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	<title>Cosimo Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Profumo d&#8217;estate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Jul 2023 01:16:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e foto di Giuseppe Gervasi Cosimo aprì la porta, gli altri ancora dormivano. Fece una passeggiata sino in piazza, le osterie riaprivano dopo una notte di vino e fave indurite nel forno a legna. Vecchi osti che stancamente pulivano l’esterno e i resti di serate in compagnia di contadini, che ricercavano dentro a un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto e foto di Giuseppe Gervasi</strong></em></p>
<p>Cosimo aprì la porta, gli altri ancora dormivano. Fece una passeggiata sino in piazza, le osterie riaprivano dopo una notte di vino e fave indurite nel forno a legna. Vecchi osti che stancamente pulivano l’esterno e i resti di serate in compagnia di contadini, che ricercavano dentro a un buon bicchiere di vino, la gioia di poter sopportare i soprusi della vita di campagna e dei suoi signori.</p>
<p>La piazza lentamente si animava: gli asini portavano i finti padroni in campagna. Cosimo, nel vedere quelle immagini, ripensava ai tempi che furono. Assorto nelle sue intime riflessioni, ammirava i muri parlanti: ebbro di passato e di amore, perdeva l’equilibrio rivedendo la sua vita. A un certo punto udì una voce:</p>
<p><em>Cosimo, ma tu sei Cosimo?</em></p>
<p>Quel suono rauco ruppe l’incantesimo e Cosimo si voltò così lentamente che la voce svanì. L’uomo fermò il suo passo:</p>
<p><em>L’Argentina ha rapito il tuo corpo ma non il tuo sangue.</em><br />
<em>E voi chi siete?</em></p>
<p>Si rivolse al signore con il consueto garbo. L’uomo senza rispondere lo guardò sorridendo e con un segno della mano lo salutò e insieme al suo fido ciuccio scomparve tra le vie. Il lavoro in campagna attendeva le sue mani ruvide e non c’era tempo per discutere: il tramonto segnava le giornate.</p>
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		<title>Diventerai padre</title>
		<link>https://www.borderliber.it/racconto-diventerai-padre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jun 2023 01:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e foto di Giuseppe Gervasi Lo sguardo di Cosimo, apparentemente indurito dalle folte sopracciglia, nere come l’iride dei suoi occhi, incrociò più volte, prima furtivamente e poi in maniera sempre più esplicita, quello di Marisol, i cui occhi grandi e dolci non esprimevano malizia, mentre le forme del suo corpo sinuoso avrebbero fatto perdere [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto e foto di Giuseppe Gervasi</strong></em></p>
<p>Lo sguardo di Cosimo, apparentemente indurito dalle folte sopracciglia, nere come l’iride dei suoi occhi, incrociò più volte, prima furtivamente e poi in maniera sempre più esplicita, quello di Marisol, i cui occhi grandi e dolci non esprimevano malizia, mentre le forme del suo corpo sinuoso avrebbero fatto perdere la testa a chiunque.</p>
<p>Non ci volle molto tempo per far accadere l’inimmaginabile: quella giovane ragazza argentina aveva regalato a Cosimo la sua vita. Il suo corpo, appena sfiorato dalle carezze e dal pensiero di poter amare per sempre, trovò rifugio in un altro corpo, giovane come il sentimento appena nato. La vita di entrambi cambiò, grazie a un sì indissolubile: racchiuso in una foto in bianco e nero, che nella pancia di un lontano comodino avrebbe fatto compagnia a una strana agenda di colore verde.</p>
<p>“Diventerai padre, sei felice?”</p>
<p>Cosimo per un attimo perse il respiro, si stropicciò gli occhi e dopo un breve sussulto del capo con voce tremante rispose:<br />
“Sono felice, finalmente se Dio vorrà e se tu lo vorrai ricorderò mio padre”.<br />
“Potrai ricordarlo, nel mio ventre batte il cuore di Giuseppe: tuo figlio.”</p>
<p>Marisol e sua madre Anna di nascosto poggiavano gli sguardi sul volto disteso di Cosimo. Era da tempo che non si sentiva così felice. Del resto, la vita gli aveva regalato poche gioie. Pochissime rispetto ai sacrifici fatti: la contentezza per un raccolto di olive tale da garantire il gustoso condimento per un paio d’anni alla sua famiglia, una vendemmia che diventava festa di ruga il giorno di San Martino, la frescura di un bagno nel ruscello in un torrido pomeriggio d’estate o il sapore dolce di un fico bianco assaporato all’ombra di un albero.</p>
<p><em>Immerso nei pensieri,</em><br />
<em>felice come non mai,</em><br />
<em>lascia andare il suo desiderio</em><br />
<em>e la speranza</em><br />
<em>di poter un giorno</em><br />
<em>accarezzare quella foto sbiadita dal tempo</em><br />
<em>in un cimitero di paese,</em><br />
<em>che guarda il mare.</em></p>
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		<title>Un&#8217;immagine ci parla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Jun 2023 01:39:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e foto di Giuseppe Gervasi I ricordi erano improvvisi e quando un profumo o un suono inaspettatamente avvolgeva Cosimo, iniziava il peregrinare del suo pensiero: esule e abbandonato. Quanti ricordi portati oltre l’Atlantico&#8230; I diversi dialetti, i canti, i suoni, le feste popolari e della cultura religiosa, ricreavano in Argentina momenti di gioia in [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto e foto di Giuseppe Gervasi</strong></em></p>
<p>I ricordi erano improvvisi e quando un profumo o un suono inaspettatamente avvolgeva Cosimo, iniziava il peregrinare del suo pensiero: esule e abbandonato. Quanti ricordi portati oltre l’Atlantico&#8230; I diversi dialetti, i canti, i suoni, le feste popolari e della cultura religiosa, ricreavano in Argentina momenti di gioia in comune, dove la memoria non lo sorprendeva all’improvviso e per questo faceva meno male. Eventi in cui anche i sorrisi erano limitati.</p>
<p>Un pudore eccessivo, come se ridere troppo avrebbe significato mancare di rispetto a tutto ciò che rimaneva nei paesi d’origine. Assaporare per una giornata piccoli frammenti di quella natìa visione, alimentava la voglia di ritorno. Anche Cosimo e Anna, come tutti gli emigranti calabresi, nelle loro valigie si erano portati dietro i propri santi e le loro tradizioni.</p>
<p>Nella casa dove vivevano, l’immagine dei Santi Medici appesa alla parete e quella foto dell’amato paese sul comodino rappresentavano quel legame religioso e affettivo che il tempo non avrebbe mai reciso. Simboli di riconoscimento e autodifesa della propria identità in un luogo dove riconoscersi e difendersi dalla perdita della memoria significava vivere per non morire.</p>
<p>Ogni anno, mentre le giornate di settembre si accorciavano e solo il buio serale nascondeva la luce agli sguardi, nella città di La Plata della grande provincia di Buenos Aires si esponeva un quadro portato in Argentina da emigranti di Bovonghè: un piccolo paese di Calabria. Fu la prima festa religiosa italiana della città, così sentita da attirare e coinvolgere subito migliaia d’italiani. Cosimo vi partecipava ogni anno insieme alla madre: era il momento giusto per socializzare e ammirare le ragazze. Tra esse non fu difficile notare una giovane fanciulla, Marisol, che divenne oggetto di sguardi veloci e speranzosi da parte del giovane italiano in cerca dell’occasione giusta per poterla conoscere.</p>
<p>Del resto, come avrebbe potuto non notare la bellezza del suo volto in cui le labbra carnose, gli occhi grandi, scuri e profondi s’incastonavano perfettamente nell’ovale di un viso dalla pelle resa ambrata dal sole argentino, formando coi lunghi capelli biondi un contrasto apparente ma che, invece, nell’armonia delle forme e dei colori, la rendevano un’irresistibile mescla. I tavoli vicini, la madre di lei con Anna, una tenera amicizia appena nata e Cosimo iniziava a provare quel sentimento folle e meraviglioso al tempo stesso: l’amore.</p>
<p><em>Quando s’inizia ad amare</em><br />
<em>tutto cambia,</em><br />
<em>tutto diventa leggero,</em><br />
<em>anche il nulla.</em></p>
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		<title>Aquanesci e Calisà</title>
		<link>https://www.borderliber.it/aquanesci-calisa-racconto-gervasi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 May 2023 01:03:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e foto di Giuseppe Gervasi Anna ascoltava le parole del figlio con un disappunto appena celato da un’espressione del viso rugoso resa quasi impenetrabile. Sopra il vestito nero, come sempre, la foto del marito all’altezza del petto, stretta tra le maglie di una catenina eternamente al collo. Come ogni sera, avrebbe tolto il fazzoletto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto e foto di Giuseppe Gervasi</strong></em></p>
<p>Anna ascoltava le parole del figlio con un disappunto appena celato da un’espressione del viso rugoso resa quasi impenetrabile. Sopra il vestito nero, come sempre, la foto del marito all’altezza del petto, stretta tra le maglie di una catenina eternamente al collo. Come ogni sera, avrebbe tolto il fazzoletto dalla testa per sciogliere i capelli lunghi, ondulati e brizzolati, solo un attimo prima di andare a letto.</p>
<p>“Oh, ma&#8217;. Qui non c’è niente per noi. Non c’è futuro, non c’è lavoro, non ci sono speranze. Dobbiamo partire, andare a cercare una vita nuova, lontano da qui, voglio almeno sperare in un futuro diverso”.<br />
“Figlio mio, ti sembra facile? Pensi che sia semplice abbandonare quel poco che abbiamo e partire per una terra lontana? Come facciamo?”.<br />
“Ma&#8217;, non abbiamo scelta. Vi prego, non mi fate pesare di più la sofferenza che mi porto dentro da troppo tempo, abbiamo diritto a una vita diversa. Sarà difficile, lo so. Soprattutto i primi tempi, ma almeno un tentativo lo dobbiamo fare. Stanno partendo tutti, questo paese si sta spopolando, non rimarrà più nessuno perché nessuno potrà sopportare un futuro fatto di miseria e stenti. Venite con me”.<br />
“E che ti devo dire, figlio? Da quando tuo padre non c’è più ho solo te. Partiamo. E che Dio ci aiuti”.</p>
<p>Il lumino a olio si spense pochi secondi dopo, lasciando ai due solo il buio che, prima di prendere sonno, li avrebbe accompagnati nei propri pensieri. Cosimo non avrebbe più percorso per molto tempo quella strada di terra e ciottoli sparsi per la stretta carreggiata che dal bivio di Acquanesci conduceva a Calisà.</p>
<p>Non avrebbe pianto per la polvere che era costretto a respirare dietro al suo amato ciuccio, e non avrebbe mai più litigato per decidere chi sarebbe salito per primo in groppa. Non avrebbe più rivisto il verde dei prati che abbracciava l’azzurro del cielo, nelle prime ore del mattino di un’afosa giornata d’estate. Il luogo dove suo padre e sua madre avevano trascorso gran parte delle giornate, col tempo scandito dai ritmi della cultura agricola: nel mese di giugno il grano, a settembre la vendemmia e poi la raccolta delle olive.</p>
<p>Sotto la grande quercia si consumava il gustoso e semplice pranzo e nella vecchia dimora di pietra si veniva premiati ogni notte dal tanto atteso riposo. Le secche sterpaglie e i frutti selvatici, nell’attesa di un ritorno, avrebbero ricoperto ogni cosa e attirato l’ira del fuoco. Quante giornate trascorse nel caldo soffocante d’estate, affievolito dai piedi nudi immersi nel piccolo ruscello che costeggiava il canneto, badando bene a evitare i morsi dei granchi. E poi il freddo d’inverno, che il fuoco acceso del camino rendeva sopportabile.</p>
<p>L’aria piena di stelle che presto sarebbe stata oscurata dalle nubi. Questi erano i pensieri della madre che avrebbe voluto portare in Argentina quei luoghi e quelle sensazioni che mai più avrebbe rivisto e provato.</p>
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