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	<title>Comunicazione Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Campo Sant&#8217;Agnese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Sep 2025 21:34:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Campo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Campo Sant&#8217;Agnese&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una foto di Stefania Manzi «Finalmente una panchina!» Benedetta afferra la mano di Federico, suo marito, trascinandolo come un peso morto. Lui si sfila lo zaino dalle spalle, lo lascia cadere sul legno rosso e umido. Si siedono, quasi si lasciano cadere anche loro, stanchissimi. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Campo Sant&#8217;Agnese&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una foto di Stefania Manzi</strong></p>
<p>«Finalmente una panchina!» Benedetta afferra la mano di Federico, suo marito, trascinandolo come un peso morto. Lui si sfila lo zaino dalle spalle, lo lascia cadere sul legno rosso e umido. Si siedono, quasi si lasciano cadere anche loro, stanchissimi.</p>
<p>Lei si accende una sigaretta: «Campo Sant’Agnese, bellino qui, no?» dice leggendo la targa sul muro scrostato di una palazzina bassa alla loro destra.<br />
Federico si guarda intorno: «Mah, non direi. Un po’ anonimo».</p>
<p>La piazza è delimitata dalla facciata laterale della chiesa intitolata alla santa; al centro, una vera da pozzo in pietra d’Istria, con la copertura stondata in metallo opaco. Benedetta stende le gambe, si massaggia le cosce. Si alza, si avvicina al pozzo, ci gira intorno, accarezzando la pietra bianca: «C’è una figura di donna in rilievo, sarà la santa. Sicuramente matta come tutte le altre, anoressica o schizofrenica».</p>
<p>Federico prende il cellulare: «Vediamo cosa dice Wikipedia: “Subì il martirio durante la persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano, all’età di dodici anni”…»<br />
Benedetta si appoggia alla struttura esagonale, il suo sguardo scivola sulle pareti della chiesa: mattoni rossastri in cotto, nessun abbellimento particolare, qualche archetto cieco: «Sembra una casa di campagna,» commenta, senza ricevere risposta da lui «tipo quella dove abbiamo fatto il Capodanno nel… che anno era?»</p>
<p>Ma Federico sta continuando a leggere: «La chiesa fu costruita a cavallo tra il X e l’XI secolo…», per lei solo un movimento di labbra senza suoni.<br />
Benedetta torna a sedersi: «Abbiamo ancora i biscotti comprati nel Ghetto?»<br />
Lui posa il cellulare, estrae dallo zaino il sacchetto di carta della pasticceria e glielo porge.<br />
«Guarda là» gli dice lei, con la bocca piena, indicando una giovane coppia sulla panchina dall’altra parte del campo.<br />
I due se ne stanno aggrovigliati l’uno all’altra, le labbra incollate come se non avessero bisogno di respirare, le mani a frugarsi sotto i giubbotti.<br />
Federico rimane in silenzio, le spalle contro la panchina, le braccia distese sullo schienale, come in una crocifissione improvvisata.<br />
Benedetta si pulisce dalle briciole che le si sono appiccicate addosso: «Vabbè… Senti, i biscotti li finisco o ne vuoi uno anche tu?»</p>
<p>Il marito le fa cenno di no con la testa, ha di nuovo gli occhi dentro il display del telefono.<br />
Una donna, proveniente dal sotoportego su uno dei lati della piazza, passa loro davanti. Porta al guinzaglio un cane, al quale manca una zampa. L’animale salterella e scodinzola, nonostante l’handicap.</p>
<p>«Sembra felice» dice Benedetta, mentre manda giù l’ultimo boccone già mezzo sbriciolato.<br />
«Il cane o la coppia?» ribatte lui, con tono apatico.<br />
«Il cane, la coppia, pure i gabbiani che stanno beccando nel cestino dell’immondizia. Tutti tranne noi».<br />
«L’idea di Venezia è stata tua. A me ‘sta città mi fa cagare, è un circo per turisti e l’aria è irrespirabile. E poi dovevo finire una relazione al lavoro, ma ovviamente per te non è importante».<br />
Benedetta sospira: «Fosse solo il lavoro&#8230; Comunque qui intorno non vedo turisti. Solo i due pomicioni laggiù e questo albero secco. Magari in primavera ci sono i fiori»<br />
«Ho una app per riconoscere le piante» dice puntando la fotocamera.<br />
Lei si alza di nuovo, si avvicina all’arbusto spoglio: «Sei preciso solo quando ti fa comodo… Questi rami non ti sembrano, che ne so, artigli o delle braccia ossute? Metti via il cellulare per una volta».<br />
Federico, senza battere ciglio, prende lo zaino e si rimette in piedi: «Siamo alle solite, con te è impossibile parlare. Tu sei l’artista e io invece quello noioso. Torniamo in albergo, sono stanco e inizia a fare freddo».</p>
<p>Benedetta dà un’ultima occhiata al campo, una scacchiera grigia e verde: tra i <em>masegni</em> ciuffi di erba che l’autunno non ha ancora inaridito.<br />
Nel silenzio, d’improvviso si sentono suonare le campane. Lei alza gli occhi e solo in quel momento nota il campanile a vela che incornicia un pezzo di cielo rosa-azzurro.<br />
Federico sta cercando sul navigatore la strada per rientrare: «È lontano, quanto cazzo abbiamo camminato da stamattina?»<br />
«E se non guardassimo la mappa? Magari basta tornare sui nostri passi» si ferma, cercando le parole giuste «e tutto si sistema».<br />
Lui non la ascolta nemmeno, sta già studiando il percorso.</p>
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		<title>Tutti gli indirizzi perduti</title>
		<link>https://www.borderliber.it/tutti-gli-indirizzi-perduti-ciurleo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 May 2025 22:01:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ciurleo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Fallire]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Valentina Ciurleo ispirato dalla lettura di &#8220;Tutti gli indirizzi perduti&#8221; di Laura Imai Messina, Einaudi. In copertina una foto dell&#8217;autrice &#8211; Sono lettere in cui è leggibile sia l’indirizzo del mittente che del destinatario, oppure non è stato proprio scritto. &#8211; Se lo sono dimenticato? &#8211; Forse…o lo hanno intenzionalmente omesso. &#8211; E [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Valentina Ciurleo ispirato dalla lettura di &#8220;Tutti gli indirizzi perduti&#8221; di Laura Imai Messina, Einaudi. In copertina una foto dell&#8217;autrice</strong></p>
<p><em>&#8211; Sono lettere in cui è leggibile sia l’indirizzo del mittente che del destinatario, oppure non è stato proprio scritto.</em><br />
<em>&#8211; Se lo sono dimenticato?</em><br />
<em>&#8211; Forse…o lo hanno intenzionalmente omesso.</em><br />
<em>&#8211; E allora a chi scrivono?</em><br />
<em>&#8211; A qualcuno che c’è …ma di cui non sanno l’indirizzo.</em><br />
<em>&#8211; Sentono così forte il bisogno di comunicare con quella persona, così forte che scrivono anche se non hanno più l’indirizzo.</em></p>
<h3>Nel centimetro scritto di tutti gli indirizzi perduti</h3>
<p>Lettere mai scritte, lettere mai arrivate. Quante volte abbiamo pensato di scrivere a una persona e non abbiamo trovato il coraggio di farlo. Investire nella comunicazione non è semplice, che sia comunicazione orale, scritta o gestuale. Nella comunicazione verbale ci sono persone ben predisposte al dialogo e, se non curano questo aspetto, sentono cadere ogni azione propositiva.</p>
<p>Nel parlarsi c&#8217;è un messaggio certo, un suono che arriva dritto alla nostra consapevolezza. Nella scrittura abbiamo un modo di comunicare diverso, ben preciso e costruito. Siamo nel dito che digita sulla tastiera di un computer, sul display di un cellulare oppure, con una forma più semplice ma, di maggior importanza, con carta e penna. Scrivere richiede tempo, necessita di quel desiderio impellente che si accosta alla mente e si traduce in impulso a scrivere in prossimità dell’altro come forma di interesse oltre che di presenza.</p>
<p>La scrittura rimane nel gesto e nella consapevolezza; una lettera è custodia di un tempo che non esiste più ma che possiamo recuperare in questo andamento veloce e riduttivo. Nel modo di comunicare, trasmettiamo emozioni, sensazioni, atteggiamenti, veicolano valori e storie; ancora, creiamo legami, trasformiamo incontri in vere e proprie relazioni. La comunicazione è così una dinamica sociale molto delicata, con conseguenze di ampia portata.</p>
<p>L’importanza di comunicare con lo “sguardo” che ormai si è persa, perché sostituita dai post che è attualmente il modo più veloce per comunicare con il pubblico virtuale. L’abitudine di scrivere o ricevere messaggi virtuali crea una posizione di comodo: visualizzare e non rispondere, prendere tempo e rimandare. Si sceglie una gif animata per mandare auguri e questo confeziona un messaggio che non è della persona, ma è la risultanza di un “copia e incolla”.</p>
<p>Mi chiedo dove sia la vera posizione, la capacità di confessare l&#8217;inconfessabile, la forza di resistere all’indifferenza. Il nostro corpo si attiva nella presenza dell’altro e nessuna tecnologia potrà mai sostituire questo. Tante incomprensioni e devianze comunicative si stanno creando per la perdita di una comunicazione concreta, efficace e costruttiva e aggiungo anche “rispettosa”. Il dialogo è qualcosa che va curato, alimentato e gestito nella considerazione, in una prospettiva di crescita emotiva e collettiva.</p>
<p>Concludo con una frase del sociologo <strong>Zygmunt Bauman: </strong><em>Il fallimento di una relazione è quasi sempre un fallimento di comunicazione. </em></p>
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		<title>La grande fabbrica delle parole: una favola sulla comunicazione</title>
		<link>https://www.borderliber.it/fabbrica-parole-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Dec 2024 23:03:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;La grande fabbrica delle parole&#8221;, Terre di mezzo editore, Milano 2024. Agnès de Lestrade (autrice), Valeria Docampo (illustratrice), Rita Dalla Rosa, Sara Ragusa e Eleonora Armellini (traduttrici) Per festeggiare i suoi primi 30 anni di vita, la casa editrice milanese Terre Di Mezzo ha riproposto la traduzione dell’albo illustrato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;La grande fabbrica delle parole&#8221;, Terre di mezzo editore, Milano 2024. Agnès de Lestrade (autrice), Valeria Docampo (illustratrice), Rita Dalla Rosa, Sara Ragusa e Eleonora Armellini (traduttrici)</strong></p>
<p>Per festeggiare i suoi primi 30 anni di vita, la casa editrice milanese <strong>Terre Di Mezzo</strong> ha riproposto la traduzione dell’albo illustrato <strong>&#8220;La grande fabbrica delle parole&#8221;</strong> scritto dall’autrice francese <strong>Agnès de Lestrade</strong> ed illustrato dalla disegnatrice argentina <strong>Valeria Docampo</strong>. L’opera era apparsa in lingua originale in <strong>Belgio</strong> nel 2009 e <strong>Terre di Mezzo</strong> l’aveva già tradotta nel 2010.</p>
<p>Una volta, in un paese, ciò che dovrebbe caratterizzare l’uomo nella sua essenza, le parole, non erano appannaggio di tutti. Prova ne era la presenza di una fabbrica che le produceva e che le metteva a disposizione dietro compenso: “In questo strano paese, per poter pronunciare le parole bisogna comprarle ed inghiottirle”.</p>
<p>Ciò le rendeva non un bene democratico, bensì oligarchico, per chi poteva permettersele. Anche perché “Ci sono parole più care di altre. Non si pronunciano spesso, a meno di non essere ricchissimi. Nel paese della grande fabbrica, parlare costa molto”. Ciò costituisce in linea di principio una grande ingiustizia, in quanto la capacità di ciascuno di esprimersi liberamente e al meglio dipenderebbe dai soldi che possiede non dalla propria personalità:<strong> la parola sarebbe un merce che si può acquistare come le altre.</strong></p>
<p>Siccome però essa non è mai neutrale, possiamo dire che in un paese come quello raccontato nel nostro albo, non tutti possono arrivare dove vorrebbero con il linguaggio verbale.</p>
<p>Se allora il povero <strong>Philéas</strong> si innamora della bella <strong>Cybelle</strong>, ma per dichiararsi alla sua amata può disporre solo delle parole che ha potuto trovare <strong>“ciliegia, polvere, seggiola”</strong> sarà destinato a soccombere, di fronte al suo contendente Oscar? Quest’ultimo, infatti, in quanto ricco, avrà sicuramente più opportunità di conquistare la fanciulla, potendo disporre dei termini adeguati per una dichiarazione d’amore con i fiocchi: “Ti amo con tutto il cuore, mia Cybelle. Un giorno, lo so, noi ci sposeremo”.</p>
<p>Non rivelerò come vada a finire questa storia. Voglio invece dire cosa essa ci si insegna: <strong>essa ci mostra che il tentativo di una società di controllare la comunicazione verbale</strong> e dunque di manipolare le persone, non tiene conto di un fattore fondamentale, ovvero del fatto che non è possibile prevedere le reazioni degli altri e i loro sentimenti.</p>
<p>E così, una dichiarazione in pompa magna può restare lettera morta, mentre <strong>“ciliegia, polvere, seggiola”</strong> possono sortire un effetto imprevedibile, se dette con il cuore e se l’altra persona è complementare a chi le pronuncia. La storia insegna pure che spesso le persone timide ed insicure come Philéas, non hanno meno degli altri e più che le loro parole, conta il loro cuore. Con il cuore, anche usando le parole recuperate dalla spazzatura, è possibile conquistare chi si vuole.</p>
<p>In questa edizione speciale troviamo anche le testimonianze dell’illustratrice e dell’autrice che ci raccontano come sia nato il loro albo. Le illustrazioni sono davvero belle, nelle forme e nei colori, mettono in evidenza tutta la tenerezza tra <strong>Cybelle</strong> e <strong>Philéas</strong>; soprattutto il rosso è usato con saggezza a commentare l’amore che giunge dal ragazzo alla ragazza mediante le tre parole magiche, seppur sottovalutate “ciliegia, polvere, seggiola”, ma anche l’amore che lei ricambia con linguaggio non più verbale ma gestuale, con un bacio.</p>
<p>Non a caso il bacio ritorna anche in copertina, anch’essa rossa. Perché le parole da sole sono inflazionate, se mancano i gesti che le accompagnano, le inverano, le realizzano.</p>
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		<title>Sospensioni. La convivenza silenziosa invecchia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/sospensioni-la-convivenza-silenziosa-invecchia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jun 2022 02:03:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Ippolita Luzzo Il silenzio amplifica i suoni. La cialda del caffè nella Lavazza Blue deflagra.Sboom&#8230;Cade giù e io aspetto che diventi rosso il tondo per girare e &#8230; e  bermi il nero e schiumoso ristretto.Lui è sul divano, dorme. Di giorno si dorme. Il silenzio ora è rotto dai tasti, un rumore inquietante, anche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Di Ippolita Luzzo</strong></em></p>
<p>Il silenzio amplifica i suoni. La cialda del caffè nella Lavazza Blue deflagra.<br aria-hidden="true" /><em>Sboom&#8230;</em><br aria-hidden="true" />Cade giù e io aspetto che diventi rosso il tondo per girare e &#8230; e  bermi il nero e schiumoso ristretto.<br aria-hidden="true" />Lui è sul divano, dorme. Di giorno si dorme. Il silenzio ora è rotto dai tasti, un rumore inquietante, anche i tasti deflagrano, risuonano cupi in un martellare inchiodante e inutile. Spariti i tempi di quando il pigiare era una vera comunicazione, le tante e le molte delusioni hanno reciso il suono umano, lasciando i tasti a risuonare da soli un&#8217;eco lontana.<br aria-hidden="true" />Il tavolo è ingombro di fogli, qui, in cucina nessuno&#8230; lo specchio del bagno rimanda una ruga che non possedevo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/sospensioni-la-convivenza-silenziosa-invecchia/">Sospensioni. La convivenza silenziosa invecchia</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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