Politicamente riluttante. Un commento

Articolo di Gattonero. Commento postumo all’articolo di Martino Ciano “Rappresentanza. Una soluzione apolitica” pubblicato per Zona di Disagio

Dalla lettura postuma di un articolo di Martino Ciano (del 7 ottobre 2019, quando il male era nell’aria, ma il peggio doveva ancora venire) ho preso spunto per alcune considerazioni a binario morto, a tempo perso. L’articolo era un breve excursus sulla nostra politica, sulla non dialettica del politichese, sul ruolo/non-più-ruolo degli elettori. Ciano, in quel testo, cita quasi tutti i protagonisti del periodo in esame, mettendoli tutti sullo stesso piano quanto a capacità intellettuale e cognitiva nel loro apporto al miglioramento del Paese.

Passato il Covid (ex 19, vista la sequela di varianti che ci hanno inchiavardato per tutto questo tempo e che solo da poco pare consenta un quasi liberi tutti, speriamo non foriero di ulteriori guai), è arrivata l’operazione speciale in Ucraina, che si è rivelata una benedizione per i social e i commentatori, ormai esausti di parlare quasi esclusivamente di vaccini, di cure, di contagi, di morti per malattia, di proteste… ognuno con la speranza che Speranza si togliesse di mezzo, o almeno passasse la mano, che so, a Locatelli, che col suo lento e soppesato parlar forbito potrebbe indurci tutti al sonno, con un auspicato risveglio, quando tutto il peggio fosse finito.

Tra una cosa e l’altra, ogni tanto spuntano le elezioni: quelle amministrative fra poco, con fiammate locali di critiche, impegni, garanzie che tutto cambierà… come al solito, perché nulla abbia a cambiare.

E qui tornano in ballo gli elettori, o perlomeno quelli che ancora officiano la funzione del voto, visto che questi sono anagraficamente tanti, ma di recente gli eligendi sono quasi allo stesso livello numerico. È l’affermarsi del noto 1=1, un voto vale un eletto… o forse non più.

Cogito, ergo sum, “penso, dunque sono”; ma il pensare è una fatica, eccita i neuroni e porta ad emicranie, ostacola un intruppamento al seguito di chi si propone pensante a domicilio, o riesce a far credere di esserlo. Se non si ragiona in proprio, non si è, non c’è esistenza, si diventa cloni ante litteram, il che porta dritti all’idea di Ciano sul non pensare, oggi come ieri, dell’elettore tipo.

Coito, ergo sum, ‘”copulo, quindi sono”; basta la soppressione di una consonante per stravolgere completamente il senso del termine cogitare: il coito è notoriamente l’atto sessuale che consentiva la perpetuazione della specie (umana ed animale); “consentiva”, poiché oggi i mezzi per eternare la nostra specie stanno diventando altri, lasciando al coito una funzione più che altro godereccia.

Ciano nel suo articolo ha, forse volutamente o forse per carità di patria, trascurato la citazione dei gruppuscoli che di volta in volta si formano dopo ogni tornata elettorale. Piccoli agglomerati con adepti che, di solito, non seguono un pensiero ma una persona come tale, il famoso (talvolta famigerato) leader, che quando non c’è lo si inventa, quando c’è lo si demolisce. Il quale leader, fino a poco prima, seguiva a sua volta un pensante dal cui carisma era stato ipnotizzato.

L’elettore, secondo Ciano che giustamente lo rimarca, è formalmente ondivago, talvolta in seguito a una tempesta, che lo sbatte su un’altra spiaggia, ma il più delle volte adattandosi ad essere peone, che si lascia cullare dalle maree, in attesa di una affermazione assoluta del pensiero primigenio.

Di qualcuno, non del suo; il coito a lui basta e avanza, non c’è spazio per cogitare.

La gratitudine non è nei menu degli elettori; se un leader promette e mantiene le promesse fatte, non per questo ha la certezza di uno sponsale a vita del suo fan. Se questo non ottiene ciò che in campagna elettorale gli è stato sventolato come promessa, ha buoni motivi per cambiare casacca; ma anche se ottenesse tutto, nel possibile cambio della guardia potrebbe cercare offerte nuove, migliorative di quelle già ottenute in precedenza dal primo benefattore.

L’elettore, soprattutto dopo l’affossamento delle ideologie che erano il collante delle varie formazioni, pensa a sé, poiché al Paese già pensano i capi-cordata.

Almeno, a sentire questi quando parlano ex-cathedra…
Pensanti quanto mai, per il bene del Paese…
Quando mai, volevo dire…

I gruppetti che nascono a macchia di leopardo, guidati da questi ex peone promossi a cavalieri e nobildonne da leader illuminati, aspirano a diventare reucci, o quantomeno principi, tradendo magari la fiducia di chi, avendoli portati sul podio, credeva in una gratitudine eterna. I capintesta citati nel testo di Ciano sono i pensanti che ufficialmente hanno le redini della guida del Paese.  Sorvoliamo sulle capacità di manovra di quelle redini, a chi cogita sono impossibili da ignorare; chi dopo il coito ‘buona notte, a domani e alla prossima’, continuerà a vedere ciò che altri vedono per lui.

Che siano in una maggioranza o che siano all’opposizione, essi creano giochi di (falso) potere, che piccole percentuali di elettori possono, se vogliono, abbattere; affannati, intanto, a superare la cosiddetta soglia di sbarramento, per poi puntare a divenire aghi della bilancia dei governi, a ricevere da questi almeno un mignolo delle redini per dimostrare ai loro seguaci la “convenienza” dell’aggregarsi alle loro truppe. Un do ut des, ribadito e rinnovato giorno dopo giorno.

Quelli che una volta erano definiti, appunto, aghi della bilancia, oggi, sono divenuti spade di Damocle, pendenti su chiunque abbia il potere ufficiale. A meno che, questo potere non diventi assoluto, nel qual caso, queste spade diventerebbero insolenti zanzare da cacciare (o schiacciare) con una sola manata.

Diventando, in un futuro passato e possibile, le basi della resistenza alla tirannia o, più probabilmente, i poggiapiedi della stessa pur di sopravvivere.

Questa, piaccia o meno, è quella forma di regno detta democrazia!

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