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	<title>Achille Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>L&#8217;Iliade cantata dalle dee. Oliva e l&#8217;interpretazione di una tragedia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/oliva-iliade-dee/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Jul 2024 03:58:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione e foto di Martino Ciano. In copertina: &#8220;L&#8217;Iliade cantata dalle dee&#8221; di Marilù Oliva, Solferino, 2024. Articolo già pubblicato su Gli amanti dei libri Umiliate, vinte e in attesa non di riscatto, ma quanto meno di considerazione. Ecco le donne che raccontano l&#8217;Iliade, le quali tolgono ossigeno al respiro lungo dell&#8217;eroicità maschile per racchiuderlo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione e foto di Martino Ciano. In copertina: &#8220;L&#8217;Iliade cantata dalle dee&#8221; di Marilù Oliva, Solferino, 2024. Articolo già pubblicato su <a href="https://www.gliamantideilibri.it/liliade-cantata-dalle-dee-marilu-oliva/">Gli amanti dei libri</a></strong></p>
<p>Umiliate, vinte e in attesa non di riscatto, ma quanto meno di considerazione. Ecco le donne che raccontano l&#8217;<strong>Iliade</strong>, le quali tolgono ossigeno al respiro lungo dell&#8217;eroicità maschile per racchiuderlo in un &#8220;presente&#8221; sempre rappresentabile, esportabile da un&#8217;epoca all&#8217;altra.</p>
<p>In rilievo viene messa la dignità di queste donne, divine o non, le quali non esaltano i loro beniamini, ma li rendono &#8220;personaggi&#8221; al servizio di una gloria che è solo un arguto tranello messo in piedi dalla <strong>Storia </strong>e dal <strong>Mito</strong>, attraverso cui vengono rinnovati i loro archetipi di riferimento.</p>
<p>Chiuse nel loro recinto, rese inoffensive, guardinghe o innalzate al rango di irragionevoli tifose, le donne di cui ci parla <strong>Oliva </strong>in<strong>&#8220;L&#8217;Iliade cantata dalle dee&#8221; </strong>sono quelle che possono solo sussurrare le loro sofferenze, che si sentono consumate dagli eventi, che non possono manifestare apertamente il dissenso. Eppure, sono proprio loro che rendono la tragedia <strong>un universale</strong> al quale si abbeverano le altre catastrofi, anche quelle della nostra epoca.</p>
<p>Che siano totalmente umane, o privilegiate abitanti della cima dell&#8217;Olimpo, il loro comportamento risponde alle esigenze di una gerarchia che sottrae alle donne la possibilità di essere <strong>corpo attivo</strong> delle vicende. <strong>Sotto le mura di Troia</strong>, infatti, uomini e donne, dee e dei, sono gettati in una costante lotta per la prevaricazione. C&#8217;è chi parteggia per l&#8217;una e chi per l&#8217;altra parte, ma ognuno può dire o fare secondo il proprio &#8220;genere&#8221;; quasi sempre, la donna può solo attendere e prepararsi a essere bottino.</p>
<p><strong>Marilù Oliva</strong> si permette anche qualche &#8220;licenza&#8221;, che ben spiega alla fine del libro. Con uno stile che traduce alla perfezione <strong>l&#8217;atmosfera dell&#8217;opera epica più importante dell&#8217;Occidente</strong>, si lascia andare all&#8217;interpretazione del <strong>&#8220;non detto o del non chiarito&#8221;</strong>, prendendo spunto proprio da quei versi che si fanno traslare nel nostro tempo, rivalutandone così anche la portata.</p>
<p>Non è un cambio di prospettiva forzato quello che mette in campo la <strong>scrittrice bolognese</strong>; non è neanche il tentativo di rendere attuale qualcosa che, per ovvie ragioni, rispecchia un&#8217;epoca; si tratta invece di un&#8217;operazione che si fa portavoce del più importante elemento della letteratura: <strong>&#8220;la sospensione del giudizio&#8221;</strong>, che richiede a tutti, anche al lettore che ha solo sfogliato qualche pagina dell&#8217;Iliade, uno sforzo interpretativo.</p>
<p>Le domande che trapelano potrebbero essere queste: <strong>cos&#8217;è cambiato rispetto a prima?</strong> È ancora un&#8217;epica tragedia la nostra esistenza ed è per questo che amiamo perdutamente la necessità di spartire il mondo, di lanciare ogni giorno, tra gli altri, il <strong>Pomo della discordia</strong>, rendendoci così complici del nostro tentacolare sistema?</p>
<p>Prendo quindi a pieno titolo la libertà che mi lascia la scrittrice di giocare con <strong>le aspirazioni</strong> di questo libro che, solo mostrando i fatti e le loro conseguenze, ci dà la possibilità di scrutare con occhi diversi il nostro patrimonio storico.</p>
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		<title>Ifigenia. Da Racine a San Guedoro per una traduzione in rima che racconta dell&#8217;uomo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/ifigenia-racine-sanguedoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Jun 2024 15:10:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Calcante]]></category>
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		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina &#8220;Ifigenia&#8221; di Jean Racine, tradotto in rima da Lodovica San Guedoro, C&#38;P Adver Effigi, 2024 Una rilettura della rilettura per rendere vivo, più attuale, il mito di Ifigenia, l&#8217;opera scritta e messa in scena nel 1674 da Jean Racine, già con qualche ritocco rispetto alla storia originale. Lodovica San [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina &#8220;Ifigenia&#8221; di Jean Racine, tradotto in rima da Lodovica San Guedoro, C&amp;P Adver Effigi, 2024</strong></em></p>
<p>Una rilettura della rilettura per rendere vivo, più attuale, il mito di <strong>Ifigenia</strong>, l&#8217;opera scritta e messa in scena nel 1674 da <strong>Jean Racine</strong>, già con qualche ritocco rispetto alla storia originale.</p>
<p><strong>Lodovica San Guedoro</strong> si cimenta con la sacralità di un&#8217;opera senza tempo, con il discorso del contrasto tra ambizione personale e tutela del prossimo. Infatti, è enorme il prezzo che viene chiesto ad <strong>Agamennone,</strong> da parte degli Dei, ossia sacrificare sua figlia <strong>Ifigenia</strong> per giungere con tranquillità a <strong>Troia</strong>.</p>
<p>Tutto ciò avviene poco prima che le navi prendano il largo. Il messaggio giunge al <strong>Re dei Re</strong> per bocca dell&#8217;oracolo <strong>Calcante</strong>, ma c&#8217;è un equivoco. In molti sapranno già tutto su questa tragedia, ma preferisco rimanere vago, non &#8220;spoilerare&#8221;, come se questa storia appartenesse alla letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>Agamennone</strong> non sa cosa a fare, anche se la prima risposta che si dà è quella di provare a ingannare tutti, cercando di salvare i suoi desideri di conquista e sua figlia. Egli ha dei doveri verso i suoi uomini, verso la<strong> Grecia</strong> e anche una smisurata sete di potere. Ma dall&#8217;altra parte c&#8217;è la sua amata <strong>Ifigenia</strong>, promessa in sposa ad <strong>Achille</strong>, l&#8217;eroe delle sue truppe che, di certo, non potrebbe mai accettare un sacrificio del genere.</p>
<p>Eppure, ogni cosa frutto dell&#8217;equivoco, di un gioco che però mette a dura prova il cuore di ciascuno dei protagonisti. Ed è per questo che l&#8217;opera, nonostante i suoi adattamenti e le sue traduzioni, resta il simbolo della famelica ambizione che guida l&#8217;uomo di potere, che non può fermarsi neanche davanti a ciò che più dovrebbe amare.</p>
<p>E se anche ciò avvenisse, salvare un altro a costo dei propri desideri o delle ambizioni, è sempre qualcosa che si accetta con difficoltà, che apre nell&#8217;anima una ferita che mai viene sanata. <strong>Agamennone</strong>, per quanto la sua prepotenza sia leggenda, è un uomo <strong>&#8220;secondo misura&#8221;</strong>. Infatti, è il semidio <strong>Achille</strong> ad avere altri pensieri, se proprio vogliamo leggere alcune sottigliezze tramandateci per secoli e secoli. L&#8217;unica che non ha nessuno indugio su cosa scegliere è la madre di <strong>Ifigenia</strong>.</p>
<p>Dal punto di vista della traduzione, <strong>Lodovica San Guedoro</strong> non stravolge, adatta, plasma rime, rende tutto più fluido, liberando l&#8217;opera dalla sua &#8220;rigorosità&#8221; linguistica. È il messaggio che non deve cambiare. È infatti l&#8217;equivoco che salva tutto, non l&#8217;uomo e la sua volontà. È la <strong>Necessità</strong> che impone il suo cammino, non le ambizioni di Agamennone, e sebbene tutto ciò fosse chiaro ai Greci, comunque l&#8217;inganno è l&#8217;escamotage preferito da ciascuno. Anzi, è la risposta immediata.</p>
<p>È la gloria, quella che viene fomentata dalle buone opinioni, che interessa ad Agamennone. Ed è questa la parodia degli uomini, da sempre.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-10045 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2024/06/foto-Lodovica-San-Guedoro-Strega-2023.jpg?resize=800%2C557&#038;ssl=1" alt="" width="800" height="557" data-recalc-dims="1" /></p>
<h3>Due domande alla traduttrice</h3>
<p><em>Quanto ti ha impegnata questa nuova traduzione e, soprattutto, ce n&#8217;era bisogno?</em></p>
<p><strong>R:</strong> Mi ero accinta a leggere la traduzione di Flavia Mariotti, edita da Marsilio nel 2007. Di Racine conoscevo e amavo già molto Phèdre, letta in francese e in italiano, molto tempo prima. E a cui avevo issato un altare in Fedra e le mammine nei caffè. E ora mi accingevo a conoscere e ad amare Iphigénie, leggendo l’originale e la traduzione: Iphigénie…</p>
<p>Che delusione, tuttavia, quella traduzione, quando l’abbordai, quanto mi apparve scarna e disadorna! Io avevo la fortuna di poter leggere l’originale. Ma gli altri, quelli che non conoscevano il francese? Che Racine avrebbero conosciuto mai? Smisi di leggere. Filologicamente correttissima, quella della Mariotti era poeticamente scorretta. Mentre io avrei voluto leggere una traduzione completa, che fosse fedele al contenuto e nello stesso tempo si presentasse in una smagliante e multicolore veste poetica; una traduzione musicale, sbrigliata, giocata, spericolata, sontuosa, capace di rapire i sensi. E, per leggerla, mi fu presto chiaro che non avevo scelta: mi occorreva confezionarla io stessa. È quel che ho fatto, e si può ben dire che ho letto questa tragedia solo mentre la traducevo.</p>
<p>Affinché il lettore ignaro di francese potesse sentire qualcosa del ritmo vibrante dell’originale, ho tradotto Iphigénie, per quanto possibile, in rima; ma, con la consapevolezza immediata che una tale sfida non fosse perseguibile per tutto l’arco del poema, ai versi in rima, ho inframmezzato versi liberi, in una lingua meno semplice di quella raciniana, a tratti montiana, a tratti più barocca, e dotata di un’altra musicalità. Giacché, ancor prima delle rime, e di una comunque irraggiungibile perfezione metrica, mi premeva proprio la musicalità. Non potevo agire come avevo agito scrivendo ex-novo tutto un romanzo in rima (D’argolo e Ginevra trasgressive le avventure), dove le rime condizionavano, creavano, indirizzavano il pensiero; misteriosamente, genialmente, nascevano in uno col contenuto. Pur perseguendo l’aderenza anche formale all’originale, quando invece la mia lingua non poteva attenercisi, ho fatto ricorso quindi a uno stile tra montiano e barocco, scaturito d’istinto non dal francese, ma dalla mia lingua madre: in definitiva era in italiano che doveva rinascere il poema! E l’italiano aveva la sua storia, i suoi differenti strati, le sue molteplici manifestazioni formali. È stato come camminare su un’asse d’equilibrio per tutto il corso della traduzione del poema: muovendomi tra la fedeltà a Racine e la fedeltà allo spirito della lingua italiana. Il timore di creare un ibrido mi ha tenuta per un po’. Ma poi la mia bussola in tutto questo errare, il piacere estetico, ha messo a tacere gli scrupoli. Talvolta nella revisione m’incagliavo nei versi dove, con una sensibilità probabilmente esasperata, sentivo una disarmonia, auscultandoli, rileggendoli – rileggevo il testo quasi sempre ad alta voce – fino all’esaurimento delle energie nervose. E finché, modificando qualcosa o no, non trovavo pace.</p>
<p><em>Chi è oggi Ifigenia?</em></p>
<p><strong>R: </strong>Alla seconda domanda in verità hai risposto già nella recensione. Ifigenia è più che mai attuale. Ifigenia è chiunque, uomo, donna, bambino o vecchio sia vittima di crudeltà e violenza. Ifigenia è la stessa parte innocente dell&#8217;assassino e del prevaricatore, Ifigenia è la Natura continuamente violata e insensatamente depredata e sfruttata dall&#8217;uomo.</p>
<div class="x_elementToProof"></div>
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		<title>L&#8217;amore al fiume e altri amori: Sinigaglia e l&#8217;eros militaresco</title>
		<link>https://www.borderliber.it/recensione-sinigaglia-amore-wojtek/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jul 2023 01:11:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;L&#8217;amore al fiume e altri amori corti&#8221; di Ezio Sinigaglia, Wojtek, 2023 Con piglio dissacrante, Ezio Sinigaglia ci porta tra questi sei racconti con i quali ci mostra un mondo che non c&#8217;è più. Lo fa con il suo stile inconfondibile, un vero e proprio marchio di fabbrica, in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;L&#8217;amore al fiume e altri amori corti&#8221; di Ezio Sinigaglia, Wojtek, 2023</strong></p>
<p>Con piglio dissacrante, Ezio Sinigaglia ci porta tra questi sei racconti con i quali ci mostra un mondo che non c&#8217;è più. Lo fa con il suo stile inconfondibile, un vero e proprio marchio di fabbrica, in cui le lingue si mischiano. Dall&#8217;aulico al dialetto, dall&#8217;indagine psicologica alla spudorata ironia, <strong>le sperimentazioni dello scrittore milanese non hanno confini e rendono tutto autentico.</strong></p>
<p>Ci immergiamo tra i bersaglieri di un campo militare estivo che, <strong>ammaliati dall&#8217;aria di giugno, si lasciano andare ai propri istinti</strong>, cacciando fuori quegli attributi che simboleggiano l&#8217;omoerotismo, il cameratismo e un&#8217;ancestrale volontà di potenza. Per loro tutto è una vivace scoperta, in cui le regole vengono sovvertite, <strong>un po&#8217; come accade nel Carnevale nel quale il mondo si capovolge.</strong></p>
<p>Che sia una brezza dionisiaca o un uragano emozionale a <em>sfruculiare</em> i sensi, non ci viene detto. Ezio lascia tutto nelle mani del lettore attento che dovrà cogliere questi aspetti tra una risata e l&#8217;altra; infatti, la vera voce di questi racconti è l&#8217;ironia di un narratore che canzona questi <strong>&#8220;uomini tutti di un pezzo&#8221;,</strong> quasi spaventati dall&#8217;apprendere che l&#8217;amore arriva, si impossessa del cuore, del corpo e della mente e <strong>poi fa un po&#8217; come gli pare.</strong></p>
<p>Ma come detto poco più sopra, torniamo anche a un mondo che non c&#8217;è più, <strong>a quella vita militare che veniva imposta, che rappresentava per molti l&#8217;unica possibilità per conoscere qualcosa in più del mondo</strong>, che strappava dagli affetti più cari e che costringeva a smascherarsi o a isolarsi nelle proprie convinzioni. E prende vita tra queste pagine quell&#8217;omoerotismo che appartiene a tutti gli esseri umani, che a volte è inarrestabile come un fiume in piena, mentre in altre diventa un gioco prevaricatore.</p>
<p>Ezio ci ha abituato negli anni a questo tipo di disamine, che stanno lì, tra le pagine. Le nasconde tra le azioni dei suoi personaggi, le mette in risalto attraverso un feroce sarcasmo con cui demolisce ogni struttura mentale, ogni pregiudizio. In questo caso, <strong>attraverso la sua penna dà una nuova immagine del militare che, per l&#8217;appunto, è il massimo esponente di un sistema &#8220;romantico-fallocentrico&#8221;.</strong></p>
<p>Infatti, persino <strong>Achille</strong> aveva il suo punto debole&#8230; e forse, senza azzardare confronti, è proprio al mitico eroe che<strong> Ezio</strong> fa riferimento. Per tutte le contraddizioni del caso, invece, non si può che risolverle nell&#8217;umorismo. C&#8217;è anche un personaggio che viene soprannominato <strong>Maciste</strong>, ed è sempre un richiamo a una tradizione, a un simbolo del nostro immaginario collettivo che, come tutti i simboli, <strong>racchiude un&#8217;ambivalenza</strong>.</p>
<p>Ma al di là di ogni disquisizione, <strong>i racconti di Ezio sono prima di tutto un&#8217;alta prova di stile e di inventiva</strong>. Pochi <strong>elementi-chiave</strong> che sono capaci di costruire un complesso puzzle di sensazioni e di riflessioni con cui il lettore potrà divertirsi; e se proprio non vorrà lambiccarsi più di tanto il cervello, pazienza, sarà lo stesso una piacevole lettura:<strong> l&#8217;ennesima prova di uno degli ultimi veri esponenti del Novecento letterario italiano, capace di sorprendere a ogni suo libro.</strong></p>
<p>Buona lettura con <strong>&#8220;L&#8217;amore al fiume e altri amori corti&#8221;.</strong></p>
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		<title>Fragilità: il significato di una parola</title>
		<link>https://www.borderliber.it/fragilita-viaggio-parola-chiriano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Apr 2023 02:39:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Achille]]></category>
		<category><![CDATA[Blaise Pascal]]></category>
		<category><![CDATA[fragilità]]></category>
		<category><![CDATA[Ludwig Wittgenstein]]></category>
		<category><![CDATA[Martha Nussbaum]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Elisa Chiriano. In copertina foto di Pino Simone Fragilità è una parola nuda e semplice. Non ha bisogno di orpelli e filtri per mostrare la sua raffinata profondità, tenera e terrena. È im-pudica: si spoglia senza vergogna, senza trucco e senza inganno, senza filtri né veli. Si definisce e si rivela attraverso gesti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4><strong>Articolo di Elisa Chiriano. In copertina foto di Pino Simone</strong></h4>
<p>Fragilità è una parola nuda e semplice. Non ha bisogno di orpelli e filtri per mostrare la sua raffinata profondità, tenera e terrena. È im-pudica: si spoglia senza vergogna, senza trucco e senza inganno, senza filtri né veli. Si definisce e si rivela attraverso gesti quotidiani, come un bacio, una lacrima, un sorriso. <strong>Ci accompagna per tutta l&#8217;esistenza, nella stanchezza ardente del sangue che scorre nelle vene. </strong></p>
<p>Ci viene accanto con la promessa viva di un&#8217;aurora e la certezza del tramonto, come un grande tesoro che si potrà conoscere e possedere fino a sazietà (Cesare Pavese, Le Poesie). Fragilità è una parola da maneggiare con cura, da manutenere, prendere e condurre per mano: richiede attenzioni costanti e premure continue, per non perdersi e frantumarsi. Cerca un’àncora mentre definisce l’ancòra nel divenire dell’esistenza.</p>
<p><strong>Fragilità è una parola forte e coraggiosa</strong>, eppure “Abbiamo timore di essere fraintesi, di finire alla mercé di chi ci sta di fronte. Non ci esponiamo mai. Perché ci manca la forza di essere uomini, quella che ci fa accettare i nostri limiti, che ce li fa comprendere” (Alda Merini). Fragile è il nostro essere fra molti. Fragili sono i legami, perché siamo frattali, fatti a mille piani e altrettante sfaccettature, fra un indefinito sé e un indefinito altro.</p>
<p>Nasciamo da corpi e illusioni altrui, all’interno di azioni già accadute e altre che accadranno, eppure siamo liberi di orientarci e orientare la nostra bussola verso sensi e controsensi unici e irripetibili. Nascere è un destino plurale e insieme individuale e la fragilità può svelarsi come nostro bene più prezioso solo all’interno della relazione con l’altro, come ci ricorda Hannah Arendt.</p>
<p>Se quindi siamo chiamati a essere attraverso il nostro stare nel mondo, dobbiamo soprattutto fare i conti con la nostra vulnerabilità, che prende forma proprio grazie all’altro e alle sue fragili in-certezze, perché <strong>«parte del nostro esistere risiede nell’anima di chi ci accosta»</strong> (Primo Levi, Se questo è un uomo). Il confronto diventa incontro e alimenta l’esercizio della cura, che ci ripara e protegge. Fragilità è una parola che abita in un tempo sospeso, proteso tra un passato che non è più e un futuro che non le appartiene ancora.</p>
<p>Vive la fugacità del presente, fatta di attimi che si succedono senza soste e, in questo divenire dell’essere, sottoposto a moti perpetui apparentemente uniformi, che spesso vanno in direzione ostinata e contraria, prende forma e si definisce. <strong>Fragilità è una parola che sta in equilibrio</strong>; è ferita e feritoia, taglio e cucitura. Sta in bilico tra due infiniti: il nulla e il tutto. E noi siamo come canne al vento, in balìa degli eventi e degli accadimenti, fragili in natura, ma siamo anche pensanti, alla ricerca del senso della nostra esistenza e condannati a non trovarlo (Blaise Pascal, Pensieri).</p>
<p>Siamo frammenti di ciò che ci appartiene e che non sarà mai pienamente nostro, eppure ostentiamo forza e fortezza, coraggio e tenacia, perché<strong> ”Ci sono uomini che sono troppo fragili per andare in frantumi. A questi appartengo anch’io”</strong> (Ludwig Wittgenstein). Fragile è una parola ferita, violata e violentata dalla logica del potere a ogni costo, eppure essa sa fiorire nel deserto (la ginestra) e ricucire con fili d’oro le proprie crepe e fratture (arte giapponese del kitsugi).</p>
<p><strong>Fragilità è una parola che spezza e infrange le nostre certezze.</strong> È condizione e contraddizione, destino e destinazione, tutto e il contrario di tutto. È in questo contrasto che si identificano anche i caratteri tipici della tragedia greca: la contrapposizione tra due forze uguali e opposte, il desiderio di non soffrire, pur consci delle nostre fragilità, e l’istinto naturale che ci porta a vivere in comunità. La natura umana è “qualcosa che nonostante la sua fragilità possiede una particolare bellezza perché inseparabile dalla sua intrinseca debolezza&#8221; (Martha Nussbaum, La fragilità del bene. Fortuna ed etica nella tragedia e nella filosofia greca).</p>
<p><strong>Fragilità è poesia:</strong> fa rima con passione, forza accecante e accerchiante. E noi, che volteggiamo come la povera foglia frale tra tempi e stagioni della vita, tra turbini e tempeste, sapendo che fragile è tutto ciò che separabile, come l’amore, le promesse e la libertà; noi che siamo fragili in quanto esseri umani; noi, uomini ed eroi, come Achille e il suo tallone; noi… facciamo di fragilità virtù, perché ci vuole un gran bel coraggio per essere fragili!</p>
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