Racconto vero di un fiume

Racconto vero di un fiume

Racconto e foto di Martino Ciano

Lei nasceva poco dopo la guerra, partorita come d’incanto. Eppure, secondo alcuni non sarebbe neanche dovuta nascere, ché suo padre era stato dato per disperso e sua madre era ormai considerata una vedova di guerra. Lui però un giorno si presentò davanti all’uscio di casa; la moglie manco lo riconobbe tant’era emaciato, sporco e bastonato. Lui invece quando la vide ramazzare, con lo sguardo che non s’alzava di un centimetro da terra, sorrise al cielo. Sua moglie era viva e lui pure non era morto. L’aveva lasciata quindici giorni dopo averla sposata, ché i fascisti lo mandarono in Grecia, per andare a spezzare le reni al nemico; proprio a lui che a Mussolini voleva sputargli in faccia. Ah l’Impero, che grande stronzata.

Lei nacque poco dopo la guerra, nel 1947. Ancora si aveva fame di pane e di gioia. Si andava per campi a cercare qualcosa, chi sapeva zappare se la cavò meglio di chi sapeva solo scrivere o pensare. Ah la vita, povera e felice, poco da mangiare ma almeno senza nemici da ammazzare o nazioni da conquistare. Stare tutti insieme sani e salvi, ché la vita Dio la dà e Dio la toglie e non per mezzo dei fucili. Eppure che disgrazie erano passate di lì, tra le pianure e i monti della Calabria, ché i crucchi ritirandosi verso nord pure gli asini si erano portati via. Le bombe, le bombe anche lì erano cadute; mai certe cose si erano viste prima, nessuno mai avrebbe voluto rivederle.

In un campo nacque lei. Sua madre travagliava, ché lavorare sempre era la regola. Era estate. Caldo e afa, ma le doglie della partoriente furono docili. A lei bastò distendersi, pregare, respirare, lasciarsi guidare, e la bambina scivolò fuori, ché non si può morire quando ci si affida alla Madonna e alla natura.

Oh il tempo, tutti a un certo punto vorrebbero fermarlo, ma nessuno sa come fare, allora qualcuno ci prova annegando tra i ricordi, oppure scrivendo, oppure dormendo, ma quello sempre avanza e non dà spazio alle lamentele. Così trascorse il tempo suo, e vispa fanciulla si fece e sentì i racconti dell’uomo che era diventato pazzo in guerra, a cui tremavano le mani, che balbettava raccontando dell’amico che era stato dilaniato da una bomba e di cui aveva stretto un pezzo di braccio ancora caldo e insanguinato. Perché continuate a partorire, a popolare questa terra malvagia; l’uomo fa schifo e manco si merita di vedere il sole. Quando tornò dalla guerra, non c’era anima viva ad aspettarlo. Era partito anche lui per la Grecia, con una divisa lisa e con gli stivali di cartone, imbracciando un fucile che si inceppava. Se n’era andato dopo aver dato l’ultimo bacio alla fidanzata. E siccome né lettere né piccioni arrivarono dall’altra parte del mare, né come un cane bastonato lo videro all’orizzonte dopo quindici mesi dalla fine della guerra, ecco che lei, spinta dai suoi familiari, se ne prese un altro che era riuscito a schivare la chiamata alle armi.

E lui, che per tutti era deceduto con il petto sfondato da una pallottola, quando apparve agli occhi dei suoi familiari e della sua ex fidanzata, venne preso per un fantasma, un Lazzaro disgraziato che aveva rinnegato il sepolcro in cui era stato tumulato. Quale Cristo ti ha resuscitato? Torna tra i morti, lì è casa tua! Pure una lapide ti stavamo preparando. E la pazzia lo prese con sé, ché fantasma non era e non voleva ancora esserlo, e tornava calmo solo stando seduto sulla sponda del fiume.

Maledetta la guerra! E chi ci voleva andare tra i soldati; lui manco sapeva dove fossero la Grecia e l’Albania, e nemmeno gli interessava saperlo. E lui, reduce e solo, lì se ne stava, sulla sponda del fiume, accucciato come un cane scacciato. Quasi gli fecero pesare il suo ritorno, che se fosse morto in guerra, come credevano, tutto sarebbe andato secondo i piani. Mai si dovrebbe sovvertire il corso degli eventi, soprattutto se quel “corso” coincide con il volere degli uomini. Un giorno sparì; lo cercarono addirittura con le lacrime agli occhi, chiamandolo con tono disperato. Mai più apparve, per la felicità di molti e per la disperazione di pochi.

Andò così. Questa vicenda mi è stata raccontata laddove ora non c’è più la terra brulla sulla quale nacque una bambina, poi diventata madre e poi fattasi nonna; e seppelliti sono anche gli antichi argini sui quali sostava quell’uomo. Adesso, qui echeggiano i clacson e le voci dei bagnanti, ché vicino c’è il mare, mentre nel cuore di Dio riposa questa storia. Oggi ricordo un uomo pazzo, un amore lontano… e ora qualcuno se ne ricorda.

 

 

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