Sei minuti. La mia vita per il tuo incubo

Sei minuti. La mia vita per il tuo incubo

Racconto di Albino Console e Mariasole Orrico

Lo scricchiolio di passi lenti sul parquet, questo il primo rumore che sente ogni notte, quando finalmente può nascere. La luce a forma di Luna sul comodino è ancora accesa, ma Antonio è già terrorizzato. È seduto sul letto, con i piccoli piedi scalzi penzolanti, sta bevendo un bicchiere d’acqua, come ogni sera. Lui può vederli, ma non è ancora abbastanza forte, non può muoversi, non ha la forza di afferrarli. Quando ha finito di bere, si sdraia sul letto, non peserà più di venti chili, ma sono abbastanza per far abbassare leggermente le doghe che reggono il materasso.

Sei minuti.

Antonio ha paura, tira su il lenzuolo fin sopra il naso, cercando di respirare piano, non vuole farsi sentire, ma sa perfettamente che il suo personale incubo, proprio in quel momento sta aspettando una sua mossa falsa, un errore, per balzare sul letto e portarlo per sempre lontano da tutto. Lui ha sempre più forza, sente la paura di Antonio scorrergli nelle vene. Il bambino non è ancora abbastanza terrorizzato. È necessario che lui faccia qualcosa. È necessaria più energia per portare a termine il suo diabolico piano. Energia che potrà ricavare solo dal terrore.

Cinque minuti.

Oggi è il cinque Agosto, il condizionatore è spento. La mamma non vuole che resti acceso durante la notte, perché pensa che faccia male. Antonio ha caldo, vorrebbe tirare fuori un piede, per trovare un po’ di sollievo, sotto quelle lenzuola sembra di stare in un forno. Ma sa che non può farlo, basterebbe un solo piccolo pezzo di pelle nuda allo scoperto, per essere catturati. Per non tornare mai più a casa. Il solo pensarci lo fa rabbrividire. Il suo terrore cresce. Lui si sente ancora più forte, ora riesce a muovere un braccio. Non è abbastanza per pensare di attaccare, ma può servirsene per far capire ad Antonio che la sua paura è reale, che lui esiste davvero. Riesce a toccare una gamba del letto. Il suo artiglio, a contatto con il ferro, emette un rumore sordo, che delicato riecheggia nella piccola stanza.

Quattro minuti.

Antonio, sentito il rumore, si irrigidisce. Avrebbe voglia di urlare, ma il solo pensiero lo terrorizza ancora di più: e se questo desse ancora più forza al mostro? Senza pensare a suo fratello! Si prenderebbe gioco di lui. Lo deciderebbe davanti ai suoi amici. Come se fosse facile avere nove anni e dover convivere ogni notte con un mostro. Questa volta riuscirà a prenderlo. Lui ne è certo. Far rumore ha funzionato. Può sentire le sue energie crescere sempre di più. Al ritmo dei battiti del cuore di Antonio, che sono sempre più veloci e del suo respiro, che ogni secondo diventa più affannato. È necessario a questo punto, sferrargli il colpo di grazia, terrorizzarlo come non ha mai fatto prima. Raccoglie quante più energie possibile e riesce ad emettere un sussurro. Un suono così delicato che potrebbe essere confuso con la lieve brezza di quella notte estiva, ma lui ha fede. Antonio sa già che esiste. Questo dovrà solo confermarlo. E lo farà.

Tre minuti.

Il mostro sta respirando. È reale. A questo punto non ci sono più dubbi. È sotto il letto e sta solo aspettando il momento giusto per afferrarmi e portarmi via per sempre. Sono questi i pensieri di Antonio, mentre si chiede perché la sua mamma gli abbia mentito, dicendogli che i mostri non esistono, di essere coraggioso, di convincersi che è lui ad immaginare tutto. Mi dispiace papà, ma non riesco ad essere coraggioso adesso. Ho bisogno che tu venga ad aiutarmi. Ma come posso fare a chiedere aiuto a te e alla mamma senza svegliare mio fratello? Sono certo che sì prenderebbe gioco di me anche davanti a Bea, lei è così bella. Non voglio che pensi che sono un fifone. Domani le porterò della cioccolata.

Due minuti.

Qualcosa non va. Fino a pochi secondi prima si sentiva pieno di energie. Ora va sempre peggio. Sente un dolore lancinante. Come se gli stessero stappando via l’essenza stessa. Dove aveva sbagliato? Perché Antonio stava iniziando a dimenticarsi di lui? Non poteva succedere ancora, non stanotte. Non quando era arrivato così vicino alla vittoria. Beatrice ha gli occhi color cioccolato e i capelli dorati come il grano. Profuma di buono. La sua risata è dolce come il canto di un angelo. Antonio sorride, sente gli occhi diventare sempre più pesanti, il suo corpo rilassarsi. Finalmente può dormire. Magari riuscirà anche a sognare il grano.

Un minuto

Era questo il suo destino: nascere ogni notte, per poi morire dopo sei minuti il tempo che impiegava Antonio per addormentarsi. Sembrava così lungo, invece durava sempre troppo poco. Ma non sarebbe stato così per sempre, una notte anche lui sarebbe stato insonne. Quel tanto che basta per dargli il tempo di mettere in atto la sua vendetta. Il vantaggio di voi umani è che avete la memoria corta, ma una grande fantasia. Dimenticate velocemente cosa vi terrorizzava da bambini, il solo momento della vostra vita in cui riuscite a vedere la realtà per quella che è davvero: i mostri esistono e i vostri figli lo sanno. Per questo hanno paura. Per questo possiamo tornare ogni notte. Siamo sotto i vostri letti, dentro i vostri armadi. Ma soprattutto siamo nella vostra testa. Ci create voi, ma questo non ci rende meno reali, non ci rende meno forti.

Noi esistiamo. Lo sapete anche voi. Fieri della vostra età adulta. Fieri di non aver più paura.
Non tremate anche voi quando sentire un rumore nella notte?
No, non è la bottiglia di plastica che torna a prendere la sua forma, siamo noi che torniamo in vita.
Ogni notte.

Buona notte, per stanotte.

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