani dalla realtà, dall&#8217;altra quello è il peggior tribunale nel quale potessero capitare, persino più terribile di quello che provvederà a giudicarli. Entrambi sono ufficialmente dei collaborazionisti dei tedeschi, ma ognuno di loro crede il più possibile di aver fatto la cosa giusta. Credono, ma non ne sono ciecamente convinti e man mano che la fede vacilla, ecco che viene fuori l&#8217;uomo con le sue debolezze.</p>
<p><strong>Francesca Veltri</strong>, <a href="https://www.borderliber.it/edipo-a-berlino-francesca-veltri-e-la-storia-delle-ripetizioni/">autrice di <strong>Edipo a Berlino</strong>, pubblicato da <strong>Divergenze</strong></a>, con <strong>&#8220;Malapace&#8221; </strong>mette nuovamente in scena un teatro dell&#8217;assurdo in cui tutto oscilla tra <strong>&#8220;crudeltà&#8221; e &#8220;indifferenza&#8221;</strong>. La scelta, questione etica per eccellenza, è il campo sul quale si combatte quella guerra umana in cui le contraddizioni diventano aporie, ossia problemi irrisolvibili. Al termine del romanzo, il lettore attento potrà porsi solo una domanda: <strong>esiste la scelta giusta?</strong></p>
<p><strong>François e Antoine</strong> non sono né buoni né cattivi, né giusti né ingiusti, sono semplicemente uomini. Muovono i loro passi tra opportunità e ideologia, tra moralismo e menefreghismo. Non cercano la pace, ma provano a sopravvivere; non vogliono morire, e anche quando invocano la morte, essa appare come una comoda scappatoia che permetterebbe loro di &#8220;non dovere più scegliere&#8221;.</p>
<p><strong>In &#8220;Malapace&#8221;, Veltri</strong> pone in primo piano la figura di François. Lui è il protagonista, sua è la voce narrante. Racconta i fatti, ci fa tuffare nei suoi ricordi. Ora cattolico, ora comunista, ora sospinto da una pulsione omoerotica; ma tutto si svolge sul filo teso della necessità di sentirsi accettati, e questa è una sensazione che prova anche <strong>Antoine</strong>. Nei suoi pochi dialoghi, la mostra senza indugi. In questo modo, l&#8217;autrice cosentina ci fa vedere la Storia come somma di <strong>&#8220;fatti, sensazioni e istinti umani&#8221;</strong>, che, parafrasando <strong>Hegel</strong>, è anche svelamento delle contraddizioni. Fatto sta, che per il filosofo tedesco la storia, nel suo incedere, risolve queste contraddizioni, ma nella sostanza così non è.</p>
<p>Forse anche questa è una scelta? Lo scoprirete leggendo <strong>&#8220;Malapace&#8221;.</strong></p>
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		<title>Relazione di un docente precario di filosofia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/relazione-di-un-docente-precario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jun 2023 01:14:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[complesso]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Relazione di un docente di filosofia&#8221; è un articolo di Antonio Fiscarelli. In copertina: &#8220;Die Dorfschule von 1848&#8221; di Albert Anker, Public domain, via Wikimedia Commons Che brutta la fine della scuola per un docente come me, precario, ma oltretutto non proprio giovane; non poter più contare sugli sguardi e sui gesti di quella cinquantina [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/relazione-di-un-docente-precario/">Relazione di un docente precario di filosofia</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Relazione di un docente di filosofia&#8221; è un articolo di Antonio Fiscarelli. In copertina: &#8220;Die Dorfschule von 1848&#8221; di Albert Anker, Public domain, via Wikimedia Commons</strong></p>
<p>Che brutta la fine della scuola per un docente come me, precario, ma oltretutto non proprio giovane; <strong>non poter più contare sugli sguardi e sui gesti di quella cinquantina di adolescenti che ti hanno fatto sentire vivo per un intero anno</strong>, sguardi e gesti che ti dicono chiaramente come ti devi comportare ogni giorno, anche se a te può sembrare di essere tu a dover decidere cosa fare ogni giorno. Un&#8217;estate intera senza sentirsi in dovere di corrispondere alla loro formazione etico-intellettuale &#8211; <strong>Ohibò, quante etiche e sistemi di pensiero non dovremmo considerare!</strong> &#8211; senza sentirsi giudicati, adulati, ringraziati, anche premiati – con una battuta, uno sguardo, un gesto – coinvolti, emozionati, fotografati ogni giorno con i loro cinque sensi, oltre che con il loro smartphone.</p>
<p>Sì, avevamo bisogno di una boccata d&#8217;aria; certo, per i colleghi di ruolo dovrebbe essere più lunga, ma per i precari è sempre troppo lunga, stremante, addirittura angosciante, perché nemmeno sanno se possono restare nella tal scuola. Diciamolo con un inciso, una buona volta: <strong>noi docenti cosiddetti &#8220;precari&#8221; non vogliamo supplenze brevi, né ci piace lasciare la scuola dove abbiamo lavorato un intero anno scolastico per aspettare di rientrare in chissà quale altra scuola</strong>, se ci va bene, a fine settembre. Oggi, poi, con l&#8217;algoritmo, non possiamo essere certi nemmeno se saremo pescati democraticamente! Sì, abbiamo bisogno anche noi di un po&#8217; di mare; ma il punto è che, appena ci sdraiamo in riva al mare di una spiaggia qualunque, la sabbia o i ciottoli sotto le nostre natiche per noi si fanno più bollenti al solo pensiero di dover passare almeno tre mesi a sperare di ritornare dai propri studenti e al contempo a ripeterci che, comunque sia, per il continuo cambiamento di scuole, saremo sempre più attrezzati in esperienza per rispondere alle esigenze dei nuovi che incontreremo: <strong>sicuramente nella nuova scuola ci saranno degli amici della scuola che abbiamo lasciato</strong> e questo ci aiuterà a fare subito amicizia&#8230; – Sì, certo, ma nel frattempo brucia!</p>
<p>La verità, dal punto di vista soggettivo, a prescindere dal fatto che il singolo possa o no essere <strong>&#8220;misura di tutte le cose&#8221;</strong>, è che a me la scuola già manca, ancor prima di fare gli scrutini, già mi mancano quelle anime che per un anno mi hanno tenuto in movimento, all&#8217;erta, sull&#8217;orlo di più di un precipizio, sull&#8217;attenti al riguardo di ogni mia eventuale propensione a giudicare. Sì, forse, talvolta o anche spesso, possono risultare cattivi, maleducati, incapaci di rispetto reciproco, presuntuosi, competitivi più che cooperativi, anche falsi, governati dal doppio pensiero, forse da un triplo, da più etiche: <strong>ce ne sono di tutti i tipi, ogni storia individuale è un cosmo di contraddizioni</strong>. Ma se non fossero così, ah se non fossero così, che senso avrebbe la scuola? la cosiddetta “professione” insegnante? Se tutti fossero bravi, buoni, educati, adattati a standard superiori, avrebbe forse senso un sistema di istruzione?</p>
<p>La verità è che, per un anno intero è la scuola ad essere &#8220;misura di tutte le cose&#8221;. Tutti i relativismi di questo mondo confluiscono nella scuola, dove l&#8217;oggettività o l&#8217;universalità celebrata da non poche scuole di pensiero dall&#8217;antichità a oggi, non ha alcuna voce in capitolo se non come evidenza di un diffuso schiacciante pluralismo, <strong>eteroverso</strong>, indefinitamente <strong>disidentificante</strong>, di <strong>un&#8217;esistenzialità sociale</strong> priva di orpelli ideologici – se per ideologia non intendiamo anche la genuinità e la spontaneità residue (affrancate dalle condizioni socio-economiche politiche ed economiche) degli adolescenti in formazione. Lo Stato ci chiede di essere non solo docenti, ma anche educatori: <strong>ma chi dovremmo educare è educato in molti modi, è risultante dei vissuti quotidiani nei diversi contesti in cui cresce, non solo in famiglia</strong>; infatti, non possiamo nemmeno troppo giudicare i genitori, e per più di una ragione: sia perché non è in genere giusto giudicare, sia perché ogni genitore ha una sua storia, sia perché non siamo forse maturi per le più elevate soglie di tolleranza, di comprensione? Comunque sia, a conti fatti, resta che è sempre l&#8217;altro, con tutti i suoi retaggi culturali ed esistenziali, a educare noi, palesando, nei suoi modi di essere, di fare e pensare, sì i suoi limiti, ma anche i nostri.</p>
<p>Lo Stato ci chiede efficienza, peraltro in cambio di stipendi da fame, di aule pollaio, di spazi irrazionalmente gestiti e distribuiti, di strutturale penuria di mezzi per assolvere i fini, di innovazioni percepibili solo sulla carta straccia, di spese inutili o veri e propri sprechi, di vuoti approcci didattici, di evidenti fallimenti pedagogici&#8230; <strong>Sì è vero, dove c&#8217;è qualche scuola più ecologicamente corretta (mi pare non più del 4-5% delle scuole dell&#8217;intero stivale) si respira un altro clima; ma appunto come mai queste diseguaglianze territoriali eterne?</strong> Lo Stato ci chiede da sempre di chiudere gli occhi sulle tante disparità nelle scuole italiane, ma evidentemente con ciò ci sta effettivamente chiedendo di tollerare l&#8217;ipocrisia: ma non dobbiamo insegnare ai nostri giovani, il senso critico, l&#8217;etica della giustizia, tanto sul piano etico quanto su quello giuridico? Ma a cosa serviranno mai centinaia di ore di educazione civica, di bandi per le classi, di celebrazioni stagionali sui temi della legalità? Invece i nostri giovani, lucidi e diretti, ci chiedono forse soltanto di essere autentici: <strong>sì, certo, magari anche per poterci fregare meglio, per prendersi meglio gioco di noi, per giocare meglio con noi, per consolidare le nostre relazioni in modo spontaneo</strong>, per metterci alla prova, per vedere fino a che punto sappiamo reggere nel nostro ruolo di docenti, e quando invece è il momento di uscirne per abbracciare la vita (della reciprocità) nella sua interezza; magari, con la loro malizia intendono proprio aiutarci a capire che non sanno cosa farsene di docenti automi schiavi di direttive e burocrazia&#8230; Sì, la scuola, la classe, ogni classe è un idillio: lo è ogni singola persona, ogni studente, ogni docente, ogni lavoratore della scuola; lo Stato ci chiede di educare i giovani anche a ciò a cui forse non siamo educati nemmeno noi adulti, noi insegnanti: ci chiede di inoculare teoria teoria e teoria&#8230; e dove reclama la pratica, impone l&#8217;alternanza, che sarebbe una buona idea se il suo principio non fosse quello tipico di un&#8217;impresa capitalistica, lo sfruttamento, che ruba ore preziose all&#8217;istruzione (=educazione) autentica.</p>
<p><strong>E&#8217; stato troppo bello prendersi un paio di gavettoni nel cortile mezz&#8217;ora prima della chiusura ufficiale della scuola</strong>, nell&#8217;euforia collettiva (nella tensione dovuta anche al fatto di essere costretti a restare fino alla quinta ora). Vuol dire che ti vogliono bene, sanno che lo puoi accettare, che sei capace di tollerare, ti chiedono di stare alla loro altezza, di scendere letteralmente, come si dice spesso, dalla cattedra. Certo, l&#8217;impressione non è rara di vedere invertiti i ruoli, per cui sembrano che siano a loro a stare dietro una cattedra. Tutto ci sta nella dialettica odio-amore studenti/docenti, anzi dovremmo dire giovani/adulti. Bachelard, nella cornice della sua “psicanalisi del fuoco”, aveva definito “complesso di Prometeo” la struttura libidinosa edipica che caratterizza il rapporto fra vecchia e nuova generazione in termini di conoscenze, ovvero ciò che si usa ancora così drasticamente chiamare “trasmissione dei saperi”. Non ci siamo più volte ripetuti che non c&#8217;è rapporto d&#8217;insegnamento, di educazione, di formazione, e nemmeno di auto-formazione senza conflitto? <strong>Comunque sia, non può esserci crescita nella piattezza.</strong></p>
<p>Ma via. L&#8217;anno è passato e se i conflitti restano, c&#8217;è tempo per risolverli. Nel corridoi e e nel cortile esplode la spontaneità repressa per nove mesi: le danze i giochi i travestimenti le firme sulle magliette sulle braccia nude gli applausi e le urla incomprensibili la divisione in gruppi per organizzarsi nell&#8217;euforia finale, autonomamente, comunque nel rispetto delle regole, eccetto quella di fumare nei bagni o nell&#8217;angolo del cortile come ogni giorno&#8230; Poverini quei ritardatari con la media dal 4.25 al 5.95 che dovevano terminare qualche verifica, angosciati per eventuali rimandi a settembre se non bocciature; felice sembrava anche chi sa che non passerà l&#8217;anno&#8230;. Va bene così. L&#8217;importante è rivedersi, in terza o in quarta è lo stesso.</p>
<p><strong>Bello sentirsi salutare da tanti, sentirsi dire grazie, resti con noi&#8230;. è stata grande emozionante coinvolgente la felicità dei nostri studenti a fine anno&#8230;Una vera famiglia.</strong> Non ce n&#8217;è una migliore in vizi e virtù, in metamorfosi stagionali, in improvvisazione spontaneità innocenza e in contraddizioni aspirazioni desideri supposizioni tipiche dell&#8217;adolescenza. Non so se è davvero possibile amare se stessi più di quanto si possa amare loro che passano anni a sopportare dozzine di docenti con tutti i loro problemi e le loro esigenze. Siamo realistici: non è detto che li meritiamo davvero in tutto. Non è detto che meritiamo i loro sacrifici: forse non meritiamo nemmeno la libertà di giudicarli quando si prestano alla superficialità. Ma soprattutto, siamo comici nel dimenticare non raramente che essi sono il nostro specchio deformante, uno specchio che ci deforma in meglio, che ci fa più belli, mentre spesso non ci rendiamo conto di quali informi esseri possiamo rappresentare noi per loro: loro sì che hanno il diritto di giudicarci e non è detto che si prendano sempre la libertà o la briga di manifestare il loro giudizio, non è detto nemmeno che il loro giudizio sia davvero ciò che pensano: in fondo, non stanno forse maturando? e questo non significa che hanno ancora tutto il tempo per ripensare le proprie convinzioni, le proprie opinioni, se non addirittura i propri principi? se c&#8217;è una finalità sempre valida in pedagogia è l&#8217;aspirazione a favorire tutte le condizioni necessarie per la loro emancipazione da tutti i pregiudizi, gli stereotipi e i modelli interiorizzati dalla loro nascita: lavorare alla costruzione delle opportunità per ciascuno di loro di essere capaci di una critica costruttiva del presente &#8230; Non so se possiamo aspirare noi stessi ad essere modelli. Non credo&#8230; E<strong> non credo nemmeno che tutto il nostro programmare affannosamente sia davvero il programma giusto per loro.</strong> D&#8217;altra parte, ciascuno di loro non è forse un programma che si autoprogramma giornalmente? Siamo certi che abbiamo capito quali tasti pigiare per motivarli ai nostri marmorei punti di vista?</p>
<p><strong>Viva la scuola, la scuola viva che è dentro ciascuno, senza cui nessuna scuola pubblica sarebbe possibile.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Giuseppe Serio: un ricordo tra etica e politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Feb 2023 01:30:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Giuseppe Serio: un ricordo tra etica e politica&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina, una foto di Giuseppe Serio che ci è stata concessa da Pierino Di Giuseppe Lo incontrai all&#8217;imbrunire sul Viale della Libertà di Praia a Mare. Era maggio ed era appena uscito dalla Chiesa Sacro Cuore. La messa della sera [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/un-ricordo-di-giuseppe-serio-articolo/">Giuseppe Serio: un ricordo tra etica e politica</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Giuseppe Serio: un ricordo tra etica e politica&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina, una foto di Giuseppe Serio che ci è stata concessa da Pierino Di Giuseppe</strong></p>
<p>Lo incontrai all&#8217;imbrunire sul Viale della Libertà di Praia a Mare. Era maggio ed era appena uscito dalla Chiesa Sacro Cuore. La messa della sera era appena terminata. Saluti di rito, quelli tipici che si danno le persone che abitano nello stesso paese e per i quali non è improbabile incrociarsi anche più volte nello stesso giorno.</p>
<p>&#8220;Accompagnami fino a casa, perché voglio capire quella riflessione che hai pubblicato su Facebook&#8221;. Giuseppe Serio, classe 1925, morto il 17 settembre 2022, sui social ci stava e sapeva usarli. D&#8217;altronde, la comunicazione è stata la sua vocazione. Per tutta la vita si è impegnato nella divulgazione sia insegnando Filosofia nei licei, sia come pedagogista e studioso. Quel mio post parlava di &#8220;disuguaglianze&#8221;, di quelle che coinvolgono tutti noi, <strong>inquilini del Villaggio Globale</strong> in cui conta chi ha, chi possiede, altrimenti si è considerati scarti.</p>
<p>Erano argomenti che conosceva bene, sui quali aveva scritto libri, sui quali aveva perso il sonno, contro i quali combatteva con <strong>l&#8217;associazione Gianfrancesco Serio</strong> che dagli anni &#8217;80 del secolo scorso affronta argomenti scomodi quali la povertà educativa, l&#8217;emarginazione sociale e la carenza di efficaci politiche sociali. E mi confidò che quando iniziò la sua avventura nel mondo dell&#8217;associazionismo non era tanto semplice parlare di queste tematiche sul Tirreno cosentino, molte questioni erano &#8220;tabù&#8221;, anzi se ne discutevi troppo ad alta voce ti isolavano. Oggi è tutto più semplice, anche se è un interesse di facciata, <strong>per fare audience</strong>.</p>
<figure id="attachment_6226" aria-describedby="caption-attachment-6226" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-6226 size-medium" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/02/serio_2016.jpg?resize=300%2C300&#038;ssl=1" alt="Etica e politica Giuseppe Serio" width="300" height="300" srcset="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/02/serio_2016.jpg?resize=300%2C300&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/02/serio_2016.jpg?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/02/serio_2016.jpg?resize=768%2C768&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/02/serio_2016.jpg?zoom=2&amp;resize=300%2C300&amp;ssl=1 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" data-recalc-dims="1" /><figcaption id="caption-attachment-6226" class="wp-caption-text"><em>Copertina del libro di Giuseppe Serio edito da Armando Editore nel 2016</em></figcaption></figure>
<p>&#8220;I poveri sono sempre uno scandalo &#8211; mi disse &#8211; eppure loro non vogliono assistenza, ma giustizia. La povertà non si combatte con le elemosine, ma dando pari dignità a tutti. Non è accettabile che ci siano tantissimi che hanno troppo poco e pochissimi che hanno più del necessario; non è possibile che tutti noi assistiamo a queste ingiustizie senza alzare un dito, diventando complici, alimentando il mercato e l&#8217;economia delle disuguaglianze. Non è neanche accettabile che si giudichino questi discorsi come banali e retorici. Per me è grave l&#8217;indifferenza ed è assurdo che qualcuno non prenda in mano la situazione&#8221;.</p>
<p>Per Giuseppe Serio era una questione di <strong>etica</strong>, ma non intesa come buona condotta o buone maniere, visto che di società con regole ingiuste ce ne sono fin troppe; per lui l&#8217;etica era qualcosa di naturale, che si manifesta spontaneamente nel momento in cui si riconosce che gli uomini sono figli della stessa sostanza e dello stesso destino. C&#8217;è poco da girarci intorno, basta questo per porre un freno a tutte le elucubrazioni cui si aggrappano le filosofie, le costituzioni e le scuole economiche. <strong>Non è utopia, ma qualcosa di naturale che si riscontra nell&#8217;amore e nell&#8217;amicizia</strong>.</p>
<p>Trecento metri facemmo insieme, tanto distava casa sua dalla Chiesa Sacro Cuore, ma abbiamo discusso per un&#8217;ora circa. Ci siamo detti alla prossima e così è stato altre volte, ché sempre in quel tratto del Viale lo incontravo.</p>
<p>Giuseppe Serio è morto il 17 settembre 2022. Ne parlo oggi perché credo che sia giusto scrivere di chi non c&#8217;è più quando se ne sente la necessità e non quando la &#8220;cronaca&#8221; lo richiede. Ricordo che dopo quella chiacchierata mi volle al suo fianco, in veste di relatore, a Tortora Centro storico. Al centro di quella serata il suo saggio <strong>Etica, politica, economia di comunione. Un dialogo difficile. Non impossibile</strong>. In quel libro c&#8217;è racchiuso gran parte del suo pensiero. Non tutto quello che c&#8217;è scritto mi ha trovato d&#8217;accordo, ma lui lo sapeva e, quando ne abbiamo parlato mi ha anche detto <strong>&#8220;meno male che in qualcosa non sei d&#8217;accordo con me, altrimenti mi sarei sentito preso in giro&#8221;</strong>.</p>
<p>Per scrivere questo articolo ho riletto <strong>Etica, politica, economia di comunione. Un dialogo difficile. Non impossibile</strong>. Giunto alla fine del libro, mi sono reso conto che non avevo dimenticato nulla di quelle pagine&#8230; e spero che altri le leggano.</p>
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		<title>Massimo Salvatore Fazio. Il tornello dei dileggi. Arkadia editore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Jan 2022 07:59:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Arkadi]]></category>
		<category><![CDATA[Etica]]></category>
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		<category><![CDATA[sperimentazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Vladimir di Prima Dopo la felice esperienza in saggistica, Massimo Salvatore Fazio approda alla narrativa e lo fa con una proposta che già dal titolo (Il tornello dei dileggi – Arkadia editore 2021) presenta una chiara presa di posizione: la possibilità della parola. L’autore usa questo strumento per scardinare la trappola dello stile, [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Recensione di Vladimir di Prima</strong></em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo la felice esperienza in saggistica, Massimo Salvatore Fazio approda alla narrativa e lo fa con una proposta che già dal titolo (Il tornello dei dileggi – Arkadia editore 2021) presenta una chiara presa di posizione: la possibilità della parola. L’autore usa questo strumento per scardinare la trappola dello stile, e se alla cosciente sovrapposizione della prassi retorica aggancia l’innovazione, se alla sperimentazione programmata sostituisce ben presto l’inconsapevolezza propria dell’artista, ecco che dal flusso di coscienza che ne deriva nasce un’opera di straordinaria complessità. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Più che di uno scrittore, infatti, questo può dirsi l’esito di un franco pensatore il quale, bloccando metaforicamente un filo di zinco a due estremi (Paolo e Adriana, i protagonisti) riesce ad appendervi un’infinita sequenza di situazioni e personaggi altrimenti e apparentemente ingiustificabili. Nulla pertanto può dirsi superfluo e inutile in questo romanzo, neppure le digressioni calcistiche o i rimandi autostradali o le figure che appaiono per scomparire nello stesso momento dell’apparizione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Vita come scansione di una quotidianità ripetuta e lacerante, eppure fortemente imprevedibile perché vita. Del resto niente è come sembra, o meglio, l’autore fa sì che niente sia per come si voglia. Incurante della trama, fedele oppositore dei celeberrimi fan del plot a tinte gialle, la “storyless” di Fazio palleggia i suoi personaggi nel teatro di città molto distanti fra di loro, benché profondamente unite per anima e coscienza. Ed eccola un’altra chiave di lettura di questo romanzo: la coscienza. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una coscienza membranosa, quasi materialmente tangibile, che fa a pugni con se stessa, sospesa fra l’etica convenzionale e la negazione della morale, in bilico fra i sentimenti più puri, le passioni, e il tradimento non dell’altro, ma di un sé tormentato dalle pulsioni. Amore, incesto, proiezione di incesto, o semplicemente sogno o interpretazione letterale dei fatti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Così si arriva al doppio finale, un’invenzione che sa di monito; un meccanismo che l’autore progetta per dare libertà al lettore, chiamiamolo potere, ma anche per ingabbiarlo al completamento dell’intero testo, pena l’incomprensibilità di un tutto destinato a collocare l’opera nei piani di un riguardoso rispetto. Leggetelo il tornello dei dileggi, ne vale assolutamente la pena.</p>
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