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	<title>donne Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Scellerate di Antonella Finucci</title>
		<link>https://www.borderliber.it/scellerate-finucci-recensione-bora/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 22:01:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Guido Borà. In copertina: “Scellerate” di Antonella Finucci, Radici Edizioni, 2025 Quando Maria (Agamben) Federici, nata a L’Aquila nel 1899, si immatricolò all’Università Sapienza di Roma, il rapporto tra iscritti di genere maschile e femminile era di undici a uno. Ancora, quando Filomena Delli Castelli, nata a Città Sant&#8217;Angelo in provincia di Pescara [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Guido Borà. In copertina: “Scellerate” di Antonella Finucci, Radici Edizioni, 2025</strong></p>
<p>Quando Maria (Agamben) Federici, nata a L’Aquila nel 1899, si immatricolò all’Università Sapienza di Roma, il rapporto tra iscritti di genere maschile e femminile era di undici a uno. Ancora, quando Filomena Delli Castelli, nata a Città Sant&#8217;Angelo in provincia di Pescara nel 1916, intraprese il suo percorso di studio all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, lo stesso rapporto, seppur in diminuzione, era sempre troppo elevato: 6 uomini per ogni donna iscritta. – Per la cronaca questo rapporto da qualche anno si è rovesciato e nel 2023 era di 1,3 donne per ogni uomo iscritto. – Maria Federici e Filomena Delli Castelli erano tra le ventuno “Madri” dell’Assemblea costituente e anche in questo consesso istituzionale il rapporto con gli uomini era sfavorevole: una donna ogni 15 uomini.</p>
<p>Tornando a vicende a noi più vicine, dalla lettura del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027, aggiornato lo scorso luglio, si apprende dell’esistenza di un Obiettivo 4 intitolato “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”, ossia un’esplicita presa d’atto del destino ineluttabile di alcune aree che “non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse”. Questa parziale ammissione di fallimento dà ragione al lavoro dell’antropologa Anna Rizzo, palermitana d’origine, che da oltre dieci anni segue la riqualificazione della frazione di Frattura di Scanno in provincia dell’Aquila, da sempre critica dell’attuale impostazione del PSNAI.</p>
<p>Queste donne sono protagoniste, insieme a tante altre, del bel saggio di Antonella Finucci, <strong>Scellerate</strong>, e hanno in comune un rapporto simbiotico con l’Abruzzo, con il suo territorio, con la sua vibrante cultura, con la sua gente, con la sua storia. Una terra dal fascino antico, per la maggior parte montuosa, ma allo stesso tempo, sul mare dove il paesaggio gioca un ruolo cruciale. Una terra sconquassata da forti terremoti: nel 1915 Avezzano e il circondario furono colpiti da uno dei più forti terremoti italiani di sempre in ordine di magnitudo con più di 30mila morti. Una terra a cui è stata inflitta la grande ferita dalle emigrazioni: dal 1888 al 1915 partirono oltre 1milone e 300mila persone.</p>
<p>Tra le protagoniste che abitano il volume, c’è chi è partita ed è tornata, chi non se n’è mai andata e chi ha scelto l’Abruzzo come luogo di elezione. Ne cito solo alcune per non spoilerare troppo: Tripolina D’Jatosti sopravvissuta al terremoto di Avezzano, dopo essere diventata ballerina di punta all’Opera di Parigi, nel 1965 ritornò al paese natale e aprì una scuola di danza, un luogo che diventò un’oasi di libertà per le donne. Mirka (Asmerinda) Liberale moglie dell’attivista politico, poeta e scrittore Romolo, fu protagonista nell’infanzia di un atto coraggioso – portò di nascosto del cibo a dei prigionieri di guerra – ed è stata una donna attiva in politica e nel partito.</p>
<p>Daniela d’Arielli, poliedrica artista contemporanea, ideatrice, tra i tanti, di un importante progetto legato all’acqua denominato e.r.c.o.l.ae Experiment resurgent cult organism liquid æ (what the title doesn’t say). Lia Jovenitti, traduttrice in lingua italiana di alcune opere della scrittrice sudcoreana Han Kang, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura 2024. Natalia Ginzburg fu confinata a Pizzoli in provincia dell’Aquila dal 1940 al 1943, definito da lei stessa il “tempo migliore della mia vita” senza esserne al tempo consapevole. Adele Garzarella geografa, geologa e paleontologa dell’Ispra da alcuni anni si è dedicata di geologia militare che l’ha portata a studiare le vicende della linea Gustav.</p>
<p>Nei racconti di Antonella Finucci, densi di collegamenti interdisciplinari, pulsano sottotraccia temi rilevanti: l’emancipazione, quasi sempre in anticipo sui tempi, le pari opportunità, la determinazione di essere indipendenti, il perseguimento della libertà individuale, il tentativo di rompere il soffitto di cristallo, la creazione artistica, la realizzazione professionale, la possibilità di scegliere il luogo dove vivere. Ma queste istanze sono davvero da donne <strong>Scellerate</strong>? Il titolo<strong> Scellerate</strong>, un aggettivo piuttosto insidioso, polisemico sempre in termini negativi, avrebbe potuto essere il punto di debolezza del volume mentre invece è diventato il punto di forza.</p>
<p>Come recita la quarta di copertina l’uso di questo aggettivo è “iperbolico”. A mio avviso, tuttavia, l’ambiguità potrebbe dipendere dai punti di vista: se eteronomo, ossia visto da una prospettiva maschilista o conservatrice, Scellerate è sinonimo di un atto inaccettabile, irricevibile ma se autonomo, ossia dalla prospettiva femminile o progressista, diventa una dichiarazione di orgoglio, di appartenenza, di amore.</p>
<p>Immaginate un cielo notturno costellato di stelle scintillanti: questo libro possiede la stessa forza evocativa, con un respiro autenticamente universale.</p>
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		<title>Marie Cardinal: i traumi delle donne si fanno inchiostro</title>
		<link>https://www.borderliber.it/marie-cardinal-pontoriero-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Feb 2025 23:01:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Algeria]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Marie Cardinal]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marie Cardinal, scrittrice sincera che di sessualità parla con naturalezza e semplicità. Una penna disarmante e liberatrice. L&#8217;articolo è di Rosanna Pontoriero. La foto è stata fornita dall&#8217;autrice Ci insegnano a sopravvivere, che equivale a conservare i traumi, a disporli lì: in un angolo tacito della credenza, che fa rima con coscienza. Marie Cardinal questo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Marie Cardinal, scrittrice sincera che di sessualità parla con naturalezza e semplicità. Una penna disarmante e liberatrice. L&#8217;articolo è di Rosanna Pontoriero. La foto è stata fornita dall&#8217;autrice</strong></p>
<p>Ci insegnano a sopravvivere, che equivale a conservare i traumi, a disporli lì: in un angolo tacito della credenza, che fa rima con coscienza. <strong>Marie Cardinal</strong> questo lo aveva imparato bene e lo sapeva raccontare con naturalezza, come se parlasse in confidenza con sue simili, nel salotto di casa. Una penna meravigliosamente semplice, impegnata a calcare i dirupi del rimosso, patrimonio straordinario per le romanziere.</p>
<p>Racconta di disfunzionalità, sensi di colpa, istinti repressi, voci mistificate, emozioni stigmatizzate, desideri incompresi, giudizi facili, inquisizioni quotidiane. Lo fa senza scandalizzare, perché in <strong>“Le parole per dirlo”</strong> ci siamo tutti, anzi tutte, con i patriarchi e le matriarche che ci hanno allevato, il loro fare da adulti bugiardi e dolci gendarmi.</p>
<p>Un pasticciaccio tra femmine (e non solo)<br />
<strong>Marie Cardinal</strong>, nata ad Algeri nel 1929 e morta in Francia nel 2001, è una scrittrice che va scovata, non solo nel catalogo di <strong>Bompiani</strong>, ma tra chi meglio riesce a raccontare il pasticciaccio del sentire femminile, l’ingarbugliata matassa che si eredita, senza che venga mai sbrogliata, di madre in figlia, di femmina in femmina.</p>
<p>Amaro destino di chi deve tirare a campare, in una pozzanghera fetida di non detto, in un archivio di pensieri censurati. Siamo creature impedite sin dal primo vagito: <strong>personificazioni del si fa e si dice così</strong>, sino a diventare malate moribonde. Dice la madre alla protagonista bambina, nel romanzo cult e autobiografico <strong>“Le parole per dirlo”</strong>: «Il fatto di avere una regola è una cosa. Quello di avere bambini è un’altra, anche se è legato alla regola. Il primo dà fastidio nei primi tempi, ma poi ci si abitua ed è molto facile da nascondere».</p>
<p>L’ultimo verbo è sostanza del mondo. Ma poi, senti e senti: «Ebbene, bambina mia, sono andata a riprendere la mia vecchia bicicletta (…) ho pedalato per i campi, nella terra arata, ovunque. Niente. Ho ingoiato interi tubetti di chinino e aspirina. Niente. (…) E avanti di questo passo per oltre sei mesi, dopo di che ho dovuto arrendermi all’evidenza, ero incinta e presto avrei avuto un altro figlio».</p>
<p>E dunque, ad esser sinceri: «Quello che ho chiamato la carognata di mia madre non è il fatto che abbia voluto abortire. La carognata l’ha fatta perché non è riuscita ad andare fino in fondo. In seguito ha continuato a proiettare il suo odio su di me e infine mi ha confessato il suo squallido crimine, i suoi poveri tentativi di omicidio. (…) Eppure è stato grazie alla carognata di mia madre che tanti anni dopo sul divano nel vicolo, sono riuscita ad analizzare più facilmente i turbamenti della mia vita trascorsa». Quanta consapevolezza ha <strong>Marie Cardinal</strong> e ce la comunica senza atteggiarsi. Esce fuori con fluidità, come il sangue della sua incomprensibile malattia.</p>
<p>Quante carognate ci hanno visto ardere di incoscienza, strozzati in un fetore di azioni genetiche e vigliaccherie parentali, idiosincrasie assorbite, una volta che l’ovulo è stato fecondato. Siamo feti sgangherati, penitenti masochisti: «Ora mi sembrava di aver provocato l’aborto – scrive sempre la Cardinal – di me stessa, trafiggendo l’occhio in fondo al tubo. Quell’occhio non era solo quello di mia madre, di Dio, della società, era anche il mio».</p>
<p>Occhi che distruggono e dai quali si può guarire, per rinascere. Rimane la spontaneità delle romanziere, anime pure, che della bugiarderia ereditata fanno una bandiera di conoscenza, forse anche di liberazione. Sono oneste.</p>
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		<title>Selene Pascasi: quattro poesie dal suo &#8220;Un tempo minimo&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/poesie-tempo-pascasi-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Nov 2024 23:12:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poesie di Selene Pascasi Pubblichiamo alcune poesie tratte da &#8220;Un tempo minimo&#8221; di Selene Pascasi, Eretica edizioni, 2024. Sinossi di &#8220;Un tempo minimo&#8221; La silloge vuole partire dal cuore nel tentativo di arrivare al cuore. Senza finzioni né dissimulazioni, le liriche si abbandonano fiduciose l’una nell’altra, si fondono, mescolano parole e sensi, assumono molteplici identità [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Poesie di Selene Pascasi</strong></p>
<p>Pubblichiamo alcune poesie tratte da &#8220;Un tempo minimo&#8221; di Selene Pascasi, Eretica edizioni, 2024.</p>
<h3>Sinossi di &#8220;Un tempo minimo&#8221;</h3>
<p>La silloge vuole partire dal cuore nel tentativo di arrivare al cuore. Senza finzioni né dissimulazioni, le liriche si abbandonano fiduciose l’una nell’altra, si fondono, mescolano parole e sensi, assumono molteplici identità di lettura e di pensiero per scivolare infine nel luogo più misterioso del creato: le nostre coscienze. È da lì, dal dogma più autentico dell’animo umano, che i versi tatuano sogni, curano smanie, sollecitano il risveglio dell’atavica memoria dell’essere. Un essere che trova nuova linfa senza mai dimenticare il tempo minimo trascorso alla ricerca del sé.</p>
<h3>Le poesie</h3>
<p><strong>ANDARE</strong><br />
Andare non è perdersi<br />
è solo chiudere gli occhi<br />
nascondersi nel tempo<br />
chiedere voce alla luna<br />
restare muti fra i battiti.<br />
Il ponte non divide.<br />
Ti trovo ancora, giuro<br />
e ancora ti respiro<br />
come quando eravamo<br />
ombra e luce silenti<br />
dietro la curva del noi.<br />
Paziente mi attendi.</p>
<p>*<br />
<strong>ANGELI</strong><br />
Costruire l’eterno<br />
è gesto antico di millenni<br />
sapiente frangia di fede<br />
incisa tra rughe empiree.<br />
Ecco.<br />
Attendo il tuo nome<br />
iniettarsi ancora nel mio<br />
svelare misteri agli angeli.<br />
L’immenso parla all’amore.</p>
<p>*</p>
<p><strong>BUSSOLA</strong><br />
L’infinito ha smarrito<br />
la bussola del tormento.<br />
Ma se mi sfiori appena<br />
si rinnova il pegno della terra.<br />
Piangeranno stupore<br />
anche le primavere.<br />
Sai, l’amore è fatto di attimi<br />
che vivono migliaia d’anni<br />
solo per svanirti addosso.<br />
Profughi del risveglio<br />
giochiamo a carte la vita.</p>
<p>*</p>
<p><strong>QUADRI MUTEVOLI</strong><br />
Si traspone il respiro<br />
dal petto al collo<br />
si sofferma appena<br />
nell’incavo riflesso<br />
che ospita la bocca.</p>
<p>Sul mio volto riposa<br />
la luce dei secoli.</p>
<p>Ci siete tutti, ancora.<br />
Usate la mia pelle<br />
per consacrare la vita.</p>
<p>Quadri mutevoli<br />
ci attendiamo le ossa.</p>
<h3>Chi è Selene Pascasi?</h3>
<p>Selene Pascasi, avvocato per un ventennio e ora funzionario tributario, è giornalista, firma de Il Sole 24 Ore, critico musicale, commissario del Premio Lunezia, paroliere. Coautrice della monografia La persona oggetto di reato (Giappichelli, 2011) e di uno studio criminologico per l’Accademia Americana di Scienze Forensi (Atlanta, 2012), pubblica le sillogi poetiche Con tre quarti di cuore (Galassia Arte, 2013), Come piuma sulla neve (Ursini, 2018), Senza me (Eretica, 2021), A un ricordo da te (Scrivere Poesia, 2022), Un tempo minimo (Eretica, 2024), gli aforismari In attesa di me (Rapsodia, 2015) e Amare non è un verbo (Scrivere Poesia, 2023), il romanzo Dimmi che esisto (La Gru, 2018, ripubblicato da Chiocciola nel 2024) e Attese verticali (Libero Marzetto, 2021). È vincitrice assoluta dei Premi letterari Polverino, La vita e il cuore, Criminologicamente, Versi di Passaggio, Alessio, Polverini, Kalos, Artisti per Peppino Impastato, Romano, Merini, Per troppa vita che ho nel sangue, Zirè d’oro, Ciò che Caino non sa, Targa Perillo, Premio della critica Overdose di cultura. Partecipa ai progetti solidali Negli occhi bambini, Cinque Natali e Mai più (Scrivere Poesia per Save the Children) e Cuori a Kabul (Graphe.it per Emergency).</p>
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		<title>Prescelta</title>
		<link>https://www.borderliber.it/prescelta-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jun 2024 03:41:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[dialetto]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
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		<category><![CDATA[Ninnuzza]]></category>
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		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e foto di Adalgisa Giannella “La nostra mente rifiuta di mettersi addosso cilici segreti” Dacia Maraini &#160; Fonzo ci venne a fare la dichiarazione a don Cicco, padre di Ninnuzza, la mattina del 12 aprile 1975, al garage di 650 metri quadri con maiolica a terra, mentre questo sistemava, tra lattine di benzina e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto e foto di Adalgisa Giannella</strong></em></p>
<p style="text-align: right;"><em>“La nostra mente rifiuta di mettersi addosso cilici segreti”</em><br />
<em>Dacia Maraini</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonzo ci venne a fare la dichiarazione a don Cicco, padre di Ninnuzza, la mattina del 12 aprile 1975, al garage di 650 metri quadri con maiolica a terra, mentre questo sistemava, tra lattine di benzina e ruote stortiate, il vino suo, datato 1965. Il vino che faceva tredici gradi e rimbambiva molli e sfraccunati, persino la banda di compari che per poche lire avrebbe ucciso padri e madri, non lo resisteva “Nannuzza 55”.</p>
<p>Trecento bottiglie che avevano ballato la tarantella sul furgone di Gennaro il nipote, felici ora di riposare tra puzzo d’olio e mestruo di femmine arruvuotate da don Cicco a sera tardi, quando Luna mogliera, appulizzava casa dopo cena, cantando <em>o sole mio sta n’fronte a te</em> e lui s’addivertiva colle puttane, pagandole cinquemila lire l’ora per scemenze e oscenità.</p>
<p>Donne misere che sarebbero morte di fame e pure di frutto. Tutte incinte coi grembi dilatati, le carni smagliate per criature malnate e senza padre. S’era acceso una sigaretta il giovane Fonzo e il fumo aspirato con i polmoni suoi, uguali a quelli di nonno Silvo che li aveva mantenuti giovani dopo cent’anni di fumo, gli arrovotava lo stomaco, perché aveva fumato pure dopo aver deflorato Ninnuzza nel fienile.</p>
<h3>Il ricordo era fresco</h3>
<p>Delle urla arrivate al cielo e pure al Tirreno profondo lì vicino. Le urla che tutto il paese aveva ascoltato con cuore pesante e senza obiettare, perché quello se la voleva sposare, e urlare doveva, e sanguinare sul lenzuolo immacolato, steso per terra, la prescelta.</p>
<p>A Fonzo glielo aveva spiegato bene papà suo, don Antonio Splicato boss di Agrisanta; paese che di santo aveva solo la croce di Agria martire, posta sopra il casotto ferroviario, fantasma dal 1950, con un binario morto e sopra due vagoni pieni di ossa sconosciute.</p>
<p>Gli Splicato si dovevano alliare coi Piccirillo se volevano il monopolio sullo sfruttamento delle prostitute e il traffico di cocaina dentro il Vasto di Napoli. L’avevano deciso quando Fonzo aveva tredici anni e Ninnuzza otto, perciò non ci stava niente da dire. La cosa brutta era che lui la voleva bene a Ninnuzza e lei no. Femmina d’alterigia era diventata. L’avevano fatta studiare a Napoli la litteratura che manco sapeva che fosse, e da allora si era immugugnata e neanche lo parlava più.</p>
<p>Ci faceva male la lontananza di quell’amore bambino e quando era tornata bella e fimmina, lo scrutava come fosse Nerone il somaro che lo portava ai campi, tale lo concepiva madama Ninnuzza a lui, dalla littiratura in poi. Dalle camicette di seta rossa i seni esplodevano, i capelli oro erano talmente ricci che sembravano nidi di vespe, per non parlare della camminata con i fianchi che si muovevano provocatori ad ogni passo, facendolo impazzire.</p>
<h3>Ninnuzza spargeva voglie a tutti quanti senza farsi toccare</h3>
<p>La voleva e non poteva, perché c’erano stati altri pretendenti dentro la casa dei Piccirillo, e tutti bravi e tutti benestanti e pronti con la parola, a differenza sua, che pareva un babbeo toccandosi ogni volta che il desiderio si faceva malatia. Ma lei era la santa dentro al quadro, che per quanto l’ammiri non si muove e ti ammalia e ti sale u verme rabbiuso in petto che si mangia cuore e cervello; e poi tieni solo voglia di ammazzarla Ninnuzza, quando sguaiatamente ti dice che vuole British man, Alan, biondo, alto e littirato come lei.</p>
<p>Così quando il padre l’aveva abbracciato e abbabbiato che di Ninnuzza poteva fare quel che voleva, tanto don Cicco non avrebbe lacrimato, Fonzo l’aspetta sui campi gentili di grano dove madama passeggia ogni giorno con le mani attorno a un libro grigio melanconia.</p>
<p>L’acchiappa e ci mette tutta la forza in quell’amore. La blocca nel fieno, ci alza la gonna e entra tra le gambe rosate che si fanno rosso sangue. Ninnuzza rimane a terra, urla, urla come sapesse che il padre l’ha venduta come una miserabile.</p>
<p>Solo una frase gli schianta al petto di Fonzo.<br />
“Maiale di merda, ti ammazzo prima o poi!”</p>
<p>Gli occhi di Ninnuzza belli!<br />
Due proiettili giunti a destinazione.<br />
La sposa a luglio, davanti a San Gennaro.<br />
Ci prova Ninnuzza a dire no, ma il parroco fa finta di niente e li benedice.<br />
L’organo attacca l’Ave Maria e la poveretta si sente deflorata due volte.<br />
Succede una volta e succede ancora.<br />
Più lei si fa torta, più Fonzo la vuole, mentre di notte la luna è falce, mai piena.</p>
<h3>A luna prena, s’arrotonda pancia</h3>
<p>Glielo dice la madre e si prepara Fonzo, pur di avere un figlio.<br />
Ninnuzza la guarda quella luna liscia d’avorio.</p>
<p>Pare piena d’aria e ammalia, neanche si accorge che è tonda quanto un giro di compasso, che segnata è la sorte sua, mugliera costretta e pure madre deve diventare.</p>
<p>Il 14 agosto è plenilunio. Fonzo ci fa l’amore fino al mattino, poi si addormenta a suonno chino, perché il dovere c’è stato. Lei si alza. Corre in bagno a vomitare, una, due, cinque volte. Velocemente fa una doccia e s’improfuma, scende in giardino dove ci sta Alan.</p>
<p>Addosso porta solo una mutanda di seta bianca e lo scialle di nonna Sunta. Neanche lo bacia. Fa scivolare lo slip sull’erba e lo spoglia. Ci si mette sopra e gode fino all’alba, sfinita di desiderio. Si sente maschia e nient’affatto <em>dilicata Ninnuzza la prescelta</em>, che si sceglie pazza e scriteriata per dare l’esempio a quei meschini che la vita se la fa lei e non la camorra mbrugliata.</p>
<p>Un mese appena e Ninnuzza rimane incinta.<br />
Se la ricorda bene la notte infelice.</p>
<p>Fonzo che nei giorni controlla l’astro finché non è colmo, che quando succede pare pazzo, mentre la trascina in camera e a forza gode, miseramente gode, dieci, quindici volt, mentre a Ninnuzza esce un sorriso che pare di soddisfazione, ma orgasmo non è. Le lenzuola imbrattate di sperma le brucia nel bidone di ferro il giorno dopo assieme a Lucia la cammeriera, che viene abusata dal padre di Ninnuzza da piccirella.</p>
<p>Pare diventata paccia mentre ride alla festa battesimale, quando Fonzo solleva Antonio junior che a sei mesi pare un vichingo tanto è biondo e chiaro, niente a che fare con Piccirillo Splicato, urlando “U figlio mio, sangue do sangue mio!”</p>
<p>Ride Ninnuzza prescelta che si è scelta di fare danno a due famiglie camorriste battendosi sul campo con le stesse armi: mbroglio e violenza.</p>
<p>In guerra ci mette Lucia, Grazia, Immacolata, Antonietta, Rosaria, e tutte le donne sacrificate e mai arrese ai voleri di Piccirillo e Splicato. Le donne sue sono pronte anche a uccidere pur di uscirne vittoriose, e pure lei che intanto continua a cucinare, a crescere il figlio, a cucire, ma anche a leggere, a smaniare. Tramite littiratura e leggi si tiene informata per attaccare come tigre camurristi e predatori.</p>
<p>Arriva il giorno benedetto.<br />
Fortuna vuole ca c’esistono anche uomini gentili.<br />
Gaetano è uno di loro.</p>
<p>Maresciallo da vent’anni del Vasto di Napoli, non desidera pigliare mariuoli, drogati e vagabondi, ma chi li affama questi qua. Chi porta malaffari sui marciapiedi con guaglioncelle rubate alle famiglie e vendute per migliaia di lire a malati arricchiti e scellerati violenti. Quelli desidera più di altri, ma nessuno li spia, nessuno li vuole scoprire, perché la paura lavora più di sermoni e cuscienza.</p>
<h3>12 aprile 1985</h3>
<p>Neanche c’entrano tutte quelle femmine alla caserma Vasto, ma a Gaetano ci piacciono subito, in particolare Ninnuzza che si fa spazio con Antonio in braccio, perché pare la <em>contentezza fatta persona</em>, mentre sbatte sopra la scrivania la cartellina gonfia di fogli, di riferimenti, di fotografie, di cassette registrate, di intrallazzi camurristi della famiglia sua.</p>
<p>L’affetto per le innocenti toglie il peccato e le perdona. Tutta Napoli le vorrà bene quelle donne forti figlie del coraggio, nate orfane malgrado le famiglie. Altre erano le missioni per le quali nascere. E l’ineluttabilità è un concetto esclusivamente di femmina sociale, che niente ha a che fare con martiri e madonne, principesse e madri. Forse giustiziere e neanche quello credo.</p>
<p>Prescelte è il termine giusto.<br />
Da qui comincia l’avventura.</p>
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		<title>Le mie donne benedette e libere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jun 2024 19:10:11 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Adalgisa Giannella. In foto un disegno di Mia Bandinu Ma quanti rossi ci stavano nella capa sua? Tanti, troppi, assai. Rosso pazienza, rosso siccatura, rosso arrabbiatura, rosso paura, la paura &#8211; forse più amaranto &#8211; ma sempre rosso è! Poi rosso sbandamento, rosso sopravvissuta, rosso ciliegino, il sugo preferito. Ve lo spiego. Sugo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto di Adalgisa Giannella. In foto un disegno di Mia Bandinu</strong></em></p>
<p>Ma quanti rossi ci stavano nella capa sua?<br />
Tanti, troppi, assai.<br />
Rosso pazienza, rosso siccatura, rosso arrabbiatura, rosso paura, la paura &#8211; forse più amaranto &#8211; ma sempre rosso è!<br />
Poi rosso sbandamento, rosso sopravvissuta, rosso ciliegino, il sugo preferito. Ve lo spiego.<br />
Sugo di Dacia: quattro ciliegini dell’orto di zia Gelorma, uno spicchio d’aglio, origano, l’olio di Ciro o’stuorto, peperoncino dal vaso di Vicienza, nu pugn e spaghetti e gnam.<br />
Non è finita!<br />
Rosso calze rotte&#8230; strappate, rattoppate da Binbin la cinese su ginocchi e talloni, 50 centesimi.<br />
Rosso fremito, il peggiore, quando si innamorava, mamma mia che brutto l’ammore!<br />
Carezze e mazzate.</p>
<p>Rosso gatto, quello che s’era impadronito di casa sua dopo averla incontrata al porticciolo, senza denti e fintamente triste.<br />
Pelo riccio, occhi giallo ginestra, coda discola.<br />
Lo aveva chiamato Diavolo perché non metteva paura a nessuno e con un nome così si difendeva.<br />
Diavolo l’aveva scelta per opportunismo e si era fiondato sul tozzo di pane inzuppato di latte per non lasciarla più.<br />
A Fragulella piace il rosso, la perfezione, il colore del sangue.<br />
Nessun colore la spiega così bene a lei.<br />
Lo sapeva pure mamma Dacia che l’ha chiamata Fragulella prima di andarsene al lago e affondare come una rosa spennacchiata o spetalata, tra alghe e rupi.</p>
<p>Fragulella forse per le gote vermiglie, la bocchicella che s’attaccava al seno avida di latte, la panciotta macchiata attorno all’ombelico.<br />
Tutto era stato rosso dalla prima ferita, dalla lapide in pietra rossa<br />
“1940-1975” sulla tomba di Dacia, le botte prese in collegio dalle suore Sangue di Cristo, l’inganno del padre e dopo, quello di ogni uomo.<br />
Rosso.<br />
Dalle donne che canticchiavano Fragulella la puttanella, da una vita che scriveva di rosso ogni storia del dolore, ma pure della felicità.<br />
L’ammore di Enzuccio, Tonino, Sauriello.</p>
<p>Il primo bicchiere di vino rosso a dodici anni, la notte di San Giovanni quando tutti pregano per spaccare i peccati e quelli schizzano fuori peggio dei fiori.<br />
Il reggiseno tolto a tredici e lasciato appeso a un cancello, rosso pure quello.<br />
Evviva il rosso del rossetto per incontrare Sauriello, farci l’ammore e sposarlo dopo le botte del padre per tornare a prendere botte dall’innamorato.<br />
Rosso Chanel quel rossetto, che anziché piacergli, a Sauriello, lo disinnamorava.<br />
Lo avevano garantito le commesse cinesi del Bistròparfum.</p>
<p>“Il rossetto giusto, quello che s’arrubba ogni bacio, la seduzione in pasta”.<br />
Pagato tre euro, mancia di donna Gelorma per averle rassettato casa, stirato dodici camicie più quattordici pantaloni.<br />
Fragulella si sposa Sauriello perché in pancia c’è suo figlio, ma lui già non la vuole.<br />
Cerca femmine rosse che si vendono a qualche spicciolo, diavolesse fortunate pensa lei, passandosi l’acqua ossigenata sulle ferite, dato che a loro arrivano carezze e a lei bestemmie e cicatrici.<br />
Ma scalpita Carminiello e vuole uscire prima del tempo dalla pancia di Fragulella e il sangue, rosso pure quello, a otto mesi di gestazione se ne viene sulle mutande troppo piccole per contenerlo.<br />
Se la fa a piedi fino all’ospedale tenendosi la pancia e lasciando chiazze in strada che nessuno guarda tra lattine di birra e cicche di sigarette, fogli di giornale.</p>
<p>Nessuno guarda.<br />
“Carminiello aspetta che mamma ce la fa! Porta pazienza che mi viene l’affanno e non ho forze e nessuno ci aiuta”.<br />
Eccolo l’ospedale.<br />
Ci sviene davanti a quella porta rossa e gialla che per quanto spinga non si apre.<br />
“Mammina pensaci tu a noi! Daciuzza cara che volevi diventare nonna e non ce l’hai fatta, proteggici se no ci vediamo in Paradiso, tutti e tre.”<br />
Pure la barella è rossa come una cometa sparata in trincea. Una stella sul lago. Un allucco\urlo d’ammore.<br />
Sessantaquattro punti sul cesareo, ma nasce Carminiello ed è bello assai.<br />
Il rosso della voce in mezzo al bianco delle mammelle, la fa stare bene.<br />
Le insegnano a fare la mamma a Fragulella le infermiere amiche sue, da un giorno appena, perché Sauro non viene pure se mascolo lo voleva.</p>
<p>Da piccola ha fatto un voto.<br />
Il figlio viene prima del padre e così sia.<br />
Se scende da quel gradino, sparisce il rosso e torna sporca come prima e non lo vuole quel voto basso per Carminiello che con un bacio sorride.<br />
Ogni mamma partorirà.<br />
Allatterà.<br />
Sposerà le paure.<br />
La stessa avventura.<br />
E la somiglianza?<br />
Rosso sangue.<br />
L&#8217;ammore.</p>
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