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	<title>agricoltura Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Agricoltura: l&#8217;odore dei granai è solo una romanticheria?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 12:40:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Border News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Puntare sull&#8217;agricoltura è una romanticheria o può essere una medicina contro un futuro sempre più alienante? Dati alla mano, Guido Borà fa un dettagliato quadro della situazione. In copertina una foto del centro storico di Scalea, in provincia di Cosenza, scattata dall&#8217;autore Immaginate di essere appena tornati da una fugace visita in una località turistica [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Puntare sull&#8217;agricoltura è una romanticheria o può essere una medicina contro un futuro sempre più alienante? Dati alla mano, Guido Borà fa un dettagliato quadro della situazione. In copertina una foto del centro storico di Scalea, in provincia di Cosenza, scattata dall&#8217;autore</strong></p>
<p>Immaginate di essere appena tornati da una fugace visita in una località turistica (nel caso specifico Scalea, in provincia di Cosenza) e un vostro conoscente affermi convinto che in quel luogo un tempo l’agricoltura era fiorente e che questa sarebbe stata la vera ricchezza (usando le sue parole, sarebbe dovuta restare agricola).</p>
<p>Per contestualizzare queste affermazioni, ricordo che, negli anni ‘30 del Novecento, la valle del Lao e il fiume Abatemarco, in provincia di Cosenza, furono interessati da un intervento di bonifica integrale che sanificò il territorio da paludi e acquitrini. L’agricoltura ne fu avvantaggiata, grazie allo sviluppo di impianti irrigui consortili che liberò i contadini dalla schiavitù del turno settimanale di irrigazione.</p>
<p>A questo punto, consentitemi una piccola digressione: quando passate in zone di pianura, fate caso se scorgete alberi di eucalipto; sono un segnale inequivocabile di un intervento umano. Questi alberi, con le loro grandi e profonde radici, contribuiscono a mantenere asciutte le terre in precedenza bonificate o ancora da bonificare.</p>
<p>Nonostante il nostro Paese sia ancora uno delle maggiori economie industrializzate dell’Occidente, il mito dell’agricoltura come fonte di ricchezza nazionale è duro a morire. Convinzioni individuali (secondo <strong>l’Indagine Eurispes-Confagricoltura del 2022</strong>, l’86 percento degli italiani considera l’agricoltura “una parte fondamentale dell’economia”) e retorica nazionale (<strong>Coldiretti</strong> sostiene artatamente che il cibo possa valere il 30 percento del Prodotto interno lordo) favoleggiano su una presunta forza economica di questo settore che, se efficacemente supportato, diverrebbe volano della crescita.</p>
<h3>L&#8217;agricoltura conviene?</h3>
<p><strong>Quando viene posta la seguente domanda</strong>: quanto pesa l’agricoltura sull’economia nazionale? Le risposte sono tra le più disparate, ma, facendo una media, si arriva al <strong>20 percento del Pil</strong>. Invece — e qui scatta la delusione sul viso di coloro che vengono a conoscenza delle cifre corrette — la quota del valore aggiunto del settore primario (foreste, agricoltura e pesca) ha superato di poco il <strong>2,4 percento del Pil nel 2024</strong>, evidenziando come, al contrario di quanto si creda, sia residuale (in altri Paesi come Usa, Germania e Francia questa percentuale è ancora più bassa: rispettivamente 0,8 percento, 0,9 percento e 1,4 percento).</p>
<p>Ma i problemi non sono finiti qui: rispetto ad altri Paesi, l’agricoltura italiana, dal lato della produzione, soffre di un grave problema strutturale, in quanto la proprietà è polverizzata in piccole e piccolissime aziende. A fronte di una grande distribuzione (Gdo) sempre più concentrata, gli agricoltori non hanno il potere di fissare i prezzi (si parla di monopsonio o oligopsonio). Su questo problema è in corso un’indagine da parte dell’Agcm (l’antitrust italiana) sull’incremento di prezzi dei generi alimentari registrato tra il 2021 e il 2024, <strong>pari a più 24,9 percento, contro il 17,3 percento dell’inflazione generale.</strong> Il differenziale di 8 punti percentuali potrebbe essere riconducibile in parte al potere di mercato della GDO.</p>
<p>Proprio per la struttura polverizzata delle aziende agricole, la produttività è molto bassa: nel 2024 il valore aggiunto (2,4 percento sul totale) era prodotto dal 3,6 percento degli addetti (<strong>erano il 42,2 percento nel 1951</strong>). Da cui, il valore aggiunto per occupato dell’agricoltura è 61.100 euro, mentre quello dell’economia in generale è di 91.600 euro. Il che significa che un occupato in agricoltura mediamente produce il 33 percento in meno di una qualsiasi addetto di un altro settore.</p>
<h3>La zappa è solo un attrezzo romantico?</h3>
<p>Un altro elemento di debolezza è la dipendenza da contributi e sussidi pubblici, sia a livello europeo sia a livello nazionale: nel 2024, a fronte di un valore aggiunto di 50,4 miliardi di euro, sono stati erogati contributi della Politica agricola comune <strong>(Pac, primo e secondo pilastro)</strong> e finanziamenti nazionali per un totale di circa 7,4 miliardi di euro, il 14,7 percento circa. Da quanto descritto fino adesso, è evidente che gli agricoltori sopravvivano a causa di margini estremamente ridotti.</p>
<p>Il mercato del lavoro è particolarmente frammentato, con un’elevata percentuale di manodopera occasionale non qualificata. Da dati Inps e Confagricoltura, <strong>nel 2024 il 90 percento degli operai erano braccianti giornalieri</strong> (900mila), di cui 400 mila stranieri. Il reclutamento rappresenta una nota dolente, una piaga illecita mai debellata, in quanto il principale intermediario tra domanda e offerta di lavoro è ancora il caporale. Si stima, inoltre, che vi siano circa 230 mila lavoratori irregolari (definiti in condizione di grave sfruttamento dall’Osservatorio Placido Rizzotto) che percepiscono salari, quando va bene, di 4 euro all’ora. In alcune aree più critiche si registrano concentrazioni molto alte di irregolari: oltre 10mila nella Capitanata, circa 12mila in Calabria, 8-10 mila in Piemonte e oltre 6mila in Trentino.</p>
<p>Concludo con tre episodi recenti di violenza inaudita, perpetrata nei confronti di alcuni braccianti agricoli extracomunitari: il 2 giugno 2018, a San Calogero (Vibo Valentia), Soumaila Sacko, bracciante maliano e sindacalista, fu ucciso a fucilate mentre recuperava lamiere per la baraccopoli di San Ferdinando. Nel giugno 2024, a Latina, un bracciante indiano, Satnam Singh, è morto dopo essere stato abbandonato davanti casa con un braccio amputato da un macchinario, senza soccorso dal datore di lavoro. <a href="https://www.borderliber.it/strage-di-amendolara-reimigrare-e-dimenticare/">Il 1° giugno 2026, ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro braccianti migranti (Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad) sono stati bruciati vivi in un minivan da due caporali pakistani.</a></p>
<p>Per cui, senza fare di tutta l&#8217;erba un fascio, dobbiamo andare proprio orgogliosi di questo settore?</p>
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		<title>Storia di un contadino: un apostata tra i porci</title>
		<link>https://www.borderliber.it/storia-contadino-ciano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Mar 2024 01:13:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Abusivismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Storia di un contadino: un apostata tra i porci&#8221; è un racconto di Martino Ciano. Libera interpretazione dopo la lettura di alcuni appunti di un mio parente risalenti al 1977  Giocavi con i porci come altri si divertivano con i gatti. Scodinzolavi tra le pecore e le galline sognavano l&#8217;emancipazione, ma tu tiravi loro il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Storia di un contadino: un apostata tra i porci&#8221; è un racconto di Martino Ciano. Libera interpretazione dopo la lettura di alcuni appunti di un mio parente risalenti al 1977 </strong></p>
<p>Giocavi con i porci come altri si divertivano con i gatti. Scodinzolavi tra le pecore e le galline sognavano l&#8217;emancipazione, ma tu tiravi loro il collo come se avessi dovuto strizzare uno straccio.<strong> Contadino eri nato e contadino volevi morire.</strong> Alla terra riconoscevi ogni potere e diritto; più era nuda e brulla, più ti piaceva. <strong>Sapeva di donna.</strong></p>
<p>A volte, ti toglievi la maglia e restavi a torso nudo, poi ti sdraiavi e lei ti dava calore o refrigerio a seconda delle stagioni. Pensavi a quando saresti tornato tra le sue braccia, ché prima o poi sarebbe toccata anche a te la sepoltura. Non ti dispiaceva, non ti preoccupava; d&#8217;altronde, da morto non ti saresti accorto di quando i vermi si sarebbero infilati tra la carne e le ossa. <strong>Nulla del tuo spirito e della tua coscienza sarebbe rimasto nel corpo;</strong> avresti visto tutto dal cielo, mentre zappavi distese di nuvole incolte da cui sarebbero spuntate piante di fagioli.</p>
<p>Non ti ha mai fatto paura il sangue degli animali, non ti impressionavano i versi che emettevano quando il coltello oltrepassava le loro gole. Era un colpo che avevi imparato da piccolo, da tuo padre, il tocco secco che si imprimeva sulla noce del collo del coniglio. Sarebbe morto senza saperlo&#8230;<strong> e poi, hanno un&#8217;anima le bestie?</strong> Sovente, mentre pulivi il porcile dopo aver messo al riparo te stesso dalla fame insaziabile dei maiali, ricordavi che il prete ti aveva spiegato che <strong>la natura è al servizio dell&#8217;uomo.</strong> &#8220;Non esiste peccato per chi compie atti violenti verso gli animali a cui Adamo ha dato il nome. Sono stati battezzati per essere sudditi degli uomini&#8221;.</p>
<p>Eppure, avevi pietà di loro. Fissavi con misericordia gli occhi dei polli e degli agnelli, perché sapevi che fine avrebbero fatto e, dopotutto, ti dispiaceva. &#8220;Ma così va il mondo, così è stato creato. Un contadino non si chiede il <strong>perché</strong>, ma si consegna alla terra, alla natura, si fa loro vassallo, anche giudice e boia. <strong>Il contadino è suddito di Dio e contro la volontà sua nulla può.</strong> C&#8217;è un ciclo che mai si interrompe e che nessuno può modificare e, per quanto cambino il tempo e la meteorologia, la natura continuerà a far nascere e a far morire le sue creature&#8221;.</p>
<p>Sputavi sulle zolle quando finivi di zappare per riconsegnare alla terra anche la polvere che avevi ingoiato. Pisciavi vicino a un albero per ringraziare il cielo dell&#8217;acqua che avevi preso in prestito. Cacavi dietro il canneto per ridare al cosmo persino gli ultimi resti del cibo che ti eri guadagnato e che la natura ti aveva benedetto. <strong>Rendevi &#8220;grazie&#8221; a Dio</strong> ogni qualvolta raccoglievi frutti e ortaggi, o dopo aver ucciso un animale, perché<strong> &#8220;se è vero che piante e bestie non hanno anima, è altrettanto vero che qualcosa dà a loro la forza per vivere, e quel qualcosa torna al Signore&#8221;.</strong></p>
<h3>Storia di un contadino, in memoria di ciò che non c&#8217;è più</h3>
<p>Così eri fin quando non venne da te un costruttore che voleva il tuo terreno e, <strong>nonostante le promesse fatte a te stesso e ai tuoi avi</strong>, ti sei fatto prendere in giro da un assegno. Cedesti tutto, persino le zappe, ché quei campi si trovavano in un punto buono, panoramico, al di sopra di ogni peccato umano e di ogni grido. Da lì vedevi come si univano cielo e mare, come il sole si spegneva in acqua, come il fiume abbracciava i monti e come strisciava a valle sembrando una serpe luccicante.</p>
<p>Costruisti lì una nuova dimora, anzi te la diede in premio l&#8217;imprenditore edile al termine dei lavori del suo <strong>villaggio turistico</strong>. Tu ne diventasti guardiano. D&#8217;estate si aprivano i cancelli, di inverno restavano chiusi e tu controllavi che mai si spalancassero. Somigliavi a uno dei cherubini posto davanti alle porte dell&#8217;Eden.</p>
<p>Vedevi lentamente che intorno ogni cosa mutava, che i mattoni sostituivano le palizzate di legno; che al posto delle stalle sorgevano case; che non c&#8217;era più la natura a comandare gli uomini, ma ruspe e betoniere, gru e muratori con la pelle rosolata dal solleone. <strong>Addio alle bestie e addio alla natura;</strong> te ne fottevi tu, se ne fottevano loro.</p>
<p>Impasta cemento oggi, impasta cemento domani. Chi domina la terra si sostituisce alla natura. <strong>Forse questo volevi? Non lo so, ma permettimi di narrare la tua storia, mio contadino.</strong></p>
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		<title>Opificio Calabria: a Santa Maria del Cedro un amore antico</title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-futuro-n-sapore-antico-a-santa-maria-del-cedro-nasce-opificio-calabria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Aug 2022 02:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Opificio Calabria: a Santa Maria del Cedro un amore antico&#8221; è un articolo di Letizia Falzone. Le foto sono state fornite dall&#8217;autrice Nel cuore del centro storico di Santa Maria del Cedro, tra Piazza Casale e Piazza Don Francesco Gatto, è appena nato un laboratorio magico. In questo luogo avviene la lavorazione e la trasformazione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Opificio Calabria: a Santa Maria del Cedro un amore antico&#8221; è un articolo di Letizia Falzone. Le foto sono state fornite dall&#8217;autrice</strong></p>
<p>Nel cuore del centro storico di Santa Maria del Cedro, tra Piazza Casale e Piazza Don Francesco Gatto, è appena nato un laboratorio magico. In questo luogo avviene la lavorazione e la trasformazione di due frutti pregiati: <em>il cedro e il fico dottato</em>. Ma prima di tutto, è opportuno conoscere i protagonisti di questa storia.</p>
<p>Marco è un giovane uomo di Santa Maria del Cedro. Con un diploma da massofisioterapista in tasca, lascia presto il suo paese. Vive qualche anno a Torino e Perugia, poi in Danimarca fino a quando approda in Cina al fianco di Ciro Ferrara con la squadra da lui allenata e con la nazionale cinese di Marcello Lippi.<br />
Francesca è una giovane donna di Santa Maria del Cedro. La scelta di dedicarsi all&#8217;agricoltura non è stata immediata. Il suo sogno era diventare architetto ma dopo la morte di suo padre in un tragico incidente stradale, preferisce stare vicino alla mamma e alla sue sorelle. Inizia a dare una mano nell&#8217;azienda di famiglia, in cui c&#8217;è anche Giovanni, suo cognato, che già lavorava con il padre di Francesca.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-4419 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/08/IMG-20220803-WA0001.jpg?resize=800%2C600&#038;ssl=1" alt="Opificio Calabria_2" width="800" height="600" data-recalc-dims="1" />I due ragazzi si incontrano e si innamorano. E così Marco decide di ritornare in Calabria. Ma Francesca ha un sogno che era anche il sogno di suo padre: <em>un progetto che collega la coltivazione del cedro e dei fichi dottati alla trasformazione e produzione di tutti i prodotti legati a questi frutti pregiati</em>. Così, qualche giorno prima del lockdown che ha fermato l&#8217;Italia per il Covid-19, Francesca e Marco acquistano tre ettari di terreno per coltivare il cedro e il fico dottato.<br />
Sembra una pazzia. Ma Francesca e Marco fanno tesoro della locuzione Oraziana “carpe diem” e decidono, insieme a Giovanni che li guida, di ampliare il progetto familiare, rimanendo in Calabria e scegliendo di accettare la sfida di valorizzare il territorio e dimostrare che questa terra​ può dare tanto. Il sogno di Francesca che oggi condivide con Marco e Giovanni si è realizzato. È nato così Opificio Calabria.</p>
<p>Oggi Francesca è fiera di questa scelta e conduce l’azienda con passione, cercando costantemente di unire la tradizione e l&#8217;innovazione con la coltivazione. In primis una​ coltivazione di alta qualità​ di questi frutti speciali, una coltivazione che lei definisce “coltivazione morale” perché condotta​ nel rigoroso rispetto dei frutti, della natura, del suolo e del ​ consumatore. Inoltre, tramite le​ visite in azienda, vuole riavvicinare l’uomo alla natura con lo scopo di far riscoprire ed apprezzare la bellezza naturale, allontanandolo dall&#8217;oppressione della vita quotidiana, riappropriandosi del ​ “lusso della contemplazione naturale” ormai lasciata da parte nella frenesia della quotidianità.</p>
<p>La missione di &#8220;Opificio Calabria&#8221; è “affascinare” il palato dei consumatori italiani e d’oltre oceano: sapori semplici, genuinità dei prodotti, abbinamenti poliedrici, packaging accattivante, comunicazione multilingue, <em>social language</em>. &#8220;Grazie al mio lavoro ho la fortuna di apprendere e vivere buona parte di questa mia passione che voglio approfondire spaziando dal benessere alle curiosità, dal tempo libero alle tecniche di coltivazione, passando per le tradizioni culinarie e non solo&#8221;.</p>
<p>L&#8217;obiettivo è quello di stuzzicare la curiosità delle persone, portandole a conoscenza di ciò che spesso danno per scontato ogni giorno ma che, invece, cela grandi valori, privilegiando realtà a conduzione familiare. Tutta questa dedizione e passione, che Francesca e la sua famiglia trasmettono ai loro ospiti, è basata su un unico filo conduttore: &#8220;lavorare la nostra campagna, rispettando la natura, rende i nostri prodotti unici, proprio come si faceva una volta. Perché senza una buona base non si può ottenere un prodotto di qualità&#8221;.</p>
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		<title>Il pensiero a pedali. Tra Cartesio e fallimenti vari</title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-pensiero-a-pedali-tra-cartesio-e-fallimenti-vari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jun 2022 02:18:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Giuseppe Milite Povero Cartesio, quella sua grande, profonda e, poi, così famosa intuizione: &#8220;Cogito ergo sum&#8221;&#8230; Chi avrebbe mai potuto prevedere, allora, quale misero epilogo attendeva il pensiero: l&#8217;essere, quindi. Quasi da piangere, guarda caso, mi viene al pensiero della sua totale unificazione; ridotto a pensiero unico e, in fondo, forse, l&#8217;unica unità [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo di Giuseppe Milite</strong></em></p>
<p><em>Povero Cartesio, quella sua grande, profonda e, poi, così famosa intuizione: &#8220;Cogito ergo sum&#8221;&#8230;</em></p>
<p>Chi avrebbe mai potuto prevedere, allora, quale misero epilogo attendeva il pensiero: <em>l&#8217;essere</em>, quindi. Quasi da piangere, guarda caso, mi viene al pensiero della sua totale unificazione; ridotto a pensiero unico e, in fondo, forse, l&#8217;unica unità trovata, in sostanza, dagli umani dal dopoguerra ad ora. Più che mai incontrovertibile, in buona parte in occidente ma non solo. Da quando, ovvero, è cominciato il benessere arrivato dai quintali di cambiali firmate a debito con la moneta e col pianeta, ed a tutt’oggi.</p>
<p>In sostanza, noto, che la preoccupazione principale, in quest&#8217;era, sempre e più che mai <em>antropocene</em>, è come pensare quel tanto che basta. Come applicare, ovvero, il minimo sforzo mentale per poter divorare quanto più è divorabile e ai massimi regimi. Il tentativo è semplice e direi, ora, così naturalmente egoistico ed elementare: godersi il più possibile la vita e, per quanto riguarda tutto il resto, evitare a ogni costo ogni eventuale, ulteriore punto di domanda!</p>
<p>È così che Dio, e penso a Nietzsche stavolta, di ora in ora e a loro insaputa sempre più muore. Un nuovo e inconcepibile modo di essere. Tanto da generare, a sua volta, un essere sempre più simile al nulla, cartesianamente. Tutto questo, troppo spesso, avviene inconsapevolmente, poiché così è previsto dal &#8220;sistema&#8221;. E comunque, in eventuali casi per così dire avversi, è l&#8217;individuo stesso che per amalgamarsi, sentirsi accolto, partecipe nell&#8217;orda, a cercare a tutti i costi, il modo, l’opportuno stratagemma, per non averne una significativa percezione. Meglio ancora quando, allora è il massimo, non ve n&#8217;è una benché minima coscienza. Sia ben chiaro, a guardarmi intorno, a disamina compiuta, non mi attendo nulla di buono dal futuro e, per me, che purtroppo non so nemmeno sperare, poiché, in verità di mistica non mi intendo, è un bel problema. È così che al massimo mi attendo che l&#8217;eterno susseguirsi d&#8217;eventi, quindi il caos, l&#8217;entropia, possano esserci, in qualche modo, per qualche solita, imprevedibile ragione, favorevoli. Ciò nonostante, il perché per me è un mistero, spendo ancora parole, direi, a iosa e compulsivamente e pur sapendo, in coscienza, che inutilmente. Inarrendevole proseguo. Mi incoraggia l’idea che l’impatto ambientale dello spreco di parole, sia prossimo allo zero e vado avanti. Ed ora, prima che vi stanchi, vado al punto, ovvero, all&#8217;utopistica pretesa.</p>
<p>È mia convinzione, nel momento in cui scrivo, pur non garantendo, sia ben chiaro, che non possa essere rimaneggiata, modificata già domani, che in ognuno di noi il pensiero, di pensiero in pensiero, letture d&#8217;ogni genere, interlocuzioni tra umani ed esperienze, debba evolversi in modo costante e progressivo. Chi si ferma col pensiero, credo sia, in realtà, più che in ogni altro andare, il vero perduto.</p>
<p>Dopo questa lettura, se attenta, ho buoni elementi per crederlo in questo momento, potreste volendo, magari, restare più tempo a casa, sul divano perché no, comodamente seduti; con i relativi vantaggi e certo non trascurabili per voi: così per la natura, gli animali e l’intero ambiente. Dovreste, almeno mi auguro, avere dopo, meno voglia di andar consumando cherosene negli aerei, gomme, benzina o gasolio in automobile, scarpe per vie inutili, sostanze d’ogni genere e, in generale, di sprecare meno energie fossili e mentali. Non che non sia bello muoversi, viaggiare, girovagare. Il problema è quando lo si fa, come mai in quest’epoca, esageratamente. Perché, magari, non si sta bene appena ci si ritrova soli con se stessi. Si gira, allora, e si rigira come trottole e solo perché si deve girare per forza, poiché, se ci si ferma solo un attimo, immediatamente, si sta male. O peggio, a volte, viaggiare così, solo per viaggiare. Pur senza avere, o avere avuto mai, un vero e proprio interesse per il luogo dove si va, dove si è andati. Viaggiare, magari, semplicemente per poter dire al ritorno immagino, ai parenti, agli amici, che lì, noi sì, ci siamo stati. E ancora o solo, non escludo, per esibire di ritorno vere e proprie corazzate Potëmkin; veramente troppo spesso, inutili e noiose carrellate. Fotografie, scattate all&#8217;ingrosso a tonnellate dell&#8217;era digitale.</p>
<p>Affinarlo, dicevo, il pensiero. Con continui aggiornamenti. Di ripensamenti migliorarlo o, addirittura, del tutto cambiarlo, senza pregiudizi, quando e come dovesse esser ritenuto necessario. Per centrare l&#8217;obiettivo è fondamentale, ineludibile direi, coltivare la curiosità, il dubbio; quest&#8217;ultimo soprattutto. Cioè, così che di divenire in divenire, in qualche modo, si cominci ragionevolmente e di nuovo, mano a mano, chissà, un po’ noi tutti a ragionare. Che venga, finalmente allora, sempre di più meno questa, quasi, totale follia, vera malattia sociale e che, in quest’ora certo, tanto affligge noi.</p>
<p>Ah, dimenticavo: prima di ogni altra cosa, in questo percorso è necessario allontanare mentalmente e il più possibile qualsiasi dogma, così poi, gli archetipi, le origini di quel che siamo ora, tutto il vecchio, insomma, ogni cosa. Vanno abbandonati d’appartenenza, persino, lo stato, la città, il paese, la frazione, il rione. Non è concesso a chi, ciò nonostante volesse provare, nemmeno il quartiere, né altri luoghi d’affezione. Certo non è che uno, quanto ho menzionato, lo deve dimenticare. Diciamo in qualche modo, in qualche maniera, semplicemente dargli la giusta importanza, prenderne, di fatto, l&#8217;opportuna distanza. Rendersi, cioè, sempre un po&#8217; meno i classici, comuni umani.</p>
<p>Non sarebbe ammesso ma, un&#8217;unica concessione, se proprio non potete farne a meno, qui almeno, nell&#8217;attesa di un minor numero di rinunciatari, voglio essere buono: potreste tenervi, allora, la squadra del cuore, il pallone. Però mi raccomando, all&#8217;uopo, tifare con rigorosa moderazione. Pensate, ogni volta che state per esagerare.</p>
<p>In quei momenti, tanti, insomma, in cui vi possa sembrare che il mondo stia per crollare. Proprio in quei frangenti pensate a quanti soldi ci vogliono per vincere uno scudetto o, comunque sia, una grande competizione. Ovvero, per remunerare, alla grande, gli amati campioni, così i grandi allenatori, i manager e le televisioni. A tutti quei soldi, in fondo, che anche se non capite dove e come, non dovrebbe ma capita spesso, in qualche modo state pagando e pagate, continuamente. La foga, l&#8217;ira, le vedrete taumaturgicamente placarsi.</p>
<p>Le storie, la storia poi, che ci hanno raccontato, che ci raccontano e ci racconteranno: prendete tutto sempre con le pinze e, poi, senza indugi, dritti al microscopio e qualunque sia la fonte.</p>
<p>Gli indirizzi intellettuali, morali, i valori poi, quali di sorte in sorte variabili in funzione del dove siete nati. Diversi, quindi, da stato a stato e che, sempre, avete ricevuto come gli unici affidabili, assoluti e inalienabili: al macero, bruciateli! Distruggere le regole, i condizionamenti tutti e dal primo all&#8217;ultimo!</p>
<p>Che sia completamente universale, allora, libero in ogni senso, il senso dell&#8217;appartenenza! Sarà, solo così, sano, il nuovo punto di partenza. Sarà il punto, finalmente, dove potersi riunire con se stessi e, così, rendere possibile, magicamente, la cosa più importante come per naturale conseguenza: il riunirsi agli altri in pace.</p>
<p>Non si può mancar d’avere, ancora, continuamente chiaro in testa e finché si vive, che sempre si era, appena prima un istante del mentre si è, e così per ogni istante che nel passato ha preceduto o che precederà in futuro, il successivo. Notare, poi, che il “precede”, il tempo volutamente omesso nella frase appena prima, il presente intendo, è così breve da essere l’unico momento in cui tutto fa sembrare, a pensarci, come ad un’indicazione non scritta ma percepibile e misteriosa. Potrebbe, in realtà, rappresentare il vero, l’unico e fondamentale nocciolo della questione.</p>
<p>Consiglio, pertanto marcatamente, di dargli grande peso, in modo da essere un po&#8217; più tara noi, non sempre tutto, nelle equazioni, mai così vitali come ora, all&#8217;interno delle odierne e future riflessioni.</p>
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		<title>Terrorismo ambientalista? Il solito ripasso</title>
		<link>https://www.borderliber.it/terrorismo-ambientalista-il-solito-ripasso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2022 02:28:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Co2]]></category>
		<category><![CDATA[dolore]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><em><strong>Articolo di Gattonero</strong></em></div>
<div></div>
<div>Il vento sta fischiando, altro che migliaia di <em>vuvuzelas</em> allo stadio…<br />
La bufera urla, da disperata. In lontananza, il mare biancheggia, e non si capisce se è bianco d’onda, o se è l’ennesimo travaso delle porcate umane.<br />
Le scarpe sono rotte, ma chi se ne frega, ho già messo gli zoccoli e li toglierò verso fine settembre, se tutto va bene; salvo rottura dei piani per non previsti battesimi, cresime, matrimoni, sepolture e altre cose varie ed eventuali.</p>
<p>Persino il Comune, dopo un periodo di divieto di accesso agli zoccolanti, ha riaperto i battenti ai poverelli che, abitando in riva al mare, ritengono di poter entrare nel tempio municipale scalcagnati e sciabattanti.<br />
Alle scarpe tornerò ai primi d’autunno.<br />
Questo è il quadro più favorevole per parlare della famosa/famigerata CO2. A vederla così, questa sigla, sembra il secondo girone della serie C di calcio, invece si tratta della rilevazione di gas e porcherie varie che facciamo salire verso l’atmosfera. Da qui ci tornano sulla testa, sulla terra e nei polmoni; e noi, ben consci di quello che stiamo combinando, continuiamo allegramente a sparare verso il cielo di tutto e di più.<br />
Così ci troviamo con mari e oceani e laghi e fiumi che tracimano. La Terra, la nostra casa, da vivi e da morti, trasuda letteralmente di veleni, insetticidi, pesticidi, miscugli per conservare, preservare, spingere in quantità la produzione dei frutti.</p>
<p>Se un pomo lo si vuole rossiccio da una parte, tendendo al giallo perfetto dall’altra, e l’albero non ritiene debba essere così, pronta è la chimica con il prodotto specifico perché ciò avvenga.<br />
L’albero, la prima volta sopporta, in seguito si ammala.<br />
Albero malato?<br />
Nessun problema! Abbiamo altri intrugli per sanarlo, altri inquinanti, che poi, come tutto il resto, torneranno nel nostro corpo tramite la tavola.<br />
La cosa più incredibile di questa situazione è che siamo ben consci della nostra incoscienza, e nonostante ciò continuiamo a vivere, e sempre più a morire, come se queste cose riguardassero un pianeta molto lontano, troppo lontano per destare il nostro interesse al suo salvataggio.</p>
<p>Tanti sono i malanni che affliggono l’umanità.</p></div>
<div>
<p>Alcuni risalgono, quasi invariati nei loro sintomi ed esiti, a migliaia di anni fa. La scienza (quella che nel tempo è riuscita a debellarne alcuni), oggi è impegnata nella ricerca di cure per malanni evidenziati da alcuni decenni, e, ormai è accertato, provocati da noi stessi. Forse i tumori esistono da quando la Terra esiste; forse non erano neanche riconosciuti come malattia, ma magari come punizione divina per chissà quali peccati.<br />
Ma se i livelli attuali (e crescenti in modo ormai esponenziale), producono un allarme che si limita a seminari, prese d’atto della situazione, a monitoraggi, a statistiche, a ‘dobbiamo fare’, a ‘faremo’, allora la strada sarà sempre più in salita.</p>
<p>Non siamo più noi, esseri umani fauna-flora, a essere malati. Ormai è la Terra stessa a essere incancrenita.</p>
<p>Noi, che ci riteniamo i padroni di questa nostra Terra, ne siamo solo una propaggine. E, a pensarci bene, neanche la più importante, visto che con guerre, stragi, disastri ambientali, occasionali ma ormai ricorrenti, cui le nostre mani danno il via, ci facciamo fuori a vicenda con una indifferenza che dimostra la nostra poca importanza reciproca sul territorio.<br />
Se davvero fossimo così importanti, il rispetto l’uno verso l’altro dovrebbe essere la caratteristica precipua della nostra intelligenza.  Con la stessa indifferenza stiamo uccidendo il nostro pianeta.<br />
Siamo ormai al suicidio collettivo, che farà apparire quello di Jonestown come un bucolico picnic.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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