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	<title>Basilicata Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Potenza: una visita nel capoluogo lucano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 08:46:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una città da scoprire. Con questo racconto Adriana Sabato ci porta tra le vie di Potenza Ossessionata dal caldo torrido di quei primi giorni d’estate, Alessia decise di andare a visitare la città di Potenza. Convinta di trovare un po’ di refrigerio, si incamminò il mattino presto attraversando, con la sua autovettura, il bellissimo paesaggio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Una città da scoprire. Con questo racconto Adriana Sabato ci porta tra le vie di Potenza</strong></p>
<p>Ossessionata dal caldo torrido di quei primi giorni d’estate, Alessia decise di andare a visitare la città di <strong>Potenza</strong>. Convinta di trovare un po’ di refrigerio, si incamminò il mattino presto attraversando, con la sua autovettura, il bellissimo paesaggio lagonegrese che appare come un mosaico naturale incastonato com’è, tra il massiccio del <strong>Monte Sirino</strong> e le valli che scendono verso il mar Tirreno.</p>
<p>E ancora, passando lungo la basentana che collega l&#8217;Appennino alla costa ionica seguendo il corso del fiume Basento, si accorse che l’unica differenza con il caldo umido del mare era un clima più secco, ma sempre caldo era! Pazienza, si disse, la città merita e, gambe in spalla si incamminò partendo dalla <strong>Torre Guevara</strong>, unica testimonianza del vecchio castello signorile della città, lungo la via Pretoria per  raggiungere il centro storico della città.</p>
<p><strong>Potenza</strong> è una città dall’alto profilo storico e culturale che merita di essere percorsa e conosciuta, impreziosita da storiche chiese e preziose piazze, musei e gallerie d’arte, palazzi signorili e antiche porte medievali. E poi c’è il Teatro Stabile, che domina la centrale piazza <strong>Mario Pagano</strong>.</p>
<p>Da oltre due secoli, <strong>Potenza</strong> è città Capoluogo della <strong>Basilicata</strong>, il più alto d’Italia, con i suoi 819 metri di altezza sul livello del mare. Elegante, ma accogliente, confidenziale, ma solitaria, Potenza città Capoluogo è intima, gelosa delle architetture moderne e antiche che la attraversano e del suo millenario centro storico, fatto di vecchi e nuovi edifici che si inerpicano, sovrapponendosi alle piazzette, ai vicoli dell’antico nucleo medievale e alle scale d’un tempo, oggi affiancate da quelle meccanizzate.</p>
<p>L&#8217;aspro paesaggio di monti e boschi dell&#8217;alta valle del <strong>Basento</strong> abbraccia il capoluogo della <strong>Basilicata</strong>: un clima, tutto sommato eccellente, mediterraneo montano, freddo e nevoso d&#8217;inverno, tiepido e secco d&#8217;estate, con temperature medie nei mesi più caldi attorno ai 20 gradi.  Nella città la vita scorre tra <strong>via Pretoria</strong>, nel gergo potentino denominata “sopra Potenza”, proprio perché collocata su di un colle e la zona più moderna, che si estende sull’altro versante del Fondovalle, intorno all’area pianeggiante segnata dal corso del fiume Basento. Tra centro e periferia, negozi di buon livello e locali di ogni ispirazione che rendono <strong>Potenza</strong> una città capoluogo viva e intraprendente per gli amanti dello shopping e delle serate conviviali.</p>
<p>Per questa sua conformazione poi, <strong>Potenza</strong> è anche detta “<strong>Città verticale</strong>” ed è collegata da uno dei sistemi di scale mobili pubbliche più lunghi d&#8217;Europa. Alessia, dopo aver ammirato le bellezze della capoluogo lucano, intraprese il cammino del ritorno attraversando questa volta, la bellissima villa di Santa Maria, un vero e proprio orto botanico, luogo ideale per trovare refrigerio durante l’estate. Era giunta l’ora di rientrare.</p>
<p>Con una lieve nostalgia e il proposito di ritornare presto, Alessia intraprese il viaggio di ritorno. In fondo aveva trascorso una bellissima giornata!</p>
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		<title>I leoni di Forenza</title>
		<link>https://www.borderliber.it/i-leoni-di-forenza-basana-articolo-basilicata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Sep 2025 21:45:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Border News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;I leoni di Forenza&#8221; è un articolo di Andrea Basana. Le foto utilizzate in questo articolo sono state fornite dall&#8217;autore Ed eccoci nuovamente a parlare della famiglia Veltri, nobile casato cosentino trasferitosi a Forenza alla fine del XVII secolo. Questa famiglia, che tanto lustro diede alla cittadina di Forenza, pareva misteriosamente destinata all&#8217;oblio della storia. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;I leoni di Forenza&#8221; è un articolo di Andrea Basana. Le foto utilizzate in questo articolo sono state fornite dall&#8217;autore</strong></p>
<p>Ed eccoci nuovamente a parlare della famiglia Veltri, nobile casato cosentino trasferitosi a Forenza alla fine del XVII secolo. Questa famiglia, che tanto lustro diede alla cittadina di Forenza, pareva misteriosamente destinata all&#8217;oblio della storia. Siamo davvero felici perciò che il marchese Agostino Veltri, generale della provincia di Teramo, abbia monumentalizzato la residenza forenzese ad eterno memento dell&#8217;importanza raggiunta dalla propria stirpe, impedendo che il ricordo delle loro gesta si dissolvesse tra le pieghe del tempo.</p>
<p>In tal frangente ci occuperemo di una delle loro residenze minori, una masseria amenamente adagiata tra i biondi campi di grano e i dolci declivi della campagna forenzese: la masseria Zaffiro. L&#8217;edificio, nonostante abbia un po&#8217; risentito dell&#8217;incedere del tempo, continua a ergersi fiero e solenne. Le solide murature in viva pietra e le eleganti aperture echeggiano ancora la maestosità del suo periodo aureo.</p>
<p>Quest&#8217;edifico di certo doveva svolgere un qualche ruolo primario nella vita della famiglia Veltri, cosa questa che ne spiega i continui ampliamenti. L&#8217;edificio, infatti, già di fondazione secentesca, nel XVIII secolo venne ampliato ed <em>ingetilito</em>, cosa probabilmente da legare all&#8217;assunzione della famiglia Veltri al rango di conti.<br />
Se probabilmente la residenza perse durante il XIX secolo parte dell&#8217;importanza tributatale inizialmente, non venne mai dismessa ed anzi, seppur in maniera più discreta, continuò ad essere abbellita.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-14959 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2025/08/Leoni_Forenza.jpg?resize=800%2C646&#038;ssl=1" alt="I Leoni di Forenza, particolare" width="800" height="646" data-recalc-dims="1" /><br />
Proprio di uno di questi abbellimenti parleremo ora, un&#8217;inusuale ed elegante decorazione in ceramica posta a coronamento del tetto dell&#8217;edifico. Nella fattispecie si trattava di una coppia di leoni in maiolica bruna e di un busto femminile in vesti orientali in maiolica verde: <strong>un leone ed il busto sono ora di proprietà della famiglia Ciranna, attuali proprietari della masseria</strong>, che ci hanno gentilmente concesso le foto, mentre il secondo leone è ora in una collezione privata.</p>
<p>Una decorazione davvero insolita che non trova riscontri nell&#8217;architettura tradizionale forenzese e che sembra al momento essere un unicum nell&#8217;intera Basilicata. I due leoni erano posti in prossimità del cornicione, mentre il busto si trovava sul colmo del tetto a coronamento del colombaio poligonale.</p>
<p>Questi elementi risultano davvero insoliti, non essendo il circondario famoso per la propria produzione ceramica, ed è inoltre stravagante anche il loro collocamento, venendo essi solitamente posti a decoro dei giardini e non di certo arrampicati sui tetti. La loro fattura li dichiara palesemente opere del XIX secolo, facendo pensare che essi siano giunti con le grandi opere di ampliamento del palazzo cittadino volute da Agostino nella seconda metà dell&#8217;800, e chissà che non sia stato proprio lui a farli alloggiare in tale inconsueto modo, mentre magari dalla quiete della masseria seguiva i lavori di ampliamento del palazzo di famiglia.</p>
<p>Buffo risulta notare come la fattura dei leoni, che direi oramai esser chiaro non essere né di epoca imperiale né tantomeno di materiale lapideo, ricordi nei tratti del volto più dei setter irlandesi che dei veri sovrani della savana. Viene da chiedersi se non sia stata proprio tale somiglianza con il genere canino a convincere la famiglia ad acquistarli: ricordiamo, infatti, che sul loro stemma, a richiamo del cognome, vi è raffigurato un veltro, il quale non è altro che un cane da caccia, perciò quale miglior auspicio sarebbe potuto essere per la nobile stirpe avere a guardia dell&#8217;edificio due canidi che trasmutano il loro essere in fieri leoni? Quasi che le statue fossero la trasposizione ceramica della fierezza, della potenza e della nobiltà assunte dalla famiglia.</p>
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		<title>Il canto silenzioso degli amici di Andrea Di Consoli </title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-canto-silenzioso-degli-amici-di-andrea-di-consoli-ciano-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Aug 2025 22:01:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il canto silenzioso degli amici&#8221; di Andrea Di Consoli, Rubbettino editore, 2025 Ci sono la nostalgia e la malinconia del Sud tra queste pagine, ma anche l&#8217;orgoglio per essere ciò che si è diventati. Andrea Di Consoli firma un libro di prose al centro del quale pone frammenti di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il canto silenzioso degli amici&#8221; di Andrea Di Consoli, Rubbettino editore, 2025</strong></p>
<p>Ci sono la nostalgia e la malinconia del Sud tra queste pagine, ma anche l&#8217;orgoglio per essere ciò che si è diventati. <strong>Andrea Di Consoli</strong> firma un libro di prose al centro del quale pone frammenti di una saggia spensieratezza, vissuti a cavallo tra Basilicata e Calabria, riposti poi in un bagaglio che l&#8217;autore si è portato in giro per il mondo.</p>
<p>Sono scaglie di una giovinezza di cui si avverte la mancanza, ma che non si guarda nell&#8217;ottica di un qualcosa che non tornerà mai più, su cui piangere, bensì da benedire e per cui essere grati. La storia di un ragazzo del Mezzogiorno, oggi adulto, non è narrata come un&#8217;impresa eroica, ma è la rappresentazione di una visione del mondo chiara, concreta, semplice, rurale, senza fronzoli.</p>
<p><strong>&#8220;Il canto silenzioso degli amici&#8221;</strong> è la melodia che i ricordi intonano nella mente di Di Consoli. Nessun sentimentalismo, nessuna rivendicazione, solo ciò che la vita gli ha mostrato. Il narratore incarna la sua esperienza, la rielabora, la mette a disposizione di tutti. L&#8217;autore lucano si definisce &#8220;minore&#8221;, proprio perché è un uomo concreto che porta sulle spalle il suo vissuto. Non ha la pretesa di inserirlo in un sistema di pensiero, peggio ancora metafisico, bensì di lasciarlo ai posteri come un tempo facevano i cantastorie.</p>
<p>Come lo scrittore calabrese <strong>Mario La Cava,</strong> che non a caso viene citato tra queste pagine, Di Consoli è convinto che la letteratura non si fa nei grandi salotti cittadini, nei luoghi appartati dove si allestiscono le stanze dei bottoni, ma tra la gente di provincia. Proprio per questo motivo egli si sente &#8220;minore&#8221;, perché le sue prose sono forma e sostanza delle sue parole. Nulla è astratto.</p>
<p><strong>&#8220;Il canto silenzioso degli amici&#8221;</strong> è un cammino tormentato, ma le parole che vengono usate, il tono, sono il frutto di un processo di purificazione. Tra le pagine non ci sono tracce né di rabbia né di disperazione. Tutto ciò è lontano. Ogni evento passato ha creato il suo legame solido con il presente; si è fatto ramo di un albero rigoglioso sulla cui cima sta Di Consoli con lo sguardo puntato verso le sue origini.</p>
<p>Lo scrittore cita anche la sentenza del nichilista-relativista <strong>Gorgia</strong>:<em> &#8220;Nulla è. E se anche fosse non sarebbe conoscibile. E se anche fosse conoscibile non sarebbe comunicabile&#8221;</em>. Ciò vuol dire che la parola non si può sprecare in tentativi di retorica, in ricerche spasmodiche di un senso che sfugge sempre. Ognuno può solo raccontare la propria inimitabile esperienza e legarla al resto dell&#8217;umanità. In questa condivisione si risolve ogni dramma.</p>
<p>Pertanto, <strong>&#8220;Il canto silenzioso degli amici&#8221;</strong> rappresenta un libro in cui il Sud Italia viene catturato nelle sue diverse sfumature. C&#8217;è poi la capacità di Di Consoli di trasformare il suo apprendistato in un resoconto che infonde mitezza.</p>
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		<title>Pavese e Montanelli: Penne e pensieri verso sud</title>
		<link>https://www.borderliber.it/pavese-montanelli-pontoriero-sud/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 May 2025 22:01:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da Pavese a Montanelli tra romanzi e reportage: il meridione si racconta con lirismo, umanità e fisicità. L&#8217;articolo è di Rosanna Pontoriero. In copertina una foto di Cesare Pavese «Stefano sapeva che quel paese non aveva niente di strano, e che la gente ci viveva, a giorno a giorno, e la terra buttava e il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Da Pavese a Montanelli tra romanzi e reportage: il meridione si racconta con lirismo, umanità e fisicità. L&#8217;articolo è di Rosanna Pontoriero. In copertina una foto di Cesare Pavese</strong></p>
<p>«Stefano sapeva che quel paese non aveva niente di strano, e che la gente ci viveva, a giorno a giorno, e la terra buttava e il mare era il mare». Inizia così <strong>“Il Carcere”</strong>, capolavoro del Pavese esule, una delle opere più belle del suo repertorio: un polisindeto che ti porta a sud, come un treno lento, con l’andatura del parlato locale. Un racconto fisicamente romanzato di <strong>Brancaleone</strong>, di solitudine narrativa, erotica, sensualissima, che il lettore avverte come un brivido, un tuffo dentro, una mano in vita. Tutto essenziale, una camminata nel nulla, nel tedio che perde confini, lì dove notte e giorno, luce e buio, si portano dietro il vuoto del tempo, che scorre, ma non te lo fa vedere. In molti borghi del sud Italia le ore sono una sensazione, non appartengono esclusivamente agli uomini. E a chi? A un mondo rimasto in sospeso, che non c’è più per gli umani, ma continua a vivere di per sé, irrugginito e ombroso. Stefano, il protagonista, non vive solo da esule, ma anche da cronista e pellegrino.</p>
<h4>La noia può diventare endemica</h4>
<p>Vi è mai capitato di camminare in villaggi spopolati del meridione per chilometri? Tra tapparelle rotte, rose che crescono e appassiscono, senza nulla volere dall’uomo, vecchi binari e treni, che in mezzo al niente, passano rapidi e furtivi. Riportando il camminatore alla vita, al passo della storia. Sono sensazioni strane, persino per chi ci è abituato, figuriamoci per un confinato. E sapete perché? La noia può diventare endemica e perdere il significato primigenio. Si entra e si esce da dimensioni diverse, il silenzio sveste e consente di scoprire, rende tutto più evidente e per certi versi struggente.</p>
<p>«Da noi le occhiate non bruciano – disse Stefano, tranquillo. – Voialtri avete il lavoro, noi abbiamo l’amore. Stefano non provò la curiosità di andare alla fiumara per spiare le bagnanti. Accettò quella tacita legge di separazione come accettava il resto. Viveva in mezzo a pareti d’aria. Ma che quei giovani facessero all’amore, non era convinto. Forse nelle case, dietro le imposte sempre chiuse, qualcuno di quei letti conosceva un po’ d’ amore, qualche sposa viveva il suo tempo». Stefano è pacato e riflessivo, si divide tra spiaggia, osteria, letto: «A quell’ora era sempre solo, e solo passava la maggior parte del pomeriggio. (…) Certe volte si recava alla spiaggia, ma quel bagno nudo e solitario nel mare verde dell’alta marea gl’incuteva sgomento e lo faceva rivestirsi in fretta nell’aria già fresca. Usciva allora dal paese che gli pareva piccolo. Le catapecchie, le rocce del poggio, le siepi carnose, ridiventano una tana di gente sordida, di occhiate guardinghe, di sorrisi ostili. Si allontanava dal paese per lo stradale che usciva, in mezzo a qualche ulivo, sui campi che orlavano il mare. Si allontanava, intento, sperando che il tempo passasse, che qualcosa accadesse».</p>
<p>Quest’ultima frase è emblematica, eloquente: accade tutto e niente a <strong>Brancaleone</strong>, non c’è guizzo né percezione tangibile di divenire. Eppure, in questo tempo Stefano ama, nel corpo, nell’istinto, nell’appetito, una donna materna, protettiva, carnale: «Stefano avrebbe voluto che venisse al mattino e gli entrasse nel letto come una moglie, ma se ne andasse come un sogno che non chiede parola né compromessi». Tuttavia, il protagonista quando lascia questo luogo, che appare fuori dalla grazia di Dio, prova una nostalgia velata, persino complicata da riportare: malinconia dell’esilio? Di un angolo remoto di Calabria? No, di una intimità che forse mai più ritroverà. «Nei due giorni che Stefano attese il foglio di via, il crollo delle sue abitudini fondate sul vuoto monotono nel tempo, lo lasciò come trasognato e scontento». In “Racconti d’esilio” con meno intensità narrativa, Pavese scrive, a proposito del soggiorno in Calabria: «Laggiù c’era il mare. Un mare remoto e slavato, che ancora oggi vaneggia dietro ogni mia malinconia. (…) Ricordo un mattino di Luglio, tanto intenso che il mare non si staccava più dal cielo».</p>
<h4>Il forestiero al sud</h4>
<p>Da una sponda profondamente diversa, per contenuti, stile e forma, troviamo <strong>Montanelli da Maratea</strong>, in veste di giornalista della terza pagina del principale quotidiano italiano. Offre sul meridione una chiave di lettura poco romanzata, ma estremamente interessante, lucida, personale. Ecco uno stralcio di analisi, risalente al settembre 1957, pubblicata su Il Corriere della Sera: «Queste terre del sole amano l’ombra. I portoni delle case, ospitalmente si aprono al forestiero, ma i contatti con gl’inquilini obbediscono a complicate liturgie, che le rendono formali ed escludono confidenza. La povertà viene nascosta per scrupolo di decoro». È un aspetto comportamentale sul quale si dovrebbe riflettere lungamente, che ha notato, benché con piglio narrativo, anche <strong>Pavese</strong>.</p>
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		<title>Storie di un disastro</title>
		<link>https://www.borderliber.it/storie-disastro-burzo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Dec 2024 23:03:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Poesie e foto di Mimì Burzo. I versi sono tratti da &#8220;Storie di un disastro&#8221; pubblicato sul sito dell&#8217;autrice 1. Il fiume Basento sotto i miei piedi è di color brunastro. Una sfumatura fra marrone e verde melma. Risalendo la strada chiusa che dal disastroso polo tecnologico attraversa la campagna, c’è una insenatura carica di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3>Poesie e foto di Mimì Burzo. I versi sono tratti da &#8220;Storie di un disastro&#8221; pubblicato <a href="https://www.mimiburzo.it/storie-di-un-disastro/">sul sito dell&#8217;autrice</a></h3>
<p><strong>1.</strong> Il fiume Basento sotto i miei piedi è di color brunastro. Una sfumatura fra marrone e verde melma.<br />
Risalendo la strada chiusa che dal disastroso polo tecnologico attraversa la campagna,<br />
c’è una insenatura carica di alberi che non si specchiano per quanto è opaca e sporca l’acqua.</p>
<p>L’immagine che resta è quella delle fronde degli alberi calati quasi piangenti sul muso delle mucche che nonostante tutto, lì si abbeverano.<br />
Poi una striscia luminosa bianca.<br />
I denti di un uomo di colore che vive poco distante in una piccola casa di campagna.</p>
<p>Poco o tutto:- presto si impara a piangere e senza lacrimare.<br />
Pianto di fiore invisibile sulla tregua profumata di acqua.<br />
Nell’epoca del pressappoco di fiume in fiume, tacita poetica della distruzione.</p>
<p><strong>2.</strong> Dove sono nata è diventato un posto di morti.<br />
I muri del paese sono coperti da metri e metri di manifesti. Urbanistica dell&#8217;industria petrol-chimica.<br />
Dove sono nata il fiume ha perso l&#8217;azzurro ed è diventato di tanti colori. Dal marrone, al nero petrolio, al verde ai fanghi.<br />
Dove sono nata non si nasce più.<br />
Dove sono nata non vivo più.<br />
Eppure, la morte è sempre in tasca.<br />
Identità di una radice senza appartenenza.<br />
Quando sono nata un morso mi ha segnato il fianco destro.<br />
Identità della porta.<br />
Complessità della soglia.<br />
Ora non nasco mai, se non per morire un po&#8217;.<br />
Moto della pietra.<br />
Gioia del silenzio.<br />
Tortura del silenzio.<br />
&#8230;<br />
(Eppure la morte conversa con una ricercata bellezza-: l&#8217;incessante)</p>
<p><strong>3.</strong> Le mani della vedova si allungano sui fili per stendere<br />
le dita imperlate dalla luce di un nuovo sole e dai rami di bouganville con i boccioli che appena accennano sbalorditi sulla fioritura.<br />
Accompagnava il marito alla chemioterapia, le hanno detto che le cellule sono di nuovo impazzite nel suo intestino.<br />
Il marito l&#8217;ha sepolto due mesi fa<br />
Le sue cellule impazziranno fino alla morte<br />
Come la vicina del piano di sotto<br />
Come tutti i giorni qualcuno<br />
Come tutti i giorni le autobotti porteranno la morte<br />
Sotto un cielo che manca il lessico per poter dire splendido<br />
Non so se sia sgomento o meraviglia parlare di fiumi parlare ai fiumi<br />
Quasi come una preghiera<br />
Quasi come una supplica</p>
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