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	<title>Anni Novanta Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>È il nostro turno: Strati e il circolo vizioso della Calabria</title>
		<link>https://www.borderliber.it/e-il-nostro-turno-strati-ciano-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 22:01:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Anni Novanta]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;È il nostro turno&#8221; di Saverio Strati, Rubbettino editore, 2025 &#8220;È il nostro turno&#8221; non può che ispirarmi una lettera, perché questo romanzo del 1974, ripubblicato da Rubbettino, a un calabrese dà solo conferme. Sembrerà banale, ma al buon Strati, se fosse ancora in vita, scriverei semplicemente che &#8220;è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;È il nostro turno&#8221; di Saverio Strati, Rubbettino editore, 2025</strong></p>
<p><strong>&#8220;È il nostro turno&#8221;</strong> non può che ispirarmi una lettera, perché questo romanzo del 1974, ripubblicato da Rubbettino, a un calabrese dà solo conferme. Sembrerà banale, ma al buon Strati, se fosse ancora in vita, scriverei semplicemente che &#8220;è tutto ancora uguale, persino la rabbia del tuo protagonista è simile alla nostra quando vediamo le cose storte. Chi non vuole stare in questo sistema deve farsi le valigie e andarsene, perché sa che non lo cambierà&#8221;.</p>
<p><strong>&#8220;È il nostro turno&#8221;</strong>, infatti, racconta di un giovane di belle speranze che i genitori, contadini, mandano a studiare prima a <strong>Catanzaro</strong>, poi a <strong>Reggio Calabria</strong> e infine a <strong>Firenze</strong>. Durante il suo percorso, il protagonista incontra solo muri, ingiustizie sociali, mancate occasioni di emancipazione, favoritismi. Soldi in <strong>Calabria</strong> ne arrivano a palate ma invece di essere impiegati per le grandi opere, politici, faccendieri e gente del malaffare se li spartiscono. Tutto viene realizzato con approssimazione. Intanto, cominciano le migrazioni: gli onesti se ne vanno, i buontemponi si accomodano sempre più.</p>
<p>Fin quando lui resta nella sua regione, dividendosi tra il paesello e le due &#8220;città&#8221; in cui frequenta il Liceo, il malessere è contenuto. Egli avverte il pericolo ma non riesce a identificarlo. Quando invece emigra a Firenze, distaccandosi dalla terra natia, si rende conto che la Calabria è una fossa da cui nessuno si salva. &#8220;Eppure è un territorio vergine, c&#8217;è tutto da fare. Ci sarebbero tante opportunità&#8221;. Insomma, Strati fa dire al suo sveglio giovanotto, nel 1974, le stesse cose che ripetiamo noi oggi a distanza di decenni e decenni. Ce n&#8217;è abbastanza per piangere.</p>
<p><strong>&#8220;È il nostro turno&#8221;</strong> è un&#8217;opera in cui critica e autocritica si incontrano. Ma è anche un romanzo che fa male, che fa venire le lacrime agli occhi a chi in questa regione ha deciso di rimanere. È un libro che consiglio, perché non fa &#8220;paternali&#8221;, ma disegna tutto senza patetismi o romanticismi. Strati mette in evidenza un popolo colluso, fiero di essere usato durante le campagne elettorali, convinto che solo con la mano miracolosa di qualcuno si possa progredire.</p>
<p>Il romanzo fa trapelare l&#8217;anima dei giovani che si piegano facilmente al sistema, che si vestono di individualismo, che sono comunità solo durante le processioni religiose. Il problema però è un altro: chi si prende la briga di leggere Strati? Qualche professore lo porterà mai in classe? Lo darà in pasto ai suoi alunni? Avrà il coraggio di ubriacare di verità i suoi ragazzi, oppure continuerà ad assegnare loro storie di farfalle che imparano a spiccare il volo, o novelle infarcite di piatti sentimenti da riassumere nei pensierini da recitare a fine anno?</p>
<p>Soprattutto, quanti calabresi sono disposti a fare i conti con un autore della propria regione il cui stile è quello dei maestri del Novecento? Nella sua prefazione, Tommaso Labate dice giustamente che <strong>&#8220;Strati è uno dei grandi dimenticati&#8221;</strong> non solo dai suoi conterranei, ma in Italia. Al di là del dispiacere che tale &#8220;dimenticanza&#8221; mi provoca, penso che sia dovere di qualsiasi amante della letteratura cominciare a diffondere la sua opera. Parlarne incessantemente.</p>
<p><a href="https://www.borderliber.it/il-selvaggio-di-santa-venere/">Già nel 1977 con <strong>&#8220;Il selvaggio di Santa Venere&#8221;</strong></a>, Strati ha raccontato la Calabria delle &#8216;ndrine, anticipando certi argomenti, logicamente con uno stile completamente diverso, che poi hanno infarcito i libri di Gratteri. Con <strong>&#8220;È il nostro turno&#8221;,</strong> lo scrittore di <strong>Sant&#8217;Agata del Bianco</strong> mette in atto un&#8217;opera di smascheramento verso quella generazione che avrebbe dovuto cambiare il volto della regione, ma che invece ha preferito accomodarsi alle tavole imbandite dai politici e dai capibastone, svendendosi al truce assistenzialismo.</p>
<p>Ci sono pagine che per crudezza e concretezza farebbero impallidire i <strong>pasoliniani</strong> più arditi. In ciò va anche tratteggiato un altro aspetto, Strati non è regionalista, ma attua un confronto con la situazione nazionale. L&#8217;arretratezza della<strong> Calabria</strong>, che è simile a quella di oggi, è prima di tutto culturale e morale. Altro che tradizioni da difendere o rilancio dell&#8217;enogastronomia. Ciò che leggeremo tra queste righe è la voce di un uomo innamorato della sua terra, testimone del fatale passaggio dalla povertà materiale all&#8217;abbondanza di facciata.</p>
<p>La sfortuna di Strati è stata proprio quella di essere nato in Calabria, regione priva di vere opportunità per tutti, da cui, se non ti allinei al potere, devi fuggire per progredire. Altrimenti ti viene concessa la possibilità di esserci, ma nell&#8217;indifferenza. Leggete quindi Strati, non siate come coloro che trovano mille scuse per non farlo. L&#8217;autore salva solo una cosa:<strong> la rabbia dei calabresi che non vogliono piegarsi.</strong></p>
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		<title>Fantaghirò. La favola di una generazione</title>
		<link>https://www.borderliber.it/fantaghiro-la-favola-geneazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Jan 2023 02:08:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Anni Novanta]]></category>
		<category><![CDATA[Buono]]></category>
		<category><![CDATA[Fantaghirò]]></category>
		<category><![CDATA[favola]]></category>
		<category><![CDATA[Italo Calvino]]></category>
		<category><![CDATA[Natale]]></category>
		<category><![CDATA[Serie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Letizia Falzone. In copertina una foto tratta da Wikipedia Era il 22 dicembre 1991, avevo sei anni quando Canale 5 mandò in onda, per la prima volta, quello che divenne uno degli appuntamenti fissi del Natale italiano: Fantaghirò, ossia la favola di una generazione. Durante queste vacanze natalizie, mi sono imbattuta per caso [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/fantaghiro-la-favola-geneazione/">Fantaghirò. La favola di una generazione</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4>Articolo di Letizia Falzone. In copertina una foto tratta da Wikipedia</h4>
<p>Era il 22 dicembre 1991, avevo sei anni quando Canale 5 mandò in onda, per la prima volta, quello che divenne uno degli appuntamenti fissi del Natale italiano: <em>Fantaghirò, </em>ossia la favola di una generazione<em>. </em>Durante queste vacanze natalizie, mi sono imbattuta per caso nelle repliche. Così ho deciso di vederlo insieme alla mia bambina di otto anni.</p>
<p>Diretto da Lamberto Bava la mini-serie trae origine dalla fiaba <em>Fanta-Ghirò, Persona bella</em> di Italo Calvino. Fantaghirò divenne per quasi 5 anni un vero e proprio fenomeno di costume rimanendo irrimediabilmente impresso in quasi due generazioni di ragazzi. Chi era un bambino allora, lo ricorda ancora vividamente: atteso quasi più di Babbo Natale, il nuovo capitolo di Fantaghirò aggiungeva al Natale un tocco di magia di cui ancora, in parte, sentiamo la mancanza.</p>
<p>In un paese medioevale e pagano due regni confinanti e nemici sono in perenne guerra fra loro. In uno dei due reami la Regina muore di parto dopo aver dato alla luce la terza figlia. Il Re, che desiderava un erede maschio, va su tutte le furie e decide di sacrificare la creatura alla bestia nella Grotta della Rosa d’Oro, ma un fulmine lo blocca e decide di riportare la piccola al castello.</p>
<p>La bimba cresce dimostrando subito uno spiccato senso della giustizia e, sempre più interessata ai combattimenti e alla lettura che alle attività al tempo riservate alle donne, rifiuta un matrimonio combinato e nei boschi impara ad usare la spada. Passano gli anni e la giovane cresce sempre più indipendente e forte, attirando le ire del padre che decide di bandirla dal castello per il rifiuto della giovane a sposarsi con lo sposo designato.</p>
<p>Nella foresta Fantaghirò incontra il Cavaliere Bianco che la cresce insegnandole a maneggiare armi e a vivere come un’amazzone. Durante una sfida con il Cavaliere, la ragazza incontra per la prima volta il giovane Romualdo, Principe del regno vicino e figlio dell’acerrimo nemico del padre e tra i due scocca il colpo di fulmine.</p>
<p>A rendere affascinante la storia, portandola ad avere oltre sei milioni di spettatori, fu la realizzazione e la trama da fiaba moderna con personaggi ben delineati e una protagonista femminile forte e piena di coraggio che ebbe il volto dell’affascinante Alessandra Martines, mentre Romualdo era interpretato da un giovanissimo e attraente Kim Rossi Stuart.</p>
<p>Negli anni le avventure di Fantaghirò si aggiunsero di personaggi e comprimari come la Strega Nera, una donna perfida che aveva anche una vena comica che rendeva il prodotto adatto ai più piccoli ed aveva il volto di Brigitte Nielsen. Successivamente entra a far parte del cast Nicholas Rogers nel ruolo del perfido Tarabas, uno stregone che diventerà buono a causa dell’amore che nutre per la giovane principessa.</p>
<p>Paesaggi da fiaba ambientati nei boschi dell’ex Cecoslovacchia, elfi, pietre parlanti, orride oche parlanti dal ghigno assassino, alberi animati. Uno splendore, che per noi bambini di allora era fiaba, incanto. Chi non ha mai sognato di cavalcare il simpatico Chiomadoro? E vogliamo parlare della pietra consigliera Tornaindietro?</p>
<p>La serie divenne un culto, non solo per le sue storie avvincenti, a metà fra magico, medievale e romantico ma anche per le sue evidenti ingenuità e per il buonismo imperante: Fantaghirò vuole bene a tutti, perdona tutti, si fa fregare da tutti, anche se alla fine riesce sempre a riportare l’ordine e la pace. E vissero tutti felici e contenti.</p>
<p>È interessante la modernità del racconto: capace di sdoganare un personaggio femminile dal ruolo che le era imposto dalla società. Inoltre il carattere di Fantaghirò la porta a nascondere la propria bellezza per indossare abiti maschili, il desiderio di dimostrare di essere anche altro oltre al suo aspetto.</p>
<p>E come dimenticare il coraggio di Fantaghirò nell’affrontare il suo destino, un destino non scritto ma che lo costruisce da sé. Andare contro i preconcetti e le idee schematiche di una società maschile. Ribelle, impavida, senza paura. È entrata nell’immaginario collettivo come vera e proprio icona di forza.</p>
<p>Ma non ha fatto i conti con l’amore. Un sentimento che è più forte di tutto e che abbatte qualsiasi barriera. Una favola che unisce magia e misticismo popolare. Una storia di coraggio, di amore e di rivalsa tutta al femminile.</p>
<p>Dopo aver ripercorso un po’ la storia della nostra eroina non posso negare che la nostalgia che avevo cercato di tenere lontana è arrivata e con lei i miei ricordi d’infanzia, delle serate natalizie, del calore delle feste e dei pomeriggi passati a prendere a bastonate gli alberi del parchetto vicino casa, perché quando si è piccoli basta una storia delle più semplici ad aprire un mondo assottigliando la soglia tra realtà e fantasia.</p>
<p>Tutto è possibile e Fantaghirò ci fece credere che con coraggio e volontà avremmo potuto affrontare i mostri peggiori. Forse ci servirebbe ancora quel fanciullesco coraggio e nel tentativo di ritrovarlo qualche puntata sarà meglio rivederla.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/fantaghiro-la-favola-geneazione/">Fantaghirò. La favola di una generazione</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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