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	<title>Amis Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>La zona di interesse: il confine della disumanizzazione</title>
		<link>https://www.borderliber.it/amis-zona-einaudi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2024 03:50:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Antonio Maria Porretti. In copertina &#8220;La zona di interesse&#8221; di Martin Amis, Einaudi, 2015 &#8220;Gli uomini soli senza appoggio di altri non hanno mai potere a sufficienza per usare la violenza con successo&#62;&#62;, scrive Hannah Arendt nel suo saggio&#8221; Sulla Violenza (Guanda Editore, traduzione a cura di Savino D&#8217;Amico). Un postulato rivelatosi valida [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Antonio Maria Porretti. In copertina &#8220;La zona di interesse&#8221; di Martin Amis, Einaudi, 2015</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>&#8220;Gli uomini soli senza appoggio di altri non hanno mai potere a sufficienza per usare la violenza con successo&gt;&gt;, scrive Hannah Arendt nel suo saggio&#8221;</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Sulla Violenza (Guanda Editore, traduzione a cura di Savino D&#8217;Amico).</em></p>
<p>Un postulato rivelatosi valida chiave di accesso per addentrarsi nella lettura del romanzo di <strong>Martin Amis,</strong> <strong>&#8220;La zona d&#8217;interesse&#8221;</strong>, pubblicato da <strong>Einaudi</strong> nel 2015 e valorosamente tradotto da <strong>Maurizia Baldelli</strong>.</p>
<p>La ragione è molto semplice: l&#8217;Olocausto poté perpetrarsi perché ricevette l&#8217;appoggio, il consenso e la legittimazione, da parte di una <strong>Germania</strong> mai rassegnatasi alle umiliazioni subite con la sua sconfitta nella <strong>Grande Guerra</strong>. Di una nazione dunque in cerca di riscatto, ossessionata e dominata dal miraggio di una purificazione da quella débâcle, pervasa da una pulsione di morte che il verbo nazista avrebbe sfogato contro gli ebrei. I colpevoli designati e da punire con la loro estinzione.</p>
<p>È attraverso questa prospettiva che <strong>Amis</strong> affronta il tema della <strong>Shoah</strong>, scavandosi una nicchia che lo separa nettamente dalla maggior parte delle narrazioni gravitanti intorno a tale voragine storica, come una cappella dislocata in una zona più nascosta, meno frequentata della cattedrale in cui è inserita.</p>
<p>Attraverso l&#8217;eloquenza allucinata con cui lascia sciamare i suoi personaggi, si ha l&#8217;impressione di vedere alfieri mossi lungo le diagonali di una scacchiera dove l&#8217;obbedienza è l&#8217; unica strategia di vittoria possibile, concepibile. La coscienza è un lusso che non possono permettersi di avere, o a cui aspirare, per convivere a stretto contatto con quella fabbrica di morte che fu <strong>Auschwitz</strong>.</p>
<p>Golo Thomsen, Boris Eltz, il Kommandant Paul Doll, ma anche sua moglie Hannah e Smzul, l&#8217;ebreo a capo dei <strong>Sonderkommando</strong>, ossia degli untori di quella strage pianificata come una produzione industriale del più alto prestigio e reddito, si negano come esseri umani; si nascondono a sé stessi, anche quando sono soli, perché schiacciati dal colosso di un potere teso a spersonalizzarli.</p>
<p><strong>Amis</strong> ce li schiera sotto gli occhi come documenti in carne e ossa del <strong>Terzo Reich</strong>, ricorrendo a ogni effetto fornitogli dal registro di un implacabile grottesco tale da rendere ancor più smisurato e incomprensibile quell&#8217;orrore.</p>
<p>Non è difficile immaginare che il riaffacciarsi di questo titolo fra scaffali e vetrine di libreria, sia legato al film di <strong>Jonathan Glazer</strong>. Che non è la sua puntuale trasposizione cinematografica, condividendo &#8211; a parte il titolo &#8211; i luoghi di ambientazione della storia.</p>
<p>Personalmente, posso dire di aver trovato la versione cartacea ancor più raggelante, per via di una lingua che si fabbrica come uno specchio che più deforma le immagini in esso riflesse, più ne restituisce l&#8217;esattezza e la precisione dei contorni. Senza possibilità di aggiustamenti.</p>
<p>&#8220;Immagini quanto sarebbe orribile se da quel posto nascesse qualcosa di buono&#8221;.</p>
<p>Dichiara <strong>Hannah Doll</strong> a un innamorato <strong>Golo Thomsen</strong> che per tutta la narrazione insegue il sogno di avere una storia di amore con lei.</p>
<p>Negarsi una umanità, significa anche negarsi la possibilità di avere e coltivare sogni.</p>
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		<title>La zona d&#8217;interesse. Dall&#8217;altra parte di quell&#8217;altra parte</title>
		<link>https://www.borderliber.it/zona-interesse-film/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Mar 2024 02:47:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Antonio Maria Porretti. In copertina la locandina di &#8220;La zona d&#8217;interesse&#8221; tratta dal web Un nero che invade lo schermo, con il potenziale attrattivo di una calamita che comincia a risucchiarti dentro.È l&#8217;inizio de La zona di interesse, diretto da Jonathan Glazer, premiato con l&#8217;Oscar per il miglior film internazionale e basato sull&#8217;omonimo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Recensione di Antonio Maria Porretti. In copertina la locandina di &#8220;La zona d&#8217;interesse&#8221; tratta dal web</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un nero che invade lo schermo, con il potenziale attrattivo di una calamita che comincia a risucchiarti dentro.<br />È l&#8217;inizio de La zona di interesse, diretto da <strong>Jonathan Glazer</strong>, premiato con l&#8217;Oscar per il miglior film internazionale e basato sull&#8217;omonimo romanzo di <strong>Martin Amis.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cos&#8217;era dunque la &#8220;Interessengebiet&#8221;?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Si trattava di quell&#8217;area di circa 40 chilometri quadri innestata fra il <strong>Campo di Auschwitz I e Auschwitz II &#8211; Birkenau</strong>, dove risiedevano le famiglie dei gerarchi nazisti posti al controllo e alla gestione del genocidio di massa degli ebrei.</p>
<p>Un &#8220;<strong>Locus Amoenus</strong>&#8221; anestetizzato e preservato da ogni commistione con quella fabbrica di morte. Organizzata con la meticolosità di una <strong>Base Industriale</strong> di appoggio e di sostegno per imprenditori in cerca di manodopera gratuita per irrobustire le loro produzioni. Nella menzogna di una promessa di libertà in cambio di lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui, dall&#8217;altra parte di quei cancelli, muri ed estensioni di filo spinato in cui ogni sonno era sala d&#8217;attesa per la morte, che la vita riprendeva a veicolare entro i binari di una &#8220;normalità&#8221; in estradizione da quell&#8217; inferno. Esule da quelle atrocità come lo furono migliaia di tedeschi e europei impermeabili e passivi, allorché non entusiasti e consenzienti di quel tabula rasa genetico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così, ecco progredire le vicende domestiche della famiglia <strong>Höss</strong>: quella del comandante di <strong>Auschwitz</strong>, per intenderci. Con andamento di un dormiveglia interiore. Rischiarato da una fotografia volutamente livida, torbida, raggelante.</p>
<p>Come se ognuno dei componenti fosse un inconsapevole vampiro distratto: la signora <strong>Höss</strong> che si prova con modalità un po&#8217; da pavone gli abiti delle deportate più abbienti, o dedicandosi alle cure del proprio giardino. Il figlio maggiore che si compiace orgoglioso della propria collezione di denti estirpati, purché sani. La figlia grande che si esercita al pianoforte, con sottofondo di boati , sirene e sparatorie. E poi gli appuntamenti quotidiani intorno al desco; le scampagnate in riva al fiume con contorno di nuotare e gare di pesca; i bagni e i pomeriggi trascorsi intorno alla piscina; le visite e gli scambi di cortesia con il vicinato…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto come se scorresse su lastre di ghiaccio. Ogni situazione ad affastellamento di un mosaico dell&#8217;orrore. Di una ferocia che si dà solo per percezione sonora; a distanza.<br />Straordinario &#8211; a dir poco &#8211; il lavoro svolto <strong>Jhonnie Brop</strong>, responsabile del suono, e <strong>Lukazs Sal</strong>, direttore della fotografia. Determinante per accrescere e estremizzare la <strong>Gemütlickeit</strong> di questo spaesamento (e stordimento) per gli occhi e l&#8217;udito dello spettatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Film tragicamente grottesco?</strong> Sì, se per tale si intende la &#8220;banalizzazione&#8221; della disumanità umana. <strong>Film storico?</strong> Anche. Ma di una <strong>Storia</strong> che trova sempre un modo per replicarsi con millimetrica filologia. <strong>Film &#8220;necessario&#8221;</strong>, come si usa dire oggi a proposito di libri e pellicole?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo dipende dal livello di assuefazione a crudeltà (eufemismo) in corso; a pregiudizi e avversioni razziali più che mai in gran spolvero; dalla dose di coscienza in possesso di <strong>quell&#8217;uno, nessuno, centomila</strong>, che ognuno di noi potrebbe un giorno essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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