Ricordi di velocità, le trincee capovolte delle foglie

Racconto di Napoleone Dulcetti

Scorrono le case, curioso il meccanismo di questo cavallo con le ruote, un paio di pedalate e tutto cammina. Passo in mezzo a dialetti e parlate, un gatto nero immobile sul marciapiede, dorme. La mano fredda dell’inverno ci ha accarezzato troppo presto, eppure è ancora autunno. Le foglie giocano a frantumarsi sotto le gomme e svolazzano fra i raggi come farfalle. La strada è asciutta, un deserto nero e secco senza sabbia, una superficie liscia su cui sfrecciare.

Quanto mi piace questa brezza sulle rughe, girare il mondo in bicicletta è sempre stato in cima alle “cose che un giorno farò”. Conosco la meta ma non ricordo più il sentiero. La direzione è verso i figli, no spetta, mio nipote, no aspetta… Ho in mente dei nomi, quello è il mio punto di arrivo e di partenza, mi basta sapere questo.

Non ricordo quanti anni ho, ma indosso delle scarpe da ginnastica bianche con le strisce nere laterali, le stesse che portavo al liceo, o al ginnasio, sono così candide che devono essere nuove, sento ancora l’odore della scatola che le conteneva. Molte persone mi salutano quando mi vedono:

Cia …….à!   We …….à!  Cumu iamu ……à?

Non riesco a distinguere le lettere prima della a accentata, è una parola con cui molti mi identificano, un aggettivo che ancora oggi, in qualche modo, percepisco mio, come il lenzuolo che ti sfiora durante i primi mesi della primavera. Qualunque cosa sia penso abbia un’accezione positiva. Che bello questo viale alberato, qui le foglie si ammassano ai bordi, assomigliano a delle fosse rovesciate. La croce in cima alla chiesa è spenta, eppure è già sera, il sole scende rapidamente ormai, la luce dura poco, è tutto più lento ma bisogna fare in fretta, prima che il buio arrivi.

Pedalare è come ricordare, basta un po’ di sforzo e tutto gira, forse è per questo che mi piace così tanto. Si va in avanti eppure si passa e ripassa fra luoghi conosciuti. Questa è la mia macchina del tempo, mi riporta in epoche che ho già attraversato, ma non è tutto rose e fiori perché la velocità gioca brutti scherzi e siamo costretti a ricordare in fretta, inseguiti da quella scia di pensieri negativi che vogliamo ingannare. I ricordi sono come le foglie secche, si accumulano, si mescolano, spesso si frantumano in trincee capovolte. Dovrei passeggiare, sarebbe meglio, ma il mio ginocchio è troppo debole e poi, in fondo, ricordare in bicicletta, sul vento….va bene così.

Un gruppo di bambini rincorre una sfera arancione che porta il nome di un santo che è davvero super, il suo rumore sul pavimento è musica, vorrei scendere e giocare con loro, lo farò, la prossima volta che passerò di qui.

Un signore alto e possente mi sorride, accanto a lui una signora gli tiene il braccio e mi manda un bacio. Somigliano tanto a mamma e papà. Scompare tutto per un secondo, mi scende una lacrima che asciugo subito, la conservo per stasera quando sarò coricato a vedere delle foto sul mio cellulare. Il paese è vuoto, ma una lingua di automobili copre di colori l’asfalto grigio. Ci passo in mezzo, dribblo il traffico come facevano i miei attaccanti preferiti. Sento l’odore della terra battuta dei campetti di calcio su cui segnavo tempo fa, il sapore di una bevanda gialla e fredda alla fine dei miei incontri di tennis, la terra rossa sulle stesse scarpe che porto adesso.

Capite, allora, perché amo così tanto andare in bici? Rivivere tutto mentre si sta facendo una cosa piacevole. C’è troppa confusione in questa parte di paese assente, verso il tramonto allora, sul lungomare, dove la via è libera, ma piena di cose che parlano. C’è ancora una striscia arancione che graffia le tenebre, allineo il manubrio alle sue sfumature e corro, è ora di tornare. La strada non la ricordo, ma so la meta, e pedalando mi porta a casa.

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