La strega e il Capitano. Leonardo Sciascia e la giustizia impossibile

La strega e il Capitano. Leonardo Sciascia e la giustizia impossibile

Recensione di Martino Ciano

Non è ancora la Milano da bere, ma ci sono già tutti i presupposti. Siamo nel 1616, quando la giustizia era amministrata, come oggi, più per rispetto della Ragion di Stato che non per amore di quei principi fondativi che dovrebbero generare armonia nella società.

Appena 71 pagine, eppure c’è tutto quello che dobbiamo apprendere in questo romanzo-inchiesta che Leonardo Sciascia diede alle stampe nel 1986. Lo scrittore siciliano va a ripescare una storia sepolta, uno dei tanti processi per stregoneria che terminano con la condanna al rogo per la povera sventurata. Ma per Sciascia, questo caso non sarebbe sfuggito neanche ad Alessandro Manzoni, che lo fa entrare, in diversi punti, nel suo I promessi sposi. Tant’è che il senatore milanese, Luigi Melzi, dovrebbe essere proprio quell’Innominato più volte citato.

Il capro espiatorio di questa vicenda, in cui si inseriscono questioni di potere e di prestigio, è Caterina Medici, serva alle dipendenze di Melzi. Con il suo arrivo, il nobile senatore incomincia ad avvertire dolori di stomaco lancinanti. I dottori non riescono a comprendere quale sia la causa e, quando la scienza non giunge al dunque, ecco che la superstizione diventa una valida alternativa. Per i medici Caterina è una strega.

Le prove ci sarebbero, anzi proprio lei racconta di aver negoziato con il demonio che qualche volte entrava nel suo letto assumendo le sembianze del senatore. Lei stesso ammette di aver già lanciato malefici verso altre creature innocenti, tra cui dei bambini. Sempre Caterina confessa davanti alla corte della Santa Inquisizione di essere stata avviata alla stregoneria da una certa Margherita, che la portava da una parte all’altra della Terra in groppa a un cavallo volante. Ma tutto questo, lo diceva per salvarsi, in buona fede; perché tutti gli stratagemmi magici usati avevano il solo scopo di far innamorare Melzi.

Fatto sta che Caterina finisce sul rogo. La giustizia andava somministrata senza nessuna remora o pietà. Con questo libro, Sciascia vuole mettere in mostra come da sempre il potere utilizzi la legge per mantenere inalterato il rapporto tra governanti e sudditi. Perché in qualsiasi epoca, così come in ogni Stato, c’è un potere tirannico che modella il proprio nemico, ma questo nemico altro non è se non quell’ingiustizia che il potere stesso ha creato. Ed è molto importante questo passaggio, perché nessuno come Sciascia ha utilizzato il giallo per denunciare questa contraddizione di fondo.

Lo Stato condanna ogni volta se stesso; pone in ceppi quell’ingiustizia che ha creato attraverso il suo sistema, riversandola sull’indifeso che se ne fa portatore. Caterina è quindi vittima di un sopruso, di una condizione sociale retaggio di antiche credenze, di comode superstizioni, grazie alle quali si poteva mantenere lo status quo. Questa raccontata da Sciascia è una storia avvenuta 400 anni fa, ma che potremmo adattare, magari con termini diversi, alla nostra attualità. I casi simili certamente non mancano

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