“Volemose bene, ma solo cinque minuti”. Tra critica, violenza e verità

Articolo di Martino Ciano già pubblicato per Zona di Disagio

Odore acre di critiche social, mentre la morte è l’unica cosa certa della quotidianità. Così è la verità, nient’altro che un’arma di prevaricazione. Pensiero forte che si abbatte sul debole. E mentre qualcuno dice no, proclamandosi saggio nel mezzo del coro di , si affilano le armi per la prossima battaglia. C’è poi chi fugge da tutto questo, ché dello scontro tra forza e debolezza ne ha le scatole piene, e commenta: dietro un ottimo polemista c’è sempre un perdigiorno… e sia anche questo messo agli atti!

E chi vorrebbe mai per spirito di fratellanza o di buonismo elevare l’ignoranza o la mediocrità come prova di emancipazione delle masse, ché scrittura, poesia, critica letteraria sembrano ormai essere un gioco al quale tutti possono partecipare, uscendone anche vincitori; ma soffiando il vento della rabbia, talune volte anche con infausto effetto, giacché la denigrazione sa di ampollosa e sterile masturbazione mentale, si decade nella propria insoddisfazione o, spesso e volentieri, in un malcelato dolore che sa di drammatico egocentrismo; un po’ come quei narcisisti detti passivi, che vengono accarezzati, coccolati da tutti, perché riescono a sfruttare le loro sventure, le loro pregevoli sofferenze, alimentando quel sentimento massificato del volemose bene, ma solo cinque minuti… e sia anche questo messo agli atti!

Così mi chiedo, chi decide cosa sia eternamente degno o indegno? Qual è il criterio secondo cui la convenienza e lo sfruttamento dell’attimo diventano passionevoli leccaculismi di circostanza, che cadono o, peggio ancora, che vengono rinfacciati quando l’altro, colui che per molte volte è passato per tonto, fa spallucce davanti al mito della saggezza postmoderna sempre rispondente all’imperativo categorico volemose bene, ma solo cinque minuti? Allora sì che si scopre quel malcelato potere di prevaricazione della verità, così come tutto il resto… e sia anche questo messo agli atti!

Ci sono meccanismi contorti più forti dei torti subiti, che alimentano un agghiacciante gioco di parole che è solo un pugno di mosche. Siamo nell’epoca della cultura-imprenditoriale, che è esportazione di idee in oggetti volatili che attestano l’inautenticità di tanti discorsi. Quel si impersonale che espropria tutte le prese di posizione che, invece, dovrebbero essere la parte viva d’ogni esperienza, ossia la responsabilità del dire, del fare, dell’essere, che ormai resta in troppi resoconti, in troppi aforismi, in troppi versi, in troppe righe, ma in pochi fatti.

E allora mettiamo anche agli atti che quest’epoca di insulsa verità prevaricatrice ci ha tolto ogni felicità, perché di fronte alla violenza verbale, quando non sfocia in altri atti, dire no è una delle poche ragionevoli opportunità che abbiamo. Nell’epoca dell’intellettualismo fai-da-te in cui ognuno inaugura la propria scuola di pensiero, l’unica salvezza è lo studio continuo e perpetuo, inteso come gioco.

Quel gioco di cui già parlava Huizinga nel suo L’autunno del Medioevo, in cui proprio il disinteressato manierismo dei ricchi e dei potenti diede vita al rinnovato amore per il bello, per la ricerca e per lo studio. Così come la globalizzazione è stata dichiarata morta, forse siamo anche davanti al tramonto della cultura imprenditoriale, guidata da quel volemose bene che giudica, elogia e porta alla ribalta fenomeni che contribuiscono solo a quel self made spacciato per intellettualismo d’avanguardia, ma dietro cui si cela il volto di una cultura che accresce solo l’egocentrismo e dà false speranze a generazioni di uomini che hanno perso il senso del giocoso del sapere.

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