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	<title>archeologia Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Arte. Riemerge a Forenza una via Crucis del XVIII secolo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/via-crucis-forenza-ritrovata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Feb 2023 01:55:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo e foto di Andrea Basana. Andiamo a Forenza, in Basilicata, per parlare di questa importante scoperta La cittadina di Forenza, che si staglia fiera dalla sua posizione sopraelevata tra i monti dell’alto Bradano, sembra essere uno scrigno di tesori nascosti che solo in tempi recenti si è convinta a svelare. In questa sede tratteremo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo e foto di Andrea Basana. Andiamo a Forenza, in Basilicata, per parlare di questa importante scoperta</strong></em></p>
<p>La cittadina di Forenza, che si staglia fiera dalla sua posizione sopraelevata tra i monti dell’alto Bradano, sembra essere uno scrigno di tesori nascosti che solo in tempi recenti si è convinta a svelare. In questa sede tratteremo di un ritrovamento avvenuto nei depositi della chiesa di San Nicola: <strong>tredici dipinti di una via Crucis settecentesca</strong>.</p>
<p>I dipinti, di grande formato (circa 120&#215;90 cm) sono in totale 13; purtroppo il 14° manca ancora all’appello. Essi posseggono una elegante cornice modanata dipinta in verde lacca, sormontata da una semplice croce nera. I dipinti sono stati realizzati su una tela grezza costituita da spessi fili che farebbero pensare ad un tessuto di lino o canapa. I telai in legno tenero risultano originali e tutti i chiodi che assicurano le tele ai telai sono coerentemente <strong>forgiati a mano</strong>.</p>
<p>Le scene sono dipinte in maniera molto ingenua tanto che a tratti sfocia quasi nel naїf. Non vi è alcun tipo di contestualizzazione della figura nel paesaggio, che viene trattato quasi come un fondale da teatro. Ciò che al pittore interessava, infatti, erano i personaggi della scena sacra, i quali sono sempre in primo piano e a tutta figura; di rado compaiono persone seminascoste da altre.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-6264 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/02/Forenza_Via_Crucis_2.png?resize=800%2C606&#038;ssl=1" alt="" width="800" height="606" data-recalc-dims="1" /></p>
<p>I tratti dei volti sono marcati e i colori dati con tratto deciso, ma con poca ricerca della caratterizzazione dei singoli personaggi, che sembrano quasi venire stereotipati nella loro semplicità di realizzazione: <strong>i romani dai connotati duri e spigolosi, i cristiani dai volti rilassati e lindi</strong>.</p>
<p>I colori sono stesi con estremo vigore, quasi in maniera macchiaiola, con grandi campiture omogenee che in molti casi richiamano la pittura fauve, non solo per la tonalità accesa delle tinte, ma anche per la realizzazione dei corpi e della loro contestualizzazione nello spazio così ieratica ed arcaica da rievocare le icone bizantine.</p>
<p>Tale indirizzo pittorico, adottato dall’artista delle tele, sembra richiamare molto da vicino due dipinti presenti a Forenza: <strong>La Madonna dell&#8217;Armenia di San Nicola e il frammento di affresco presente sulla volta di San Pietro</strong>. Essi sono molto importanti oltre che per la condivisione di molte caratteristiche stilistiche, anche perché confermano la datazione della via Crucis al XVIII secolo, a suffragio di quanto già le tecniche di realizzazione delle varie componenti delle tele e dei telai ci avevano fornito.</p>
<p>Non possiamo di certo annoverare il pittore che ha realizzato i dipinti della via Crucis nella rosa dei migliori artisti che hanno transitato sul territorio di Forenza, ma innegabile risulta il merito che va a lui dato per le sue opere, le quali nonostante le ingenuità tecniche risultano di una gradevolezza davvero sorprendente, con un impatto visivo molto forte che di certo doveva essere assai apprezzato dai fedeli dell’epoca, i quali davanti ai loro occhi vedevano semplici e risolute immagini della fede, prive degli orpelli stilistici che le avrebbero rese probabilmente alla loro sensibilità troppo distanti ed idealizzate.</p>
<p>I dipinti purtroppo non sono in buono stato di conservazione, anzi alcuni risultano quasi illeggibili, avendo subito grossi danni dovuti ad infiltrazioni d’acqua già in passato. Importantissima considerazione che si deve fare su questa via Crucis è il fatto che sia l’unica dipinta di Forenza, oltre che la più antica e maggiormente completa presente nel paese.</p>
<p>Quella attualmente presente nella chiesa di San Nicola, seppur molto bella, non ha gran valore dal punto di vista artistico, essendo costituita da grandi medaglioni polilobati con scene a bassorilievo eseguiti in gesso e databili al tardo ’800. La via Crucis presente al Convento del Santissimo Crocifisso, invece, oltre che mutila di due stazioni, è costituita da cromolitografie su tela, cioè stampe colorate su tela, realizzate agli inizi del ’900, perciò anch’essa priva di un vero valore artistico. Pochissima attenzione, infine, meritano le piccole vie Crucis costituite da minute stampe presenti nelle altre chiese di Forenza.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-6262 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/02/Forenza_Via_Crucis_3.jpg?resize=800%2C573&#038;ssl=1" alt="" width="800" height="573" data-recalc-dims="1" /></p>
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		<title>Palecastro di Tortora. Si dice che&#8230;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/palecastro-di-tortora-si-dice-che/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Oct 2022 00:10:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano sul Palecastro di Tortora. Le foto sono dell&#8217;autore Ci hanno detto che l&#8217;uomo non vive di solo pane. Nonostante la crisi economica, morale e politica di questi tempi ci faccia allontanare dalla bellezza, ogni tanto un sentimento di spaesamento ci porta in dono delle domande strambe: da dove proveniamo e che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/palecastro-di-tortora-si-dice-che/">Palecastro di Tortora. Si dice che&#8230;</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4>Articolo di Martino Ciano sul Palecastro di Tortora. Le foto sono dell&#8217;autore</h4>
<p>Ci hanno detto che l&#8217;uomo non vive di solo pane. Nonostante la crisi economica, morale e politica di questi tempi ci faccia allontanare dalla bellezza, ogni tanto un sentimento di spaesamento ci porta in dono delle domande strambe: <em>da dove proveniamo e che senso abbiamo, quale strada percorriamo? </em>Riconosciamo allora che a qualcosa di lontano apparteniamo, anche se non sappiamo cosa sia. Qualche risposta ce la danno il passato, la storia e quel deposito di ricordi nel quale abbiamo riposto le cose più intime.</p>
<h3>Palecastro di Tortora: il sentimento del tempo perduto</h3>
<p><img decoding="async" class="wp-image-5028 aligncenter" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/09/IMG20220924100012_copy_800x450.jpg?resize=400%2C400&#038;ssl=1" alt="" width="400" height="400" srcset="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/09/IMG20220924100012_copy_800x450.jpg?resize=300%2C300&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/09/IMG20220924100012_copy_800x450.jpg?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/09/IMG20220924100012_copy_800x450.jpg?zoom=2&amp;resize=400%2C400&amp;ssl=1 800w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" data-recalc-dims="1" /></p>
<p>Si dice che il Palecastro di Tortora sia stato abitato da popoli dai nomi per noi astrusi, ché ormai la globalizzazione ci ha resi una sola stirpe, una sola mente e un solo corpo. Enotri, Lucani, Romani e poi chissà quanti altri si stabilirono su questa collina. Ognuno aveva un motivo per fermarsi, ma nessuno se ne andò senza lasciare traccia del proprio passaggio. Per esempio, ai Romani piacque questo monticello che si ergeva di fronte al mare calabrese, perché da qui potevano scrutare con facilità il Golfo di Policastro. Per loro era un ottimo avamposto militare, ché erano imperialisti <em>i Romani</em> e punirono quelli che già vi abitavano e che vollero allearsi con i Cartaginesi. Ma nonostante i tumulti della storia, su questa collina la vita scorreva lenta e inesorabile, come per gli uomini di tutte le epoche. Vasi, piatti e altri oggetti produssero queste genti; con colori particolari li dipinsero, tant&#8217;è che non si trovavano ceramiche così belle in tutta l&#8217;area. Era una terra d&#8217;artisti questa, non di profeti odiati in patria, né di soli uomini sfruttati.</p>
<h3>Palecastro di Tortora: polvere del tempo</h3>
<p>Si dice che nel nono secolo dopo Cristo arrivarono i Saraceni e le genti di Blanda fuggirono a gambe levate portando via ogni cosa. Trovarono riparo tra monti ancora più alti e tra terre difficili da raggiungere. Facevano paura i Saraceni, imperialisti come i Romani, distruttori anche loro dell&#8217;ordine costituito; così cominciò a posarsi la terra sulla città del Palecastro e la storia iniziò. La mano del tempo sfasciò le mura, fece crescere gli arbusti, seppellì ogni cosa. <em>Addio Blanda, una generazione va e un&#8217;altra viene. Un giorno qualcuno verrà a cercarti, magari ti troverà per puro caso e piangerà sulle rovine</em>. Si dice che l&#8217;uomo fa e disfa, ma chi fa e disfa non perde mai tempo; avvenne quindi che, in tempi recenti, nel 1970, <a href="http://mipuccitortora.it/cippo-arrio">scrive lo storico tortorese Michelangelo Pucci</a>, una pala meccanica, intenta a scavare una fossa per l&#8217;acquedotto, inciampò in una pietra che poi si scoprì essere un <em>cippo. </em>Eppure per tanti era solo <em>&#8216;na petra</em>, ma era &#8216;<em>na petra </em>che parlava, anzi su cui c&#8217;era scritto un messaggio. Era un ringraziamento al duumviro Marco Arrio Clymeno, che nel primo secolo dopo Cristo aveva sfamato la popolazione che stava facendo i conti con la carestia. E da quella pietra in poi, tante parole sono state scritte, e tante fosse sono state scavate, e quante ancora sono rimaste inesplorate; eppure si dice che <em>qui non ci sia niente per cui valga la pena lottare.</em></p>
<h3>Le vie dello spirito</h3>
<p>Si dice che tra necropoli, chiese paleocristiane, monaci in cerca di eremi e strade impervie che viandanti e pellegrini attraversavano con bisacce cariche di fede e<img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-5027 aligncenter" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/09/IMG20220924103324_copy_800x450.jpg?resize=400%2C400&#038;ssl=1" alt="" width="400" height="400" srcset="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/09/IMG20220924103324_copy_800x450.jpg?resize=300%2C300&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/09/IMG20220924103324_copy_800x450.jpg?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/09/IMG20220924103324_copy_800x450.jpg?zoom=2&amp;resize=400%2C400&amp;ssl=1 800w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" data-recalc-dims="1" /> speranza, in cima, ai piedi, oltre il Palescastro la vita pulsasse e nessuno conobbe l&#8217;apatia, ché i tempi erano duri, come noi neanche possiamo immaginare, ma la giornata si affrontava, la fede la guidava e ogni impresa, anche arrivare in salute al mattino dopo, richiedeva coraggio. Si dice che non di solo pane vive l&#8217;uomo, ma qui il pane per sfamarsi sapevano produrlo e le testimonianze di quegli spiriti e di quei corpi sono giunte fino a noi. A quante cose apparteniamo ancora non lo sappiamo, ché <em>scavar si deve e scavando si capirà</em>. Però, nessuno crede davvero che da qui nasca qualcosa di duraturo, ché è convinzione di molti che di fame muoia chi si affida alla bellezza e alla cultura; ma di questa bellezza siamo fatti e ogni giorno un po&#8217; ci spegniamo in questo romantico profumo di dissoluzione. Eppure, basterebbe guardare a quella collina, prendersi cura del sentimento del tempo che ancora sopravvive alle intemperie dei secoli, ascoltare le pietre, le anime degli avi, il passato che ci ha fatto <em>cristiani</em>.</p>
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		<title>Il pianto delle faine. Seconda parte</title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-pianto-delle-faine-seconda-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Jan 2021 15:38:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[faina]]></category>
		<category><![CDATA[horror]]></category>
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		<category><![CDATA[Napoleone Dulcetti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto a cura di Napoleone Dulcetti Entrarono in un piccolo appartamento, uno spazio simile al piano terra ma privo di caminetto e riscaldamenti. Zoel rabbrividì.«Può scendere a scaldarsi quando vuole. Se le fa piacere pranzeremo e ceneremo insieme, sono solo e i miei figli vengono a farmi visita soltanto a Natale e Pasqua.»«Non deve disturbarsi, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Racconto a cura di Napoleone Dulcetti</em></strong></p>



<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-8f761849 wp-block-columns-is-layout-flex">
<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:33.33%;">
<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2021/01/immagine-seconda-parte-1.png?resize=276%2C173&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1630" width="276" height="173" data-recalc-dims="1" /></figure>
</div>



<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%;">
<p class="wp-block-paragraph">Entrarono in un piccolo appartamento, uno spazio simile al piano terra ma privo di caminetto e riscaldamenti. Zoel rabbrividì.<br>«Può scendere a scaldarsi quando vuole. Se le fa piacere pranzeremo e ceneremo insieme, sono solo e</p>
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</div>



<p class="wp-block-paragraph">i miei figli vengono a farmi visita soltanto a Natale e Pasqua.»<br>«Non deve disturbarsi, posso arrangiarmi! »<br>«Nessun disturbo, mi fa piacere un po’ di compagnia. Nell’armadio ci sono altre coperte se queste non dovessero bastare.»<br>«Va bene. Le ripeto però, non voglio creare disturbi. Sa, anch’io abitavo da bambino in una casa di campagna, so che c’è molto da fare.»<br>«Allora saprà tutto di ortaggi, galline e conigli immagino?» Disse sorridendo e accendendosi un sigaro all’anice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conigli… Ripensò agli anni d’infanzia. Gli venne in mente che una volta, con suo fratello, liberarono un coniglio per farlo giocare all’aperto. Si divertirono un mondo a vederlo saltare e litigare con i polli, ma il sole calò subito. Non riuscendo ad acchiappare Bombardo, cosi avevano soprannominato quel coniglietto bianco e grigio, se ne tornarono a casa, lasciando l’animale fuori dalla stalla. La mattina dopo lo cercarono ovunque, trovandolo privo di vita vicino al muro di cinta, senza testa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«La navetta per il paese parte fra dieci minuti e ritorna da queste parti intorno alle otto.» Informò il fattore svegliandolo da quel macabro ricordo.<br>«Non è possibile visitare gli scavi?» Domandò lui impaziente.<br>«Ci sono delle tombe dove è possibile andare, le visite guidate terminano alle quattro del pomeriggio, può andarci domattina, ma non credo che lei sia interessato a quelle. Gli scavi di cui ha sentito parlare sono accessibili sono agli addetti ai lavori. Dovrò contattare qualche amico per farle avere un lasciapassare.»<br>«Sarebbe grandioso. Allora vado a prepararmi, voglio curiosare un po&#8217; per il paese. Tornerò per cena.» Assicurò lo scrittore.<br>«L&#8217;aspetterò. Non sarà anche lei un dannato vegano o cose del genere vero?» Sbottò maliziosamente il vecchio.<br>«No, no, come le viene in mente?» Rispose sorridendo. Fra i due si instaurò una sana confidenza, come se si conoscessero da una vita.<br>«Coniglio alla brace allora, una mia specialità, vedrà!». E se ne andò con aria spavalda e compiaciuta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Coniglio alla brace! Coniglio alla brace! Coniglio! Coniglio! Coniglio! Bombardo! Bombardo! Rimase inorridito, pensò al quel piccolo animaletto lasciato libero, gli si chiuse lo stomaco, ma fu una chiusura lampo perché non mangiava qualcosa di sano da molto tempo e il rumore del fuoco scoppiettante che veniva da sotto suggeriva la succulenta immagine di un coniglio che non sarebbe stato il suo Bombardo, ma di un altro animaletto ben rosolato e profumato di odori e spezie a cuocersi. <br>Gli venne l&#8217;acquolina in bocca, lo stomaco emise un grido di fame.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La corriera arrivò con dieci minuti di ritardo. Innervosito dall’attesa e dal vento freddo si meravigliò che la navetta avesse il riscaldamento acceso. <br>L’aria calda a pieno regime rendeva difficile capire ciò che gli aveva chiesto l’autista. Si limitò a consegnargli cinque euro e a ricevere il resto. La strada era tortuosa e le curve si inerpicavano, lambendo i fianchi di colline verdi e strapiombi scoscesi. <br>Si vedeva il mare, in uno squarcio delineato da cime e burroni, un cielo freddo copriva tutto e tutti. L’autista abbassò la potenza del riscaldamento e le voci di due vecchietti seduti ai primi posti divennero più chiare. <br>Il dialetto rendeva la macabra conversazione quasi divertente<br><br>« Lo ha ucciso! Accoltellato per una sigaretta.» Disse uno.<br>«Un vizio di famiglia. Tale padre&#8230;» Aggiunse il secondo<br>«Suo zio poi&#8230;» Disse l’autista.<br>«Proprio così. Una notte nel tentativo di dare fuoco al pollaio di Giacomo ha calpestato una trappola per lupi. Dal dolore è caduto a terra e battendo la testa ha perso i sensi. Quando il vecchio fattore è arrivato era troppo tardi, per le galline, le uova e anche per lui.» Raccontò il vecchietto vicino al finestrino<br>«Non credo si possa avere pietà per una persona come lui. Al vecchio Giacomo è andata bene dopotutto. Due piccioni con una fava.» Continuò l’altro.<br>«In che senso?» Chiese l’autista.<br>«A bruciare non è stato soltanto una canaglia, ma anche il suo diretto avversario nella produzione di carne bianca e di mele. Che fortuna sfacciata il vecchio fattore!»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Zoel rimase colpito dal modo in cui parlava quella gente. <br>Sembrava normale, quasi abitudinario e lui ne era felice perché tutto ciò rendeva più semplice la sua attività di scrittore dell’orrore.<br>«Scendere signori! Prossima corsa, ore venti, stesso piazzale.» Urlò l’autista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Zoel si ritrovò in un antico centro storico. Cosa rende così fredde queste persone? Pensò quasi ad alta voce mentre si accendeva una sigaretta. La piazza era deserta. Si accorse che erano poche le attività aperte: il“Play&amp;Drink”, un pub costruito in stile inglese, un panettiere che imbandiva il banco di pizze rustiche e un macellaio che affilava coltelli mentre ascoltava la radio. <br>Uno strano silenzio avvolgeva quelle case, si sentì osservato, come se fosse un lupo affamato che gironzolava fra viuzze fredde e irregolari. Immaginava padri di famiglia nascosti dietro le tapparelle con il fucile in mano, bambini irrequieti che caricavano le fionde, casalinghe forti e coraggiose con il coltello da cucina nascosto sotto la gonna. Un brivido gli accarezzò il collo scoperto, come un dito gelato che stuzzica per poi nascondersi. <br>Ripose il quaderno che utilizzava per prendere appunti e si incamminò verso il “Play&amp;Drink”. Entrò, e gli occhi dei clienti lo infilzarono come tanti chiodi arrugginiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Una birra non filtrata, per favore!» Chiese al cameriere, un ragazzo sulla trentina alto e panciuto. <br>Il modo in cui portava i capelli e la barba folta e bionda lo facevano somigliare ad un guerriero normanno, ma il suo tono era quasi femminile.<br>«La preferisce al banco o al tavolino?» Chiese con voce ancora più effeminata.<br>«Al tavolo, grazie. Non filtrata mi raccomando! » Affermò andando a sedere vicino la vetrata.</p>
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		<title>Giancarlo Germanà, Il sussurro dell’onda, Tipheret</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jan 2021 16:59:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione a cura di Martino Ciano Sentiamo spesso dire che “la civiltà viene dal mare”, perché lungo questo inquieto specchio azzurro si sono spostate popolazioni e civiltà. Per questo motivo, ogni volta che volgiamo lo sguardo su questa massa d’acqua senza confini, capace di ispirarci e di intimorirci, ci sentiamo parte dell’eternità. Osservare il mare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/giancarlo-germana-il-sussurro-dellonda-tipheret/">Giancarlo Germanà, Il sussurro dell’onda, Tipheret</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Recensione a cura di Martino Ciano</em></strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Sentiamo spesso dire che “la civiltà viene dal mare”, perché lungo questo inquieto specchio azzurro si sono spostate popolazioni e civiltà. Per questo motivo, ogni volta che volgiamo lo sguardo su questa massa d’acqua senza confini, capace di ispirarci e di intimorirci, ci sentiamo parte dell’eternità. Osservare il mare è come guardare il cielo, tuffarsi in mare è come volare tra le stelle, solcare le onde è come farsi trasportare dal vento.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Giancarlo Germanà, archeologo e autore di questo affascinante saggio, ci prende per mano e ci porta lungo le vie “marittime” del sacro. Sono strade non sempre visibili, perché molti particolari si sono inabissati e vanno riportati alla luce. Quanti segreti cavalcano sulla cresta di un’onda. È un movimento eterno quello del mare, mai si è arrestato e mai si arresterà. E così partiamo dal “mito del Diluvio”, che ogni civiltà ha raccontato a modo suo, tanto da esser certi che esso sia stato un evento che è rimasto nella memoria collettiva dell’uomo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci tufferemo poi tra le pagine dell’Epopea di Gilgamesh, il primo poema della storia che ha parlato di vita, di morte, di eternità e che confluirà in versioni più o meno edulcorate in altri testi sacri. E così l’Arca di Noè, la nave di Argo e tutte le civiltà che hanno solcato il “mare nostrum”, fino a giungere agli Shardana, il misterioso popolo del mare che mise in ginocchio l’Egitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo viaggio tra storia e mito, tra sapere esoterico e vie da percorrere, ci trasporta nel sacro e nel profano della conoscenza, perché se è vero che molte cose sono accessibili solo a coloro che sanno ricercare, è giusto ricordare che tutti si possono avvicinare a questi argomenti. Il libro di Germanà, infatti, non è per i soli addetti ai lavori, ma è un testo che ha il merito di divulgare un sapere ancora tutto da indagare proprio per il suo carattere “misterico”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La patria comune dell’uomo è il mare. Questa massa d’acqua è capace di rapirci, di ispirarci, di unirci. C’è una storia più forte di quella conosciuta che non si basa su dogmi, ma su miti che nascondono in loro chiavi di lettura capaci di condurci verso un mondo di cui ancora oggi ignoriamo troppe cose.</p>
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		<title>Elogio delle frontiere di Jules Régis Debray</title>
		<link>https://www.borderliber.it/jules-regis-debray-elogio-delle-frontiere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Dec 2017 06:09:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Frontiere]]></category>
		<category><![CDATA[occidente]]></category>
		<category><![CDATA[tecnocrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Gianfrancesco Caputo. In copertina: &#8220;Elogio delle frontiere&#8221; di Jules Régis Debray In tempi di globalizzazione e di annullamento delle identità dei popoli, al fine di creare il “popolo unico”, parlare di frontiere può sembrare anacronistico e forse addirittura antiquato, tuttavia un certo amore per l’archeologia ci fa riscoprire il senso e la funzione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Gianfrancesco Caputo. In copertina: &#8220;Elogio delle frontiere&#8221; di Jules Régis Debray</strong></p>
<p>In tempi di globalizzazione e di annullamento delle identità dei popoli, al fine di creare il “popolo unico”, parlare di frontiere può sembrare anacronistico e forse addirittura antiquato, tuttavia un certo amore per l’archeologia ci fa riscoprire il senso e la funzione della frontiera, quel limite che <strong>Ludwig Feuerbach definiva nella sua Critica della filosofia hegeliana, come “quello che diviene realtà, lo diventa sempre esclusivamente in quanto è qualcosa di determinato”.</strong></p>
<p>Soprattutto in tempi come questi è opportuno, forse necessario, riconsiderare l’idea di frontiera, <strong>Jules Régis Debray scrittore, giornalista, professore e intellettuale francese, lo fa nel suo “Elogio delle frontiere” (add editore 2012).</strong> Debray si chiede se non sia lo stesso decantato sistema democratico ad aver concettualizzato un mondo senza né dentro né fuori, precipitandolo in una tecnocrazia senza confini naturali, quei confini che erano il naturale <strong><em>limes</em></strong> di popoli e imperi.</p>
<p>D’altro canto l’Europa delle banche e del capitalismo finanziario ha ripudiato il principio del “concerto delle nazioni” poiché avendo ereditato “un massimo di diversità in un minimo spazio” diventa troppo faticoso capirsi tra popoli europei così differenti, meglio incontrarsi nel campo neutro e spoliticizzato dell’economia, i buoni affari interessano tutti, <em><strong>“pecunia non olet”.</strong></em></p>
<p>I popoli europei invece, sentono un bisogno arcaico, sanguigno, vitale, di piantare insegne ed innalzare emblemi, perché al di là delle nuvole della realtà virtuale, unificante ma falsa, i popoli europei vogliono abbeverarsi alla fonte della propria tradizione culturale.</p>
<p><strong>Dunque la demo-tecnocrazia mentre comprime l’orizzonte del cittadino-elettore, allarga l’orizzonte dell’individuo-consumatore “deterritorializzando” le identità comunitarie e globalizzando l’economia, ecco perché il tema delle frontiere, oggi più che mai, è di grande attualità.</strong></p>
<p>La frontiera è innanzitutto una questione intellettuale e morale, la frontiera non è un muro, è corpo vivo che respira, che filtra, lascia passare l’aria nuova proveniente da altri e diversi luoghi, favorisce l’equilibrio attraverso lo <em>“ius publicum europaeum”,</em> che necessita, anzi quasi impone, l’incontro tra i popoli, perché è ovvio che se questa formula è valida per i popoli europei sarà valida per i popoli di tutto il mondo, ecco si intravede la nuova frontiera.</p>
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