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	<title>Campana Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Canti Orfici di Dino Campana: lo stile di un immortale maledetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 07:54:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Pasquale Ciaccio ci parla dei Canti Orfici di Dino Campana. In copertina un&#8217;immagine rielaborata con l&#8217;intelligenza artificiale Dino Campana nasce a Marradi, in provincia di Firenze, nel 1885. Frequenta le scuole a Faenza e a Torino. Si iscrive a alla Facoltà di Chimica ma non concluderà gli studi. Verso il 1900 iniziano i primi segnali [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div data-olk-copy-source="MessageBody"><strong>Pasquale Ciaccio ci parla dei Canti Orfici di Dino Campana. In copertina un&#8217;immagine rielaborata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></div>
<div data-olk-copy-source="MessageBody">
<p style="text-align: left;"><strong>Dino Campana</strong> nasce a <strong>Marradi, </strong>in provincia di Firenze, nel 1885. Frequenta le scuole a Faenza e a Torino. Si iscrive a alla <strong>Facoltà di Chimica</strong> ma non concluderà gli studi. Verso il 1900 iniziano i primi segnali di squilibrio mentale che lo allontanano dalla famiglia portandolo a condurre un vita errabonda. Viene arrestato più volte e anche internato in manicomio. Frequenti sono i suoi viaggi all&#8217;estero fra il 1903 e il 1918: in Europa, in Russia e in sud America. Per mantenersi svolge i lavori più disparati: pianista di bordello, manovale, sterratore, pompiere e persino suonatore di triangolo.</p>
<p>L&#8217;opera principale di Dino Campana? <strong>Canti Orfici</strong><em>,</em> il cui manoscritto viene consegnato a <strong>Giovanni Papini</strong> e ad <strong>Ardengo Soffici</strong>, direttori della rivista &#8220;<strong>Lacerba</strong>&#8220;. Il manoscritto viene perso da quest&#8217;ultimo e sarà ritrovato solo negli anni &#8217;70. Il poeta non si perde d&#8217;animo, lo riscrive a memoria e lo pubblica a sue spese nel 1914 col titolo di <strong>Canti Orfici, </strong>anche se il titolo originario era &#8220;<strong>Il più lungo giorno</strong>&#8220;. Ha una difficile relazione con la scrittrice <strong>Sibilla Aleramo</strong>, ma nel 1918 viene rinchiuso in manicomio dove resterà fino alla morte, avvenuta nel 1932 per una setticemia.</p>
</div>
<p style="text-align: left;" data-olk-copy-source="MessageBody">Questo grande poeta, senz&#8217; altro da considerare ai massimi vertici del Novecento per il linguaggio assolutamente lirico pieno di immagini straordinarie, viene considerato da alcuni un &#8220;<strong>poeta visionario</strong>&#8220;, mentre da altri &#8220;<strong>poeta visivo</strong>&#8220;, in quanto esprime una poesia ricca di simbolismo e di espressionismo. <strong>Dino Campana</strong> è l&#8217;artista italiano che più di tutti esprime quel filone di poeti cosiddetti &#8220;maledetti&#8221;, cioè disadattati, non in armonia con il loro tempo, anche se cercò d&#8217;integrarsi nel proprio ambiente.</p>
<p style="text-align: left;" data-olk-copy-source="MessageBody">La follia di cui era affetto non si può però considerare la causa della poesia, bensì tutto il contesto della sua epoca, priva di valori effettivi come il primo Novecento, pensiamo alla &#8220;<strong>Morte di Dio</strong>&#8221; di <strong>Nietzsche</strong>. Il titolo <strong>Canti Orfici</strong> è dato dall&#8217;aggettivo che esprime una poesia misteriosa, che s&#8217;identifica con <strong>il tutto</strong> e quindi come <strong>verità</strong>. Poesia visiva, per l&#8217;appunto, che è la definizione più adatta per i suoi componimenti, perché i versi nascono da singole o brevi percezioni, da profumi, da suoni, immagini mentali, ideali, frutto della sua fantasia.</p>
<p style="text-align: left;" data-olk-copy-source="MessageBody"><strong>Ecco alcuni esempi:</strong></p>
<p style="text-align: left;" data-olk-copy-source="MessageBody"><em>Pensare nel languore/Catastrofi lontane/mentre colle sue antenne e le sue luci un grande/Cimitero il tuo porto</em></p>
<p style="text-align: left;" data-olk-copy-source="MessageBody"><em>In un momento/sono sfiorite le rose/i petali caduti/perché io non potevo dimenticare le rose/col nostro sangue e colle nostre lacrime facevamo le rose/che brillavano un momento al sole del mattino</em></p>
<p style="text-align: left;" data-olk-copy-source="MessageBody"><em>Acqua di mare amaro/ che esali nella notte/ verso le eterne rotte/ il mio destino prepara/ mare che batti come un cuore stanco/ violentato dalla voglia atroce/ di un Essere insaziato che si strugge&#8230;</em></p>
<p style="text-align: left;" data-olk-copy-source="MessageBody"><strong>Anche il viaggio è uno dei temi preminenti in i Canti Orfici </strong>di<strong> Dino Campana.</strong> Viaggio sia reale che onirico come quelli in Argentina o in città italiane quali Faenza, Firenze, Genova e Bologna.</p>
<p style="text-align: left;" data-olk-copy-source="MessageBody"><strong>Ecco alcuni versi in cui appaiono città fantastiche:</strong> <em>Noi vedemmo sorgere nella luce incantata/una bianca città addormentata/ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti/Nel soffio torbido dell&#8217;equatore</em>.</p>
<p style="text-align: left;" data-olk-copy-source="MessageBody"><strong>E che dire anche dei temi quali il buio, la notte:</strong> <em>Chi le taciturne porte/guarda che la notte/ ha aperto sull&#8217;infinito?</em></p>
<p style="text-align: left;" data-olk-copy-source="MessageBody">Nella notte, per il poeta, emerge il mistero che si celebra o si chiarisce. In conclusione per <strong>Dino Campana</strong> la poesia ha una natura &#8220;visiva&#8221; non visionaria, che è altra cosa, e orfico assume il significato che la poesia è divina, misteriosa. Egli nelle proprie riflessioni scriveva: &#8220;<strong>Ad ogni poesia fare un quadro</strong>&#8220;. Figure e suoni prima che diventano parole.</p>
<div class="x_default-style"></div>
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		<title>Ricordi di suoni e di luci di Renato Martinoni</title>
		<link>https://www.borderliber.it/ricordi-di-suoni-e-di-luci-di-renato-martinoni-barettini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jul 2025 22:01:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Campana]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Strega]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Alessio Barettini. &#8220;Ricordi di suoni e di luci&#8221; di Renato Martinoni, Manni edizioni Dino Campana, il poeta folle, visionario, dimenticato e straordinario della letteratura italiana, è il protagonista di questo romanzo che intende sistematizzare, ordinare il caos della sua memoria raccontando il caos della sua mente. Restituire giustizia, insomma, riportare sotto le luci, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Alessio Barettini. &#8220;Ricordi di suoni e di luci&#8221; di Renato Martinoni, Manni edizioni</strong></p>
<p>Dino Campana, il poeta folle, visionario, dimenticato e straordinario della letteratura italiana, è il protagonista di questo romanzo che intende sistematizzare, ordinare il caos della sua memoria raccontando il caos della sua mente. Restituire giustizia, insomma, riportare sotto le luci, Dino Campana dalla vita complessa, ingannato, odiato, incompreso e segregato. Tutto avviene in modo didascalico, dichiarato, in controtendenza con la sua poesia centrifuga, che sfugge a ogni incasellamento.</p>
<p>Il personaggio di questa triste storia vive nel tempo, come fanno quasi tutti, e al di là del tempo, come succede ai poeti. Qualcuno pensa che è fuori di testa e forse ha ragione. È un uomo intelligente e sa di esserlo. Molto ha letto e molto ha viaggiato. I baffi e i capelli crescono incolti: simili a quelli dei barbari. La fronte è alta, i capelli castani, il naso breve e largo, i denti forti e sani. (…) Lo sguardo è assente e malinconico, a volte perso, rivolto chissà dove, verso qualcosa che deve essere vicino, molto vicino, oppure lontano, molto lontano: forse verso il nulla, indice di una cattiva salute mentale.</p>
<p>Così seguiamo Dino Campana lungo i suoi viaggi, capitolo dopo capitolo, ognuno dei quali inizia con due aggettivi che esprimono il pensiero del poeta su quel luogo. Siamo tra il 1915 e il 1918, la guerra è onnipresente come nemica della poesia, come nemica di Campana, che in guerra non ci va, e tutti lo sanno, a Marradi, che è strambo. La narrazione oscilla a lungo fra un Campana in società, ritratto negli anni della guerra a urlare “W il Kaiser” e irriso dai suoi contemporanei, e la sua interiorità di poeta, che quasi nessuno sa vedere, condannandolo così a un progressivo deterioramento della sua situazione.</p>
<p>Le sue parole sulla poesia, in controluce, mostrano un&#8217;idea, una normalità, creano forte contrasto con chi non sa vedere, la miope società del tempo, inadatta alla voce di poeti oltraggiosi, folle senza saperlo. La prima parte del libro ci presenta un poeta alla deriva, preda della Fata Verde, l&#8217;assenzio, dell&#8217;odio per il mondo e amato solo da qualche donna che lo avvicina colpita dalle sue stranezze o dalla sua poesia, che sono in fondo la stessa cosa.</p>
<p>Nella seconda e nella terza parte di <strong>&#8220;Ricordi di suoni e di luci&#8221;</strong>, chiamate <strong>La fata bianca e La fata rossa</strong>, siamo fra l&#8217;Emilia Romagna e la Toscana, cioè nelle zone di nascita del poeta, e il Piemonte Lo troviamo nella medesima condizione, le parole del narratore sono chiare e inequivocabili, quando entrano a farci vedere quello che vuole:</p>
<p><em>Quando è sobrio, il nostro personaggio è mite e riservato. O, per meglio dire, lo è stato fin verso i diciott&#8217;anni. Poi, pur restando timido e diffidente, si è fatto ombroso e pronto agli scoppi d&#8217;ira. Specie se qualcuno lo provoca o se ha bevuto troppo, come succede quasi sempre.</em></p>
<p>Gli anni precedenti, quelli del viaggio in Sudamerica, quelli dei Canti orfici, sono solamente ricordati, per contrasto, con questi anni di asocialità, di rabbia, di alcoolismo e follia crescente. Qui i pochi rapporti umani sono ancora costellati di incontri con donne che lo hanno amato o che hanno provato ad amarlo, e compare la figura della madre, che se ad amarlo ci ha provato, non ci è mai particolarmente riuscita. Sono pagine in cui si consolida l&#8217;immagine della sofferenza e della solitudine, nonostante la storia d&#8217;amore con Samia potrebbe avergli fatto presagire un esito felice.</p>
<p>La sofferenza trova il suo spazio per attecchire nella vena poetica ormai prosciugata da un tempo bastardo e dalla considerazione invidiosa del mondo letterario, il cui celebre episodio dello smarrimento, o meglio del furto, del suo manoscritto, viene citato più volte ma sempre in filigrana, mai raccontato esplicitamente, più spesso riportato alla luce dalla voce di Campana, che sulla società letteraria ha deciso di metterci una pietra sopra, rimanendo sfortunatamente distante per sempre dalla sua stessa idea di poesia, fino a dimenticarsene del tutto.</p>
<p><em>La poesia è perduta per sempre. L&#8217;ha voluta, con tanta fatica. L&#8217;ha trovata. O forse, crede ora, si è solo illuso di averla incontrata. Poi non è più riuscito a vederla. Anche se l&#8217;ha cercata con tutte le forze. Mettendoci la sua vita. Nei vicoli dei porti. Sulle acque del mare. In mezzo ai fuochi magici delle lucciole e quelli fatui dei cimiteri. Sui campi. Nei boschi. Tra le rocce.</em></p>
<p>Questo accade, in Ricordi di suoni e di luci, nell&#8217;ultima parte, che descrive la vita di Dino Campana chiuso nel manicomio di San Salvi. Qui Campana ci entra con rabbia, non senza scalciare, fino a ridiventare feto, bozzolo, innocuo a tutto e a sé stesso, sempre più rassegnato a morire, in solitudine, nella calma di una voce interiore che finisce per accoglierlo e lasciargli vivere gli ultimi anni lontano dagli eccessi precedenti. Gli ultimi anni volano via in poche pagine, i tentativi rozzi degli psichiatri sullo sfondo non possono arrestare il processo di deterioramento che scorre velocissimo a mostrare che altre vie non sarebbero, nel suo caso, state possibili.</p>
<p>«L&#8217;amore è pura follia», replica brusco l&#8217;ospite, mentre fissa la luna che sale sopra i poggi circondata da fumi color zolfo: «Così come la guerra è follia». E dopo un breve silenzio aggiunge: «L&#8217;amore è come la guerra».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Fioriture invernali. Campana e gli ossimori del nostro tempo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/fioriture-invernali-campana-recensione-gagliardi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Feb 2025 23:01:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;Fioriture invernali&#8221; di Luca Campana, Interno Libri, 2021 “Distilli oro dalla polvere, custodisci/il sapore di un tempo a venire/come un miele stipato nell’inverno” Luca Campana Fioriture invernali è una raccolta di poesie che Luca Campana ha pubblicato nel 2021 con la casa editrice Interno Libri. Luca è un mio [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;Fioriture invernali&#8221; di Luca Campana, Interno Libri, 2021</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>“Distilli oro dalla polvere, custodisci/il sapore di un tempo a venire/come un miele stipato nell’inverno” </em><br />
<em>Luca Campana</em></p>
<p><strong>Fioriture invernali</strong> è una raccolta di poesie che Luca Campana ha pubblicato nel 2021 con la casa editrice<strong> Interno Libri</strong>. Luca è un mio collega e so quanto valga sia come italianista che come scrittore. Il libro che oggi racconto non è recentissimo, ma un libro è per sempre, e non solo di quando lo scrittore lo scrive, ma anche di quando il lettore lo legge.</p>
<p>Io lo avevo già letto, ma solo durante gli ultimi mesi ne ho sentito l’urgenza: il suo titolo mi sembrava parlasse di me e a me. <strong>Fioriture invernali</strong> è organizzata in sei parti.</p>
<p>Come ci spiega molto bene lo stesso autore in una nota finale, la prima sezione annovera testi che richiamano gesti tipici della tradizione agricola e montana connessi con l&#8217; inverno:<strong> essi fanno capo in un certo senso ad un tempo mitologico</strong>, quando l’io lirico, Luca, non era ancora nato: <strong>Luca è marchigiano come me</strong> e come me ha potuto respirare, già ante-vitam, le tradizioni tipiche della vita dei campi; nella seconda, più propriamente autobiografica, ricorrono in modo più accentuato i ricordi dell’infanzia e della prima giovinezza e si mescolano a riferimenti ad altri poeti; nella terza sezione vi sono poesie nate dal contatto con studenti autistici; la quarta e la sesta si confrontano con un altro grave tema dei nostri tempi recenti, la pandemia; la quinta consiste in unico testo ed è stata composta in ricordo della poetessa <strong>Amelia Rosselli</strong>.</p>
<p>A chiosare il titolo è sempre l&#8217;autore, nella nota già citata.</p>
<p>La spiegazione è necessaria perché in effetti il titolo, <strong>Fioriture invernali,</strong> di per sé è un ossimoro: <strong>come si può fiorire in inverno?</strong> Spiega Luca: &#8220;Il titolo che ho scelto per la raccolta riassume la mia idea e la mia esperienza della poesia: <strong>l&#8217;opera degli autori a me più cari</strong>, che si tratti di Leopardi o della Rosselli, di Scataglini o di Celan per citarne alcuni, mi ha sempre dato l&#8217;impressione di una meditata e allo stesso tempo istintiva, miracolosa elaborazione di un ossimoro, di qualcosa che accade <strong>&#8220;nonostante tutto&#8221;</strong>, e che anzi in quel <strong>&#8220;nonostante&#8221;</strong> si radica, che di esso finisce per nutrirsi. È dentro questo ossimoro che la poesia, sola, può tenersi: nel sentimento di un attrito paradossale e irriducibile che anima la vita e che percorre tutte le parole, come un taglio, che le separa e che, allo stesso tempo, le tiene unite”.</p>
<p>Per presentare un primo <strong>specimen</strong> delle liriche di <strong>Campana</strong>, inizio in <strong>medias res</strong>, ovvero da un testo contenuto nella quarta sezione, Dicono che il tempo modifica ogni cosa*, dedicata a Leopardi e alla sua <strong>La Ginestra</strong>, come si legge in uno stralcio: “Quando Leopardi scrisse La Ginestra/viveva a Napoli: compose la poesia/dopo aver visto un’eruzione del Vesuvio […]//La Ginestra è il suo fiore invernale,/la sua lode a una specie/radicata nella neve”.</p>
<p><strong>Non è tutto questo un ossimoro?</strong> La poesia, che viene concepita dopo una distruzione? La ginestra stessa che, pur nascendo in tarda primavera, è come se fosse radicata nella neve, in quanto emerge sempre da dirupi rocciosi e aridi? Anche perché, come scrive lo stesso poeta, sempre all’interno della stessa lirica: “Le sue parole (sottintese di Leopardi) lodano quel fiore/avvinghiato a una terra inaridita”. Riporto, per opportuno accostamento, l’incipit del componimento leopardiano <strong>La Ginestra, o fiore del deserto:</strong> “Qui su l’arida schiena/Del formidabil monte/Sterminator Vesevo,/La qual null’altro allegra arbor nè fiore,/Tuoi cespi solitari intorno spargi,/Odorata ginestra,/Contenta dei deserti&#8221;.</p>
<p>Tornando ora indietro ripartiamo dall’inizio, e approdiamo di nuovo a quel tempo mitologico, prima della nascita di Luca, eppure scolpito nella sua memoria individuale come in quella collettiva, in quanto è Storia vissuta:<em> “Angoli sempre più acuti di luce,/gelo di forra, gole d’ombra/dove si spensero gennai che furono eremitici/e poi, più tardi, partigiani,/quando ci si imboscava per sottrarsi/alle marce forzate, ai monconi,/ai piedi improvvisati di cartone,/di piscio senza scampo”</em>.</p>
<p>Anche questa lirica nasce in effetti sotto il segno dell&#8217;ossimoro, tra inverno e resistenza, tra la nobiltà di chi è anacoreta per scelta e la prosaica necessità del piscio per chi rischia la vita.</p>
<p>La prosaica necessità, del resto, è anche quella dei contadini di un tempo, che non vivevano certo nell’abbondanza: per loro era fondamentale il maiale, un animale sacro, di cui non si buttava via nulla, destinato ad apportare calorie e nutrimento nei lunghi inverni di una volta. Ossimorica è la cura riservata ai maiali, in fase di allevamento, rispetto alla crudeltà del loro sacrificio, un rito, molto sentito dalle nostre parti, nelle <strong>Marche</strong>. Questo rito, nella sua crudele verità, potrebbe essere riassunto con la massima latina <strong>Mors tua vita mea</strong>: ”Fuori, subito dopo il tramonto, la strada/è già tutta un lastrone di terra e di ghiaccio; /ma dentro, al chiuso della stalla, c’è un maiale/che ingrassa a ghiande la sua carne. Lo scanneranno/prima che sia inverno…”. Lascio i dettagli più propriamente culinari e conviviali alla lettura di miei interlocutori.</p>
<p>Procedendo con <strong>Fioriture invernali</strong>, andiamo alla parte seconda, laddove aumentano i testi propriamente più autobiografici. Anche se, in un certo senso, tutta la scrittura è sempre in qualche modo autobiografica, come ritiene <strong>Luca Campana</strong>.</p>
<p>Come si legge dalla quarta di copertina del libello, il Nostro è nato in provincia di <strong>Fermo</strong> e ha trascorso la sua prima giovinezza in un piccolo borgo nel cuore dei <strong>Monti Sibillini</strong>. Il paesaggio che ha vissuto entra eccome nei suoi testi. Ad esempio quando rievoca il gesto fondamentale per chi vive in montagna di procurarsi legna da ardere, gesto che deve essere calcolato e preciso, io direi amoroso e rispettoso perché dove si taglia, la pianta possa rifiorire&#8230;</p>
<p>E come entrava il rumore di suo nonno dentro ogni angolo della sua casa mentre studiava: <em>“&#8230;Mio nonno tagliava tronchi con l’accetta/per ore, li faceva a pezzi, /li ordinava in cataste millimetriche//Quando ero intento ai miei fogli di scuola/non c’era angolo in casa/in cui non arrivasse il rumore attutito/del ferro che penetra nel legno tenero:..”</em>.</p>
<p>Anche qui è potente l’eco di <strong>Leopardi</strong>, stavolta attraverso il componimento <strong>A Silvia:</strong> come non ricordare il canto della giovane che, insieme al rumore del telaio, entra nelle stanze di Leopardi, intento a studiare?</p>
<p>Riporto i suddetti versi: <em>“Sonavan le quiete/Stanze, e le vie dintorno,/Al tuo perpetuo canto,/Allor che all’opre femminili intenta/Sedevi, assai contenta/Di quel vago avvenir che in mente avevi./Era il maggio odoroso: e tu solevi/Così menare il giorno.//Io gli studi leggiadri/Talor lasciando e le sudate carte,/Ove il tempo mio primo/E di me si spendea la miglior parte,/D’in su i veroni del paterno ostello/Porgea gli orecchi al suon della tua voce,/Ed alla man veloce/Che percorrea la faticosa tela./Mirava il ciel sereno,/Le vie dorate e gli orti,/E quinci il mar da lungi, e quindi il monte./Lingua mortal non dice/”Quel ch’io sentiva in seno”</em>. Semplicemente fantastici.</p>
<p>Luca è un insegnante e, come tale, dedica una parte di <strong>Fioriture invernali</strong> ai suoi fiori più belli, i suoi alunni: si tratta della terza, destinata ai ragazzi autistici. Al suo interno ci sono componimenti molto toccanti, nei quali persiste un ossimoro fra l&#8217;inverno del ghiaccio autistico che iberna le persone in un mondo tutto loro e i piccoli segnali di presenza che spesso anche in modo casuale esse sembrano dare. Mi è sembrato di percepirlo in particolare nella lirica Sfogli distrattamente, ad una ad una, la cui lettura integrale rimando al lettore.</p>
<p>Se <strong>La Ginestra</strong> di Leopardi insegna a fiorire in una condizione di deserto e aridità, anche gli inverni del <strong>lockdown</strong>, dopo i quali esce in effetti questo libro offrono tali possibilità, nonostante essi avessero costretto a salvare le vite in base a dei <strong>&#8216;margini stimabili di guarigione&#8217;</strong> come si legge in una poesia tratta dalla sezione quattro, una di quelle dedicate al <strong>Covid:</strong> <em>“Servono calcolo e precisione/per contenere un’emergenza [….] // La scelta è ponderata, /è vincolata da una serie di fattori:/dipende ad esempio dall’età/dalle patologie pregresse/dal generale stato di salute/dai margini stimabili di guarigione/decidere chi ha la priorità sugli altri,/chi deve vivere, chi invece…”</em></p>
<p>Si noti l&#8217;incipit uguale a quello della poesia sul nonno che prendeva legna dagli alberi. Anche questa seconda selezione si basa sull&#8217;amore o piuttosto sul cinismo?</p>
<p>Gli anni del <strong>Covid</strong> sono stati quello dedicati alle letture, alla Didattica a distanza, alla cultura condivisa: si pensava che ne saremmo usciti migliori ma ad oggi, con due guerre in corso e con tanti altri eventi mondiali che sanno molto di fascismo, di complottismo, di ignoranza e di pregiudizio, non e così.</p>
<p>Di fronte a tutto ciò, però, la cultura rappresenta sempre una fioritura, una speranza: io me lo ricordo che all&#8217;inizio della pandemia il mondo degli intellettuali si era mosso sul versante della condivisione e della solidarietà: <strong>si leggeva Dante</strong>, si organizzavano letture poetiche online, le case editrici permettevano di leggere gratuitamente contenuti di libri digitali et similia.</p>
<p>Cos’è, del resto la cultura, se non circolazione nel tempo e nei tempi, passaggio, testimonianza, il ritrovare se stessi, oggi, nell’antico e cose affini? Lo si evince dalla seguente lirica, tratta dalla sesta parte, che riporto per intero, in modo che se ne possa apprezzare la bellezza: <em>“Dalla luce che leviga il tuo viso/conosci le illusioni del tuo tempo,/misuri le distanze, le attraversi,/impari che tradurre da una lingua antica/è un po’ come scolpire il proprio doppio:/a poco a poco emerge dalla pagina/uno zigomo, un occhio,/uno sguardo dal quale guardarsi//Nell’ottavo trattato della quarta Enneide/ Plotino parla della sua dottrina/dell’anima non discesa nei corpi/secondo cui tutta la vita è un tendere/verso qualcosa di incorrotto che è da sempre/fuori e dentro di noi.// è bello credere, anche solo un momento,/alle parole del filosofo, supporre/che di noi due qualcosa era già scritto/prima ancora del tempo”</em>.</p>
<p>La cultura, infine, è memoria di quelle ginestre che si autodistruggono non per egoismo, ma per fragilità, come <strong>Amelia Rosselli</strong> a cui Luca dedica l’unica lirica contenuta nella quinta sezione. Lascio ai lettori la libertà di scoprirla attraverso una lettura personale.</p>
<p>In questa sede, per il momento, mi limito a rinnovare i miei sentiti e non retorici complimenti al mio collega per le liriche di <strong>Fioriture invernali</strong> che, con un linguaggio secco, preciso, diretto, ma al tempo stesso ricco di un potenziale semantico non scontato, hanno saputo fare breccia nella mia anima, nel mio cuore in modo necessario, urgente, autentico.</p>
<p>Tutto ciò riflette la bella personalità di Luca che ho avuto la fortuna di conoscere e a cui auguro con altrettanta autenticità il mio Ad maiora, semper, affinché possa scrivere ancora di altri fiori e di altre fioriture.</p>
<p><em>*le poesie di Luca Campana non hanno titolo, come accadeva nella tradizione lirica più antiche: i titoli sono convenzionalmente riconosciuti nel primo verso di ogni componimento</em></p>
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		<title>Un tesoro sotto gli occhi di tutti. La campana bronzea di Forenza</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Aug 2023 02:03:15 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo di Andrea Massimo Basana. Foto di Mario Brienza</strong></em></p>
<p>In questa assurda contemporaneità, che ci tiene con lo sguardo incollato allo schermo del nostro <strong>smartphone</strong>, spesso ci scordiamo di alzare gli occhi e di ammirare quanto di straordinario la storia e i secoli hanno miracolosamente preservato sino ai giorni nostri. Alcune cose risultano quasi stupefacenti, se solo le si osserva con un po’ di attenzione, e se poi ci si sofferma a pensare ad esse solo per qualche minuto, <strong>la loro presenza risulta quasi miracolosa.</strong></p>
<p>È questo il caso di <strong>un’antichissima campana</strong> che da quasi mezzo millennio rintocca solenne nella piccola cittadina di <strong>Forenza</strong>. Non vi sarebbe nulla di strano nella presenza di un così antico manufatto se essa non fosse sfuggita ad abbattimenti, restauri e rifusioni in secoli, per le chiese di cui faceva e fa ancora parte, davvero tumultuosi.</p>
<p><strong>La campana bronzea, un tempo corredava l’antica chiesa medievale di Santa Maria dei Longobardi</strong>, la più antica chiesa di Forenza. La bronzea fusione venne issata sul piccolo campanile a vela di questo luogo sacro in epoca tardo rinascimentale, sfuggendo indenne alle varie fasi di ampliamento e riedificazione alle quali la chiesa fu soggetta durante tutta la sua vita.</p>
<p>I suoi rintocchi risuonarono nell’etere forenzese siano <strong>alla fine degli anni Venti del secolo scorso</strong>, quando la chiesa fu sconsacrata e trasformata in scuola di ricamo. Il piccolo campanile a vela venne in quel periodo abbattuto, ma la nostra campana ebbe assai fortuna perché proprio nei medesimi anni si stava riedificando il nuovo campanile della limitrofa chiesa di <strong>San Nicola</strong>, e perciò la nostra fortunata venne issata sulla nuova torre campanaria realizzata nel <strong>1930</strong> <strong>da Michele Biscaglia</strong>. Essa trovò posto in uno degli archetti del tamburo sommitale ma, non avendo un batacchio e suonando per percussione di un martello, fu integrata come suoneria dell’orologio posto sulla facciata della torre a rintoccare i minuti.</p>
<p><strong>Grande nuovo sconvolgimento avvenne nel 1940</strong>, quando l’allora parroco <strong>Michele Basile</strong> decise di realizzare due nuove campane di dimensioni maggiori rispetto a quelle presenti e per farlo fece rifondere le campane allora poste sul campanile. La nostra impavida rinascimentale si salvò nuovamente, forse proprio in virtù del suo collegamento al meccanismo dell’orologio. Ebbero purtroppo la peggio due sorelle, <strong>una del 1769 e una del 1825</strong>, come ci viene testimoniato dalle iscrizioni poste sulle nuove campane, che ricordano i manufatti reimpiegati e le iscrizioni che esse riportavano in antico.</p>
<p>La nostra fortunata amica sfuggita a tanti dissidi risulta assolutamente importante per la data che riporta, <strong>ovvero 1561</strong>, cosa che la rende il più antico manufatto datato presente nella cittadina. Al contempo essa riporta anche la più antica iscrizione datata, accompagnata, cosa interessante, dai nomi dei fonditori che la realizzarono:<strong> “Opera di Cristiano Borrelli e Romano Dimele | Ave Maria piena di grazia, il Signore è con te | Cristo Re è venuto in pace e si è fatto uomo | A.D. 1561”.</strong></p>
<p>Essa scalza perciò nella datazione il fonte battesimale a stelo conservato nella chiesa del convento del Santissimo Crocifisso, ritenuto sino a questo momento il più antico pezzo datato di Forenza, il quale riporta la più recente data del 1592.</p>

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