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	<title>Einaudi Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Lo sbilico di Alcide Pierantozzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Sep 2025 21:40:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Lo sbilico&#8221; di Alcide Pierantozzi, Einaudi, 2025 Quando mi è arrivata notizia dell&#8217;uscita dello Sbilico, ho pensato, non senza una certa supponente mancanza di empatia, “ancora un altro libro sul disagio mentale”. Questa mia resistenza, mi accorgo, nasce non tanto da un eccesso di pubblicazioni che si occupano in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Lo sbilico&#8221; di Alcide Pierantozzi, Einaudi, 2025</strong></p>
<p>Quando mi è arrivata notizia dell&#8217;uscita dello<strong> Sbilico</strong>, ho pensato, non senza una certa supponente mancanza di empatia, “ancora un altro libro sul disagio mentale”. Questa mia resistenza, mi accorgo, nasce non tanto da un eccesso di pubblicazioni che si occupano in misura diversa di depressione, disagio mentale, disequilibrio psichico, quanto per il fatto che, non essendo digiuno di tali letture, so che il loro difetto più evidente, lo stesso peraltro di molti libri contemporanei italiani, anche di altri argomenti, è l&#8217;autoreferenzialità, il parlarsi addosso, lo stigma del vittimismo che, qui lo direi fuori dai denti, mi ha stancato, non tanto per il divario che si erge fra chi si lamenta e chi lo ascolta, quest&#8217;ultimo in bilico fra l&#8217;empatia e il fastidio, quanto perché la letteratura dovrebbe essere altro da sfogatoio personale, diaristico, autocelebrativo.</p>
<p>Mi sono invece, piacevolmente ricreduto, leggendo, e molto rapidamente, <strong>“Lo sbilico”</strong> di Alcide Pierantozzi, tanto che sento qui il bisogno di ringraziarlo, persino. Spiego rapidamente perché: <strong>Lo sbilico</strong> è un romanzo in prima persona in cui l&#8217;autore e il narratore coincidono. Nonostante questo è l&#8217;autore stesso a dichiarare che non si tratta di un&#8217;opera autofinzionale. Perché? A mio avviso questo dipende dal fatto che l&#8217;autofiction è qualcosa che in potenza potrebbe anche non coincidere con l&#8217;autore, mentre qui l&#8217;operazione letteraria sembra aggirare tale questione, portando il narrato, dalla vita dell&#8217;autore a quella del lettore in modo diretto.</p>
<p>L&#8217;esperienza è quella della psicosi dello scrittore, e parlare di psicosi, prima di tutto, non è mai facile. Non lo è per la società, scomodamente chiamata in causa quando si tratta di riconoscere che fra le minoranze ci sono anche loro, quelli che una volta avremmo chiamato “matti” o “scemi del villaggio”, incuranti del carico e della ferocia di certe etichette. Non lo è per chi vive accanto a queste persone, supportandole e non di rado sopportandole, perché può essere davvero drammatico e quindi incomprensibile a occhi esterni. E non lo è per il malato, ed è tutto qui il merito di Pierantozzi. La sua lucidità nel raccontare la propria esperienza è infatti mirabolante, esemplare.</p>
<p>Pierantozzi scrive un libro di letteratura, non un diario, non un memoriale, sebbene la narrazione sia memorialistica. È un libro che fa paura, tanto forte è la capacità dello scrittore di far trasparire il proprio dolore dagli eventi, dai racconti dei fatti, mai, appunto, in modo autoreferenziale. Se così fosse stato saremmo davanti a uno scenario finzionale, mentre la forza, nello <strong>Sbilico</strong>, è la verità. Solo chi soffre di psicosi può dire agli altri cosa sia. Ma spiegarsi, quando si è considerati strani, se non peggio, non è facile per niente. Pierantozzi non solo ci riesce, dimostrando una lucidità tale che gli psichiatri dovrebbero inchinarsi alla sua bravura, che è anche quella di dimostrare che vivere con una psicosi si può, che non si è costretti al deterioramento, che è sì una condizione di sofferenza, di mancanze, ma è una condizione possibile.</p>
<p>Ciò che mi ha davvero lasciato stupito, infatti, leggendo <strong>Lo sbilico</strong>, oltre alla bravura dell&#8217;autore capace di usare un lessico mai banale, capace di costruire parallelismi e antitesi interessanti, allegorici, funzionali, fra sé stesso, la sua vita, la sua malattia, è che mentre leggevo, quella sensazione di sofferenza, quasi claustrofobica all&#8217;inizio, piano piano si dipana, si scioglie, perché Pierantozzi, tanto come autore quanto come malato sofferente di psicosi, adotta e offre un&#8217;ironia (un&#8217;autoironia) che disorienta qualunque pregiudizio sul tema.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nathan Zuckerman è uno stronzo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/nathan-zuckerman-ciano-divagazione-roth/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 22:01:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Nathan Zuckerman è uno stronzo&#8221; è una divagazione di Martino Ciano. In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale &#8220;Nathan Zuckerman è uno stronzo&#8221;. Ne aveva le prove: le aveva raccolte scorrendo una dopo l&#8217;altra le 640 pagine del libro edito da Einaudi, in cui erano stati infilati i quattro romanzi che raccontavano la parabola del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Nathan Zuckerman è uno stronzo&#8221; è una divagazione di Martino Ciano. In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p><strong>&#8220;Nathan Zuckerman è uno stronzo&#8221;</strong>. Ne aveva le prove: le aveva raccolte scorrendo una dopo l&#8217;altra le 640 pagine del libro edito da Einaudi, in cui erano stati infilati i quattro romanzi che raccontavano la parabola del <strong>personaggio-scrittore</strong> inventato da <strong>Philip Roth</strong>. Aveva impiegato circa un mesetto per portare a termine <em>Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato, La lezione di anatomia e L&#8217;orgia di Praga</em>.</p>
<p>Si era convinto che fosse uno stronzo perché proprio il suo <strong>autore-inventore</strong>, attraverso quel tizio complessato e pieno di sensi di colpa per il poco rispetto che dimostrava verso le sue origini ebraiche, aveva avuto la possibilità di scrivere <strong>best seller</strong> mondiali e di entrare nell&#8217;<strong>Olimpo della Letteratura</strong> grazie alle proprie frustrazioni. In sostanza, aveva detto peste e corna su tutto e tutti, in particolar modo sugli ebrei yankee, e si era persino arricchito. &#8220;Guarda tu che privilegio&#8221;, esclamò il lettore grattandosi la testa come una scimmia.</p>
<p>Logicamente, perché la logica non è un&#8217;opinione anche se a volte così sembra, vien da sé che <strong>Philip Roth gli sia apparso come lo stronzo per antonomasia</strong>. Guarda caso degli stronzi, soprattutto in età adulta, ci si innamora con più facilità. Manco <strong>Céline</strong> si era spinto così tanto in là. Il colpo di genio è stato quello di aver trasformato tutto in burla, di buttarla in cagnara, senza pensare troppo a limature di comodo, peggio ancora ad autocensure.</p>
<p>Un episodio che lo colpì particolarmente durante la lettura fu quello in cui, in punto di morte, il padre sussurrò a <strong>Nathan</strong> un&#8217;ultima parola che, alle orecchie del figlio, risuonò come <strong>&#8220;Bastardo&#8221;</strong>. Cioè, lui era andato lì per prendersi una sorta di benedizione, quello invece, mentre si stava congedando dal mondo biascicò alcune sillabe incomprensibili che, messe insieme, vibrarono come quella parola poco lusinghiera.</p>
<p>Ma perché? Lunga storia: la famiglia di Nathan ce l&#8217;aveva a morte con lui. Lo accusava di aver costruito il suo successo denigrando gli ebrei, facendoli apparire come dei pervertiti attaccati ai soldi. Governati da istinti sessuali repressi e dalla brama di possesso. Loro sostenevano che fosse un nuovo <strong>Goebbels</strong>. In sostanza era un doppio traditore: inconcepibile che un ebreo si metta a sparare merda su altri ebrei, anche se fanno cose immonde. &#8220;Succede anche oggi&#8221;, sostenne il lettore che continuava a grattarsi la testa come un babbuino.</p>
<p>Fatto sta che nel corso della lettura non venne chiarito se l&#8217;udito si fosse preso gioco di Nathan o se quella parola fosse stata davvero pronunciata. Cosa che, alla fine di tutto, fece esclamare di nuovo al lettore: &#8220;Fantastico questo espediente. Ciò dimostra davvero che <strong>Nathan Zuckerman è uno stronzo</strong>&#8220;.</p>
<p>Però nella sua mente si fece spazio pure un&#8217;altra considerazione: quante cose deve sopportare uno scrittore, quindi anche Philip Roth che, come <strong>Proust e Céline</strong>, ha sempre e solo parlato in maniera edulcorata della propria vita per tirare fuori qualcosa di originale. In fondo, il pedante moralismo dei padri è sempre stato fonte di ispirazione.</p>
<p>Insomma, sebbene per lui <strong>&#8220;Nathan Zuckerman è uno stronzo&#8221;</strong>, quel lettore è stato felice per aver fatto pace con lui e con il suo inventore, Philip Roth. Per anni infatti non gli era mai piaciuto proprio perché pesante, compulsivo, paranoico, fobico, prolisso. E invece, lo stronzo è stato capace di accendergli i sensi. Viva gli stronzi, quindi, che sanno essere intellettualmente onesti.</p>
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		<title>La scopa del sistema. Wallace e l&#8217;isterica ironia del mondo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/scopa-sistema-wallace-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Mar 2025 23:01:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La scopa del sistema&#8221; di David Forest Wallace, Einaudi, edizione 2012 Incominciamo a leggere e capiamo fin dalle prime righe che la logica delle cose non segue le strade ordinarie. Di solito siamo abituati a folgoranti incipit che provano a calarci in quello che è il tema del libro, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La scopa del sistema&#8221; di David Forest Wallace, Einaudi, edizione 2012</strong></p>
<p>Incominciamo a leggere e capiamo fin dalle prime righe che la logica delle cose non segue le strade ordinarie. Di solito siamo abituati a folgoranti <strong>incipit</strong> che provano a calarci in quello che è il tema del libro, qui invece si parte dalla constatazione <strong>&#8220;che ragazze belle hanno di solito dei piedi brutti&#8221;</strong>. E va bene, andiamo avanti, in fin dei conti la cosa è interessante.</p>
<p>Proseguendo, incappiamo in qualcosa di tragicomico: una scena che ricalca la vita degli studenti di un <strong>College american</strong>o, con i ragazzi che inseguono le pollastrelle e le pollastrelle che non vedono l&#8217;ora di farsi acchiappare dai maschi.</p>
<p>Tutto mi ha riportato a quei film demenziali anni Ottanta di stampo <strong>yankee</strong> che venivano mandati in onda in seconda serata, quando la prima serata iniziava alle ore 20.30. Vi ricordate <strong>&#8220;Porky&#8217;s&#8221;</strong> che ci faceva sbellicare dalle risate per le sue trovate assurde? Continuando nella lettura, però, sbuca il personaggio della bisnonna della protagonista del romanzo, <strong>Lenore</strong>, che è fuggita dalla casa di riposo in cui passava i suoi giorni da novantenne rattrappita. La nipote si mette alla ricerca e inizia a ricordare del legame che ci sarebbe stato tra l&#8217;anziana e il filosofo <strong>Wittgenstein</strong>.</p>
<p>Logicamente non finisce qui, però la smetto io altrimenti rendo questo articolo una sinossi.</p>
<p><strong>&#8220;La scopa del sistema&#8221;</strong>, primo romanzo di <strong>David Forest Wallace, </strong>pubblicato nel 1987, non ha bisogno delle mie parole per essere incensato o demolito, ma necessita di voi, perché senza lettori anche un&#8217;opera già consegnata alla storia della letteratura resta un bel simulacro a cui rifarsi solo per partito preso. Certo, non tutti troveranno questo libro entusiasmante, perché di opere così prima bisogna acciuffare il senso, poi bisogna comprenderne il <strong>clima</strong> e, infine, bisogna fare il possibile per seguire il tessuto logico ordito dallo scrittore.</p>
<p><strong>Troppo difficile?</strong> No, soprattutto se siete fuori da certe strategie commerciali contemporanee che classificano i libri come <strong>&#8220;oggetti utili per il tempo libero&#8221;</strong>. <strong>&#8220;La scopa del sistema&#8221;</strong> ci fa capire invece che leggere è un divertimento da prendere con serietà e, principalmente, non ci consegna certezze, ma ci getta ancora di più nel mezzo della confusione. Infatti, <strong>un&#8217;opera come questa</strong> sventra le convenzioni, i pregiudizi e le comfort zone.</p>
<p><strong>Okay, ma cos&#8217;è &#8220;La scopa del sistema&#8221;?</strong> Nient&#8217;altro che un romanzo dal linguaggio isterico, in cui ogni situazione viene esasperata e ogni personaggio viene disossato, o per meglio dire &#8220;<strong>de-sacralizzato&#8221;</strong>, quindi strappato dalla sua unicità, dalla sua posizione di essere al di fuori dell&#8217;ordine costituito. Questo esercizio butta nel panico il lettore che vuole <strong>&#8220;buoni&#8221;</strong> e <strong>&#8220;cattivi&#8221;</strong>, <strong>&#8220;simpatici&#8221;</strong> e <strong>&#8220;antipatici&#8221;</strong>, <strong>&#8220;eroi&#8221;</strong> e <strong>&#8220;antieroi&#8221;</strong>. Qui troviamo un mondo senza vere e proprie individualità, ma costellato da frammenti di comportamenti che si appiccicano addosso a qualcuno con lo scopo di amalgamarlo al resto. Detto in soldoni:<strong> è il sistema che va spazzato via</strong>.</p>
<h3>La scopa del sistema: un simpatico rebus</h3>
<p>A inizio articolo ho tirato in ballo <strong>Wittgenstein</strong>. Ecco, partiamo da lui, d&#8217;altronde le sue tesi sono la base dell&#8217;intero romanzo. Il suo sistema filosofico, prima di aver deciso di demolirlo, è racchiuso in due proposizioni: <strong>&#8220;il mondo è tutto ciò che accade&#8221;</strong> e <strong>&#8220;su ciò di cui non si può parlare si deve tacere&#8221;</strong>.</p>
<p>Ora, a ciascuno di noi capita qualcosa; inoltre, già la nostra presenza sulla faccia della Terra fa di ognuno <strong>&#8220;il demiurgo&#8221;</strong> di qualche accadimento che influisce sulla sfera privata e pubblica. Insomma, anche noi partecipiamo ai fatti quotidiani che rendono vivo il mondo. Ciononostante, <strong>se ci limitiamo a ragionare per fenomeni</strong>, di poche cose riusciamo a dire tutto, di altre solo dei frammenti dell&#8217;insieme, della maggior parte invece non riusciamo a comprendere granché; se poi vogliamo soffermarci sulla <strong>&#8220;cosa in sé&#8221;</strong>, allora in nessun modo riusciamo a svelare il <strong>&#8220;perché assoluto&#8221;</strong>.</p>
<p>Tutto ciò rientra nella sfera dei limiti del linguaggio e della chiarezza espressiva. Vero è che per buona parte della sua vita Ludwig sostenne che la filosofia dovesse chiarire e non girare intorno ai problemi, complicandoli ulteriormente. Alla fine, però, anche lui si è infognato: le domande hanno vinto, le risposte sono diventate vaghe.</p>
<p>Il risultato quindi è questo: <strong>tutto ci è dato, persino le reazioni</strong>. Pertanto, <strong>&#8220;La scopa del sistema&#8221;</strong> è un ironico balletto che si muove tra uomini e donne esasperati dalla quotidianità, che provano a liberarsi dei propri demoni attraverso psicoterapeuti che sono più inguaiati di coloro che curano e che &#8220;se ne vanno a zonzo con il cervello&#8221; per cercare di comprendere da un&#8217;altra prospettiva loro stessi. Ma alla fine, tutto può starci, anche <strong>&#8220;un&#8217;eccitante fuoriuscita di sangue dal naso&#8221;</strong>, perché ogni evento che accade non ha bisogno della nostra <strong>logica-incastonatrice</strong>. </p>
<p><strong>Bel guazzabuglio?</strong> Non solo bello, ma intricato e irrisolvibile. Perciò <strong>Wallace</strong> usa l&#8217;ironia, la demenzialità, servendoci un mix di <strong>Bukowski</strong> e <strong>Hölderlin</strong> nel meglio delle loro sbronze, e non solo. Ecco perché <strong>&#8220;La scopa del sistema&#8221;</strong> è una dura critica al modernismo e alla psicologia, in quanto confondono di più l&#8217;umanità.</p>
<p>Ecco anche perché a guardia di <strong>Cleveland</strong>, città in cui è ambientato il romanzo, qualcuno ha fatto costruire un deserto <strong>(logicamente, questo è un elemento di pura fantasia messo lì dall&#8217;autore)</strong>. Il deserto infatti è il simbolo dell&#8217;origine, dello stato precognitivo dell&#8217;uomo, nel libro invece è elevato a luogo sacro e misterioso che dovrebbe rievocare nel visitatore il suo stato primigenio.</p>
<p>Questo per dire che c&#8217;è tanto da apprendere leggendo <strong>&#8220;La scopa del sistema&#8221;</strong>, romanzo che esalta la parola e che è frutto della più artistica interpretazione del pensiero di <strong>Wittgenstein</strong>.</p>
<h3>Post scriptum</h3>
<p>Ho scritto questa riflessione durante una pedalata in <strong>cyclette</strong> durata 57 minuti e mantenendo una media di <strong>105 Rpm</strong>. Questo isterismo del pensiero è stato quindi provocato dall&#8217;attrezzo; le parole sono le mie, ma sono frutto di associazioni, anzi di dissociazioni provocate da un certo benessere psicofisico. <br /><br /><br /></p>

<p>&nbsp;</p>

<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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		<title>La misura del tempo: Carofiglio e i cavilli della giustizia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-misura-del-tempo-carofiglio-recensione-falzone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Feb 2025 23:01:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Avvocato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Letizia Falzone. In copertina: &#8220;La misura del tempo&#8221;. Gianrico Carofiglio, Einaudi, 2019 Una sera tardi l’avvocato Guerrieri ha un appuntamento inaspettato: una certa Lorenza Delle Foglie richiede con urgenza una sua consulenza. Lui è dubbioso; tanti anni prima ha avuto una relazione con una donna molto più grande di lui, che si chiamava [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Letizia Falzone. In copertina: &#8220;La misura del tempo&#8221;. Gianrico Carofiglio, Einaudi, 2019</strong></p>
<p>Una sera tardi l’avvocato <strong>Guerrieri</strong> ha un appuntamento inaspettato: una certa <strong>Lorenza Delle Foglie</strong> richiede con urgenza una sua consulenza. Lui è dubbioso; tanti anni prima ha avuto una relazione con una donna molto più grande di lui, che si chiamava proprio in questo modo. Che sia lei? E cosa vuole da lui? Guerrieri con il suo fiuto da segugio sente odore di grossi guai.</p>
<p>Infatti: “Fece entrare una donna. Era alta, piuttosto magra, capelli corti grigi, e indossava una giacca di pelle un po’ larga, un po’ sformata”.</p>
<p>Lei, profondamente cambiata, gli chiede di assumere la difesa del proprio figlio, in carcere accusato dell’omicidio di uno spacciatore, considerato suo fornitore di droga. Già condannato senza speranza in primo grado, occorre preparare una difesa più accurata e anche più tecnica. <strong>Guido</strong> riuscirà in un compito che si annuncia perdente già dall’inizio?</p>
<p>Incomincia in questo modo: “Una sfida processuale ricca di colpi di scena, un appassionante viaggio nei meandri della giustizia, insidiosi e a volte letali.”</p>
<p><strong>&#8220;La misura del tempo&#8221;</strong> è proprio questo. Un dotto quanto fascinoso racconto intessuto di giustizia, processi, iter giudiziali. Pagine e pagine con descrizioni di strategie processuali, spiegazioni di cavilli inusitati e poco comprensibili. Non un giallo, <strong>ma la spiegazione di come si costruisce e si mette in pratica una difesa</strong>. Io, cultrice del diritto, l’ho trovato ammaliante.</p>
<p>Lo stile del romanzo è accurato, coinvolgente, riflessivo, a volte adornato da una sottile ironia utile a stemperare; capace di dosare perfettamente dialoghi e narrazione. L’autore non strizza continuamente l’occhio al lettore, non vuole farlo contento a ogni costo con scelte banali volte a regalargli una leggerezza passeggera; l’autore vuole lasciare il segno.</p>
<p>Non ha paura di soffermarsi su verità scomode e difficili da digerire, a volte angoscianti; è infatti consapevole che questo spingerà il lettore a fermarsi a ponderare quel che ha appena letto, regalandogli l’impagabile sensazione di aver letto qualcosa di vero, non contraffatto da artificiosi addolcimenti. La dolcezza c’è come c’è nella vita: <strong>a piccole dosi, senza ignorare i momenti difficili che a quella dolcezza danno una marcia in più.</strong></p>
<p>La figura dell’avvocato Guerrieri è praticamente viva: <strong>un personaggio così ben reso da poter credere di incontrarlo</strong>, un giorno o l’altro, lungo la strada di casa. Afflitto da dilemmi, vittima di debolezze e capace di piccoli atti d’eroismo, Guerrieri è un personaggio in cui ogni lettore può vedere una parte di sé stesso e (sono sicura) anche l’autore ha messo moltissimo del suo essere.</p>
<p><strong>L’avvocato Guerrieri</strong> non siamo altro che noi con la toga: noi lettori e oratori che, ogni due per te, buttiamo lì una citazione o un fattarello letto, ascoltato, chissà dove, da chi. Noi che soffriamo di inquietudine notturna e ci ritroviamo svegli alle due e venti del mattino a leggere articoli dai titoli astrusi. Guerrieri parla al suo sacco da boxe come noi parliamo al nostro animale domestico, o alla nostra matita preferita, ponendole dubbi, questioni e attendendo una risposta, fino a sfociare quasi nel patologico, diremmo.</p>
<p>Guerrieri è, essenzialmente, un buono: <strong>pensa e ripensa a come dire di no a qualcuno e poi, alla fine, inevitabilmente dice di sì.</strong> È un personaggio ironico e autoironico, ma guai a dargli del vecchio; si perde in lunghe divagazioni pur di rimandare qualcosa che deve fare; ammette di essere banale, a volte, e di pensare troppo.</p>
<p>Guerrieri è come noi quando riflette su questo tempo che corre, veloce eppure indolente, e che si ripete e sembra non sorprenderci più, ma sa che è ancora possibile lasciarsi stupire: “Mi piacerebbe tanto, se capitasse di nuovo. Forse potrebbe essere proprio lo stupore – se fossimo capaci di impararlo – l’antidoto al tempo che accelera in questo modo insopportabile”.</p>
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<p><em>Se ti è piaciuta la recensione di &#8220;La misura del tempo&#8221;, allora </em><strong><a href="https://www.borderliber.it/dicker-animale-selvaggio/">clicca qui e leggi anche &#8220;Un animale selvaggio di Joël Dicker&#8221;</a></strong></p>
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		<title>La zona di interesse: il confine della disumanizzazione</title>
		<link>https://www.borderliber.it/amis-zona-einaudi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2024 03:50:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Amis]]></category>
		<category><![CDATA[Auschwitz]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Antonio Maria Porretti. In copertina &#8220;La zona di interesse&#8221; di Martin Amis, Einaudi, 2015 &#8220;Gli uomini soli senza appoggio di altri non hanno mai potere a sufficienza per usare la violenza con successo&#62;&#62;, scrive Hannah Arendt nel suo saggio&#8221; Sulla Violenza (Guanda Editore, traduzione a cura di Savino D&#8217;Amico). Un postulato rivelatosi valida [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Antonio Maria Porretti. In copertina &#8220;La zona di interesse&#8221; di Martin Amis, Einaudi, 2015</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>&#8220;Gli uomini soli senza appoggio di altri non hanno mai potere a sufficienza per usare la violenza con successo&gt;&gt;, scrive Hannah Arendt nel suo saggio&#8221;</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Sulla Violenza (Guanda Editore, traduzione a cura di Savino D&#8217;Amico).</em></p>
<p>Un postulato rivelatosi valida chiave di accesso per addentrarsi nella lettura del romanzo di <strong>Martin Amis,</strong> <strong>&#8220;La zona d&#8217;interesse&#8221;</strong>, pubblicato da <strong>Einaudi</strong> nel 2015 e valorosamente tradotto da <strong>Maurizia Baldelli</strong>.</p>
<p>La ragione è molto semplice: l&#8217;Olocausto poté perpetrarsi perché ricevette l&#8217;appoggio, il consenso e la legittimazione, da parte di una <strong>Germania</strong> mai rassegnatasi alle umiliazioni subite con la sua sconfitta nella <strong>Grande Guerra</strong>. Di una nazione dunque in cerca di riscatto, ossessionata e dominata dal miraggio di una purificazione da quella débâcle, pervasa da una pulsione di morte che il verbo nazista avrebbe sfogato contro gli ebrei. I colpevoli designati e da punire con la loro estinzione.</p>
<p>È attraverso questa prospettiva che <strong>Amis</strong> affronta il tema della <strong>Shoah</strong>, scavandosi una nicchia che lo separa nettamente dalla maggior parte delle narrazioni gravitanti intorno a tale voragine storica, come una cappella dislocata in una zona più nascosta, meno frequentata della cattedrale in cui è inserita.</p>
<p>Attraverso l&#8217;eloquenza allucinata con cui lascia sciamare i suoi personaggi, si ha l&#8217;impressione di vedere alfieri mossi lungo le diagonali di una scacchiera dove l&#8217;obbedienza è l&#8217; unica strategia di vittoria possibile, concepibile. La coscienza è un lusso che non possono permettersi di avere, o a cui aspirare, per convivere a stretto contatto con quella fabbrica di morte che fu <strong>Auschwitz</strong>.</p>
<p>Golo Thomsen, Boris Eltz, il Kommandant Paul Doll, ma anche sua moglie Hannah e Smzul, l&#8217;ebreo a capo dei <strong>Sonderkommando</strong>, ossia degli untori di quella strage pianificata come una produzione industriale del più alto prestigio e reddito, si negano come esseri umani; si nascondono a sé stessi, anche quando sono soli, perché schiacciati dal colosso di un potere teso a spersonalizzarli.</p>
<p><strong>Amis</strong> ce li schiera sotto gli occhi come documenti in carne e ossa del <strong>Terzo Reich</strong>, ricorrendo a ogni effetto fornitogli dal registro di un implacabile grottesco tale da rendere ancor più smisurato e incomprensibile quell&#8217;orrore.</p>
<p>Non è difficile immaginare che il riaffacciarsi di questo titolo fra scaffali e vetrine di libreria, sia legato al film di <strong>Jonathan Glazer</strong>. Che non è la sua puntuale trasposizione cinematografica, condividendo &#8211; a parte il titolo &#8211; i luoghi di ambientazione della storia.</p>
<p>Personalmente, posso dire di aver trovato la versione cartacea ancor più raggelante, per via di una lingua che si fabbrica come uno specchio che più deforma le immagini in esso riflesse, più ne restituisce l&#8217;esattezza e la precisione dei contorni. Senza possibilità di aggiustamenti.</p>
<p>&#8220;Immagini quanto sarebbe orribile se da quel posto nascesse qualcosa di buono&#8221;.</p>
<p>Dichiara <strong>Hannah Doll</strong> a un innamorato <strong>Golo Thomsen</strong> che per tutta la narrazione insegue il sogno di avere una storia di amore con lei.</p>
<p>Negarsi una umanità, significa anche negarsi la possibilità di avere e coltivare sogni.</p>
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