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	<title>delusione Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Occhio non vede, cuore non duole e speranza salva l’onore</title>
		<link>https://www.borderliber.it/compassione-speranza-occhio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jan 2025 23:01:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Occhio non vede, cuore non duole e speranza salva l’onore&#8221; è un articolo di Giuseppe Milite. Foto in copertina di Martino Ciano Il significato del termine compassione è: “patire con”. Ovvero, condividere fino al punto di arrivare a sentire il dolore dell&#8217;altro. Quindi, fino a prova contraria, è un partecipare al patire dell’altro che solo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Occhio non vede, cuore non duole e speranza salva l’onore&#8221; è un articolo di Giuseppe Milite. Foto in copertina di Martino Ciano</strong></p>
<p>Il significato del termine compassione è: <strong>“patire con”</strong>. Ovvero, condividere fino al punto di arrivare a sentire il dolore dell&#8217;altro. Quindi, fino a prova contraria, è un partecipare al patire dell’altro che solo così, per forza di un’unica accezione, dovrebbe essere vissuto. Un sentimento indiscutibilmente nobile ma anche molto impegnativo da accogliere in sé con sincerità.</p>
<p>Talvolta riusciamo a provarlo con pienezza ma, in genere, solo quando il sofferente ci è vicino, se non vicinissimo. Al contrario, quando il dolore è così tanto, e magari pure di tanti, ma lontano da noi nello spazio, allora il sentire, il vivo percepire, è più difficile se non addirittura impossibile. Ciò è quanto sta avvenendo in questo momento storico dal punto di vista umano e sociale in molteplici luoghi nel mondo. In poche parole, preferiamo non vedere e ignorare intenzionalmente.</p>
<p>Scegliamo di rifuggire. Ci impegniamo, a tal fine, con ogni sotterfugio, per evitare accuratamente che qualche sentimento ci raggiunga. Tanto che per molti di noi, diventati fin troppo “cosa per sé&#8221; fino a renderci incalliti pianeto-usuranti, nonché sovralimentati “turbo” consumatori di benessere vacuo, illusorio e fittizio, la compassione è diventata ben altro sentimento. Quanto affermo spesso accade dentro di noi, magari, pur essendo consapevoli della realtà dei fatti, pur essendone, a volte e del tutto, in totale contezza.</p>
<h3>Occhio non vede&#8230;</h3>
<p>Ci rifugiamo nella speranza, che ci autosomministriamo in pillole. Una per ogni <strong>prima</strong> e un’altra, magari, per ogni <strong>dopo</strong> quei pasti rigorosamente lauti delle feste, ormai diventati quotidiani. Culliamo così il desiderio che qualcosa, magari un accadimento, oppure intervento umano o divino che sia, cambi in meglio lo stato delle cose.</p>
<p>&#8220;D&#8217;altronde, la speranza non delude mai&#8221;, ci dicono. Io, al contrario, affermo che pur essendo la speranza un tranquillante metafisico indiscutibilmente benefico per la nostra psiche è, sostanzialmente, un adagiarsi ad un amaro o, talvolta, dolce far nulla. Dopo più di duemila anni di lette e vissute soteriologiche attese, mi considero stanco e deluso dalla speranza, perché troppo simile all’indifferenza.</p>
<p>Sono terribilmente incazzato per una cosiddetta virtù che ci induce ad accettare in ozio, troppo spesso, gli eventi più nefasti e crudeli. Chissà che mai, più d’ora, la <strong>Speranza</strong> incarni il mitico <strong>“Timor del futuro”</strong>.</p>
<h4>Come disse Esiodo&#8230;</h4>
<p>Ma quella femmina il grande coperchio del doglio dischiuse,<br />
con luttuoso cuore, fra gli uomini, e i mali vi sparse.<br />
Solo il Timor del futuro restò sotto l&#8217;orlo del doglio,<br />
nell&#8217;infrangibile casa, né fuori volò dalla porta,<br />
perché prima Pandora del vaso il coperchio rinchiuse,<br />
come l&#8217;egíoco[8] Giove, che i nuvoli aduna, le impose.<br />
Ma vanno gli altri mali fra gli uomini innumeri errando,<br />
perché piena è la terra di triboli, il pelago è pieno.<br />
E vagolano morbi di giorno sugli uomini, ed altri<br />
giungon di notte, improvvisi, recando cordoglio ai mortali,<br />
muti, ché ad essi tolse la voce l&#8217;accorto Croníde:<br />
sicché, modo non c&#8217;è di sfuggire ai voleri di Giove..[9]</p>
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		<title>La libertà venne a chiamarti&#8230;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/liberta-divagazione-borderliber/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Dec 2024 23:01:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[Credere]]></category>
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		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e foto di Martino Ciano All&#8217;improvviso, la libertà venne a chiamarti. Hai sentito la sua voce. Fu come il tuono che annuncia il temporale, ma non hai avuto paura di andare incontro a quel ruggito. Ti sei messo in cammino e ti sei interrogato su quali sembianze potesse avere, se fosse maschio o femmina, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto e foto di Martino Ciano</strong></em></p>
<p>All&#8217;improvviso, la libertà venne a chiamarti. Hai sentito la sua voce. Fu come il tuono che annuncia il temporale, ma non hai avuto paura di andare incontro a quel ruggito. Ti sei messo in cammino e ti sei interrogato su quali sembianze potesse avere, se fosse maschio o femmina, se fosse facoltosa e ben acconciata o se fosse vestita di stracci come un mendicante.</p>
<p>L&#8217;hai immaginata come una persona diversa da te; come un parente che torna a casa, come un fratello o una sorella di cui non conoscevi l&#8217;esistenza. Ti sei fidato, perché quella voce risuonava in te nei momenti in cui ti sentivi soffocare da un&#8217;oppressione malevola, un&#8217;ombra capace di eclissare tanto una fiammella quanto un bagliore immenso.</p>
<p>Allora ti sei messo a correre; a inseguire l&#8217;eco del suo richiamo. Sei inciampato, ti sei rialzato; hai zoppicato, non hai controllato se a ogni caduta ti fossi procurato delle ferite. Dopotutto, il sangue si coagula, i tagli si rimarginano e le cicatrici sono segni pittoreschi. Hai seguito la voce della libertà, imperterrito e infischiandotene degli ostacoli e delle tortuosità.</p>
<p>Ti è sembrata vicina; ti è sembrato che tu fossi a un passo da lei. Sei giunto dove la strada era finita; davanti a te c&#8217;era la scogliera e dopo di essa il mare piatto e placido, smosso solo da brevi e indistinguibili onde.</p>
<p>Dov&#8217;era la libertà? Forse tra i tuoi organi, tra i tuoi occhi, nel tuo naso, nella saliva della bocca?<br />
Dov&#8217;era la libertà? Magari nelle dita, nelle vene, nel cuore, nella mente, sotto i piedi, nel tuo inguine?</p>
<p>Non era lì fuori?<br />
Non era tra la gente, tra le cose del mondo, tra il dolore e la gioia, tra ogni scelta sbagliata, azzeccata, perversa, insensata, meditata, improvvisa, con cui hai cercato di partecipare alla costruzione della realtà?</p>
<p>Che sia la morte, la libertà?<br />
Che sia tornare bambini, la libertà?<br />
Che sia Dio, la libertà?<br />
Che sia la tua distruzione, la libertà?<br />
Che sia autentica solo quando non ci si domanda nulla sulla sua natura?</p>
<p>Hai percorso la via del ritorno con il cuore aggrovigliato tra i rovi. La paura di essere stato ingannato, la rabbia per esserti fidato, la consapevolezza che è un miraggio la libertà fin quando si teme la solitudine. Eri tornato al punto di partenza, dove l&#8217;inganno era iniziato, dove avevi sentito per la prima volta la sua voce; era anche quello il punto di non ritorno. Hai brindato al silenzio con te stesso, all&#8217;unica libertà che ti eri concesso: credere.</p>
<p>E forse è solo questa la libertà: credere che esista.</p>
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		<title>Desiderio. Terza e ultima parte</title>
		<link>https://www.borderliber.it/desiderio-terza-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Jan 2023 01:54:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[delusione]]></category>
		<category><![CDATA[Desiderio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Giuseppe Gervasi. Illustrazioni di Sabrina Alì Ultimo giorno di scuola, il ritorno a casa e i piccoli zainetti svuotati dai pesanti libri. Era un venerdì di Giugno e faceva veramente caldo. Il cielo e il mare si confondevano e in lontananza gli ombrelloni aperti sulla spiaggia, regalavano ai primi bagnanti la piacevole ombra. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto di Giuseppe Gervasi. Illustrazioni di Sabrina Alì</strong></em></p>
<p>Ultimo giorno di scuola, il ritorno a casa e i piccoli zainetti svuotati dai pesanti libri. Era un venerdì di Giugno e faceva veramente caldo. Il cielo e il mare si confondevano e in lontananza gli ombrelloni aperti sulla spiaggia, regalavano ai primi bagnanti la piacevole ombra.</p>
<p>“Senti papà, domenica andiamo al mare?”.<br />
“Al mare?”, rispose papà quasi sorpreso.<br />
“Non vi sembra troppo presto, c’è tutta l’estate davanti a noi”, disse papà.<br />
“È tardi, altro che presto!”, frase che il piccolo Gabriele non avrebbe mai dovuto pronunciare. Matteo lo fulminò con un’occhiataccia e papà stranamente fece finta di non capire.<br />
“Va bene, domenica al mare!”, ribadì papà incrociando lo sguardo felice della mamma che amava il mare quanto i suoi bambini. Matteo e Gabriele furbescamente frenarono l’entusiasmo e ringraziarono papà con un abbraccio.</p>
<p>Dopo pranzo corsero in magazzino per dare a Desiderio la bella notizia. Aprirono il congelatore e svegliarono il pupazzo di neve che stava dormendo.</p>
<p>“Ciao ragazzi, finalmente! Come va?”.<br />
“Domenica vedrai il mare, sei contento?”, gli disse Matteo.<br />
“Che bella notizia! Sono felice ma c’è un piccolo problema, non ho il costume!”, preoccupato Desiderio si rivolse ai bambini. “Tranquillo, ci ho pensato io!”, rispose Matteo. Dal solito scatolone colorato tirò fuori una cuffia azzurra, delle mutande ascellari di color azzurro e li diede a Desiderio.<br />
“Prendi, domenica mattina dovrai indossare questo costume e poi attendere il nostro arrivo”. Gabriele gli diede una collana di perle finte che aveva trovato nel giardino ai piedi del pino nano e gli chiese di indossarla per dividere la testa dal pancione e renderlo più snello.<br />
“Forza Gabriele, vai a prendere la pompa della bici che dobbiamo gonfiare il canotto. Domani pomeriggio lo appoggeremo sul portabagagli della macchina di papà”.<br />
“Vado e torno in un attimo”, rispose Gabriele tutto contento.<br />
“Mi raccomando Desiderio, non appena domenica mattina sentirai la nostra macchina partire, uscirai dal congelatore e ti nasconderai nel canotto. Avrai tutto il tempo perché papà deve attendere che il cancello, lento come una lumaca si apra”.</p>
<p>Desiderio gli strizzò l’occhio e salutò.</p>
<p>“Ci vediamo domenica”, disse il pupazzo di neve e si ritirò in quella casa di ghiaccio, la sua casa. Si era affezionato a quel vecchio congelatore e l’idea di non rivederlo più lo rendeva triste. Desiderio sapeva che il sole lo avrebbe sciolto e il pensiero volò dai suoi piccoli amici. Prese la penna e un foglio di carta che Gabriele gli aveva dato per segnare i giorni che mancavano all’arrivo dell’estate. Decise di scrivere una lettera che lasciò per terra in un angolo del congelatore. Nel frattempo Matteo e Gabriele gonfiarono il canotto e fecero rientro in casa.</p>
<p>Sabato mattina e i bambini nell’attesa del pomeriggio giocavano in giardino schizzandosi con il tubo dell’acqua, che mamma usava per annaffiare i fiori e gli alberi di frutta. Il pomeriggio presero il canotto, faticando non poco. Lo misero sul portabagagli ma furono costretti ad attendere il ritorno di papà, bisognava legarlo altrimenti l’avrebbero perso lungo la strada. Perdere il canotto interessava poco ai bimbi che pensavano soprattutto a Desiderio. Una caduta lo avrebbe ridotto in tanti piccoli cubetti di ghiaccio. Matteo, prima di rientrare andò verso il magazzino e lasciò la porta leggermente aperta per dare a Desiderio la possibilità di uscire il mattino seguente. Quella notte la luna era piena e Desiderio immerso nella sua luce si perse nei ricordi.</p>
<p>La domenica non tardò ad arrivare e i raggi del sole attraverso una tenda colorata, regalarono ai bambini che ancora dormivano i mille colori di un mondo fatato. Il risveglio fu magico e tutti seduti intorno al tavolo in cucina fecero colazione. Per la prima volta nessuno ebbe fretta o ansia di correre. La mamma preparò con cura dei tramezzini che sistemò in una borsa insieme all’acqua, alle mele e ad un pacchetto di biscotti al cioccolato. Indossarono i costumi, presero i teli da mare e il vecchio ombrellone, amico d’estate. Salirono in macchina e papà accese il motore, mentre il cancello si apriva si sentì un tonfo sopra il tetto dell’automobile. I bambini capirono che si trattava di Desiderio e si misero a ridere, immaginando la scena.</p>
<p>“La smetti di battere i pugni contro il vetro?”, disse Matteo a Gabriele, per non far capire nulla ai suoi genitori e mascherare il rumore che si era sentito dentro la macchina.<br />
“Papà, perché non cammini più veloce?”, suggerì il piccolo Gabriele.<br />
“Non avere fretta, pochi minuti e saremo sulla spiaggia”, rispose papà. Gabriele era preoccupato perché il sole batteva sopra il tetto della macchina e colpiva in pieno Desiderio che sicuramente stava soffrendo.</p>
<p>Erano quasi arrivati quando il passaggio a livello chiuso e il lento arrivo del treno spazzarono via ogni speranza. Quei minuti di attesa e quel piccolo treno di un solo vagone fecero sciogliere Desiderio.</p>
<p>Il canotto si riempì d’acqua e non appena la macchina ripartì si sentì il rumore che batteva ai suoi lati. I bambini compresero ciò che era successo e quando giunsero nel parcheggio vicino alla spiaggia scesero velocemente dalla macchina. Vedendo l’acqua uscire dal canotto capirono che il loro amico non c’era più. Solo un dubbio, dove era andato a finire il costume, la cuffia, i piatti, gli occhi, la collana di finte perle e tutto quello che avevano usato per vestirlo? Forse Desiderio era sceso dal canotto prima di sciogliersi del tutto. Ma nonostante il dubbio, Gabriele e Matteo con una scusa chiesero ai genitori di tornare a casa.</p>
<p>“Ho un forte mal di pancia!”, piangendo il piccolo Gabriele si rivolse alla sua mamma. Si rimisero in macchina e tornarono a casa. La porta del magazzino era aperta e anche il congelatore ma Desiderio non c’era. Matteo e Gabriele si allungarono dentro ma non videro nulla. Ad un certo punto un leggero soffio di vento fece sollevare un pezzetto di carta dal fondo del congelatore.<br />
“Per i miei piccoli amichetti Matteo e Gabriele. Sono stato felice in questa piccola casa, ho dormito poco ma ho sognato tanto. Grazie a voi ho ascoltato gli uccelli cinguettare, ho visto il cielo, il mare, le stelle e la luna. Ho immaginato i vostri cibi semplicemente dagli odori, ho conosciuto il delicato profumo delle rose e dei mandarini del vostro giardino, dove sono nato. Ho camminato, sia pure a piccoli passi e ho sperato di fare un bagno al mare.</p>
<p>Non dovete essere tristi, un sogno può anche durare per sempre ed è questa la sua magia. E poi chi lo dice che la prossima estate io non riesca finalmente ad andare al mare insieme a voi? Vi ricordate la foto che vi ho chiesto di scattarmi? Con quell’immagine non appena in inverno la neve farà ritorno voi potrete realizzare un altro pupazzo di neve. Un nuovo amico o Desiderio, spero vogliate rivedermi”. In quel punto l’inchiostro della penna era sbiadito, il pianto di Desiderio bagnò la carta.</p>
<p>“Grazie di cuore piccoli amici, avete insegnato a voler bene ad un cuore di ghiaccio” e così la lettera si concluse. Matteo e Gabriele ripiegarono il foglio, staccarono la spina, chiusero il congelatore e la porta del magazzino. Diedero un ultimo sguardo al mare e ancora una volta ripensarono al loro amico di neve. Quella notte fu diversa dalle altre, i fratellini parlarono a lungo guardando la foto sorridente di Desiderio.</p>
<p>Andarono a dormire felici, l’inverno era lontano ma sarebbe tornato. Avrebbero atteso una nuova estate e vissuto un nuovo sogno insieme a Desiderio, il pupazzo di neve che non conosceva il mare…</p>
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		<title>L&#8217;unico possibile</title>
		<link>https://www.borderliber.it/lunico-possibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Aug 2022 02:12:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Wanda Lamonica Era il mio primo amore. Per me, l&#8217;unico possibile, quello eterno, non ce ne sarebbero stati altri. Ci avrei messo la mano sul fuoco, oltre al cuore, che bruciava già. A 16 anni credi così. Credi che non potrà esserci altro. Che una cascata di riccioli biondi e due occhi verdi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto di Wanda Lamonica</strong></em></p>
<p>Era il mio primo amore. Per me, l&#8217;unico possibile, quello eterno, non ce ne sarebbero stati altri. Ci avrei messo la mano sul fuoco, oltre al cuore, che bruciava già. A 16 anni credi così. Credi che non potrà esserci altro. Che una cascata di riccioli biondi e due occhi verdi non verranno mai sostituiti da quelli di nessun altro. Ma quando poi, inevitabilmente, la magia finisce, il mondo cessa quasi di esistere. Perché lui scompare. Proprio lui, che era il tuo mondo.</p>
<p>&#8220;Rimaniamo amici&#8221;, mi disse sorridendo Flavio. Ricordo perfettamente il percorso di quelle sue due parole. Dapprima mi rimasero appese in gola per qualche secondo, poi mi rimbalzarono ovunque, nel petto, come le sfere d&#8217;acciaio di un flipper impazzito, andando ad urtare certezze e consapevolezze nuove di zecca che pensavo non si sarebbero sgretolate mai. Pensai a come le sue labbra, le stesse che avevo baciato con tanta passione, potessero, a comando, tornare ad essere normali labbra con cui amichevolmente comunicare, ignorandone il potere prepotente del brivido e delle vertigini sui miei sensi. Pensai a dove fosse finito l&#8217;amore di Flavio per me e cominciai a chiedermi in cosa avrei potuto rimediare per farmi amare ancora. Perché mortificarmi mi è sempre riuscito bene. L&#8217;autostima, con l’età, non è mai cresciuta granché.</p>
<p>&#8220;Perché?&#8221;, gli chiesi, provando ad avvicinarmi, provando a rianimargli i sentimenti confidando nell&#8217;originaria alchimia fra noi.<br />
&#8220;Semplicemente, succede &#8220;, mi rispose sconsolato, alzando le braccia.</p>
<p>Il flipper, questa volta, mi si attivò nello stomaco, azionando conati di vomito difficili da trattenere. Forse un paio di sfere andarono persino a tapparmi qualche valvola dell&#8217;apparato digerente. Perché poi non mangiai per intere settimane . Quel &#8220;semplicemente, succede”, e questo lo scoprii solo dopo, si chiamava Doriana. Fu allora che capii che, una volta usciti, in un cuore, a forza, non ci rientri più. Che persino gli occhi di chi ti ha tanto amato possono perdere il loro velo fatato e vederti , all&#8217;improvviso, come quelli di tutti gli altri. Che di un addio, a 16 anni come a 50, non si ha mai abbastanza cura come di un inizio, che invece accende tutto e prospetta meraviglie. E io, principessa, rosa d&#8217;inverno, aurora boreale, stella luminosa, tornavo di colpo ad essere semplicemente Sara, la più <em>rospa</em> di quattro sorelle. L&#8217;unica bimba appiccicata alla gonna della maestra.</p>
<p>Tornavo ad essere Sara della III B di un qualunque Liceo Scientifico di provincia, la nana con le tette piccole e i capelli mosci. Tornavo ad essere Sara con l&#8217;apparecchio ai denti che faceva di ogni parola con la esse un sussurro aspro. Il neo sulla guancia che per Flavio era una goccia di cioccolato, adesso mi sembrava solo uno sputo nero sulla guancia. A 16 anni credi così. Che tu sia speciale ed insostituibile e che una promessa sia sacra. Che nessuno potrà mai dimenticarti e che basterà riprovarci un po&#8217; per ritrovare quell&#8217;amore prodigioso che per qualche stupido motivo si sarà distratto e perso.</p>
<p>Ho rivisto Flavio la scorsa estate. L&#8217;avrei riconosciuto tra mille, lo riconoscerei tra cento anni ancora. Ordinava una birra al bar del mio stesso lido, io cercavo mia figlia per poter andare finalmente a casa. &#8221; Silvia?&#8221; La sua voce. Un coro di stelle. Che bello, mi dico, mi ha riconosciuta. Mi abbasso la maglietta per coprirmi il sedere. &#8220;Flavio, ciao&#8230;.da quanto tempo&#8221;. Mi guarda e sorride. E io, con quel sorriso, faccio subito pace col mondo, come tanto tempo fa. &#8220;Sei sempre bellissima&#8221;, mi dice emozionato. Poi indica la barista ,sollevando una mano. &#8220;Prendi qualcosa?&#8221; E sul polso noto qualcosa che mi è familiare. Un ciondolo d&#8217;oro a forma di nodo, il mio regalo per i suoi 18 anni. A 16 anni credi che alcune persone ti rimarranno dentro per sempre. Incancellabili. Indissolubili come alcuni nodi. E a volte accade.</p>
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		<title>Francesca Mazzucato, La collagista, Arkadia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/francesca-mazzucato-la-collagista-arkadia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Dec 2020 15:27:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione a cura di Martino Ciano &#8211; già pubblicata su Gli amanti dei libri Ogni incontro intenso lascia delle cicatrici. Ognuno dona all’altro un pezzo di intimità e una tessera di quel complesso mosaico che raffigura la propria identità. Mutiamo a seconda degli occhi che ci guardano. Ognuno ci ricorda in un modo diverso e, [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Recensione a cura di Martino Ciano &#8211; già pubblicata su <a href="https://www.gliamantideilibri.it/la-collagista-francesca-mazzucato/">Gli amanti dei libri</a></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni incontro intenso lascia delle cicatrici. Ognuno dona all’altro un pezzo di intimità e una tessera di quel complesso mosaico che raffigura la propria identità. Mutiamo a seconda degli occhi che ci guardano. Ognuno ci ricorda in un modo diverso e, intanto, noi ci perdiamo in questa moltitudine di personalità che seminiamo nel tempo e nello spazio. Chi siamo? Non lo sapremo mai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è quanto dirà al lettore il nuovo romanzo di Francesca Mazzucato. Un collage di emozioni su uno sfondo nero, sempre in bilico tra malinconia e indifferenza. La storia si muove tra Parigi e Zurigo, due città che hanno ospitato anche avanguardie artistiche, ma che in queste pagine sono luoghi dell’anima nei quali la protagonista assume ora i panni dell’artista, ora quelli della donna innamorata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma&nbsp;<em>La collagista&nbsp;</em>è anche un romanzo in cui l’eros si esprime attraverso la sua parte trascendentale. Il lettore sarà attratto da questa donna che cerca un “malessere ideale”, un “dolore piacevole” simile a quello che si avverte durante l’amplesso. Tutto ciò servirà alla sua creatività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pertanto, ogni collage creato dalla protagonista rievoca il ricordo di questa storia d’amore intensa, avuta con un uomo di cui mai sapremo il nome, ma di cui ci verranno forniti dei particolari che dovremo mettere insieme. E in questo puzzle, anche la protagonista è una tessera neutra, senza identità; forse perché,&nbsp;nella sua sofferenza c’è qualcosa di universale che si dona all’Essere. In fondo, si tratta di&nbsp;una sensazione che tutti hanno provato, di cui ognuno ha sentito parlare, ma che appare sempre diversa e impossibile da affrontare a chi la vive per la prima volta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Francesca Mazzucato ha una scrittura dolce e tagliente. È amante degli ossimori, sa portare a galla le contraddizioni e intorno a esse costruisce i suoi personaggi. Dialogo tra opposti, forme irregolari che si uniscono per creare un’armonia, la Mazzucato insomma racconta la “nuda vita”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E proprio il collage, che è un assemblaggio concettuale di forme comuni alle quali si imprimono nuovi significati, è qui usato come metafora della vita che ognuno attraversa senza sapere&nbsp;cosa sia realmente, fin quando non ci si spoglia e si parla il linguaggio del corpo… fin quando il corpo non si infiamma di una spiritualità erotica e primordiale.</p>
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