Patrizia Cavalli e la poesia che continuerà a non cambiare il mondo

Articolo di Nicola Vacca

«Qualcuno mi ha detto / che certo le mie poesie / non cambieranno il mondo. / Io rispondo che certo sì / le mie poesie non cambieranno il mondo».

Questi versi aprono Le mie poesie non cambieranno il mondo, la prima raccolta di Patrizia Cavalli, uscita per Einaudi nel 1974.

La poetessa è morta all’età di 75 anni. Patrizia Cavalli è stata una delle voci più interessanti della poesia italiana degli ultimi anni. Poetessa appartata e riservata, ha coltivato con discrezione le ragioni della scrittura nella consapevolezza di donare una voce degna al proprio io lirico.

Sempre nel libro d’esordio troviamo questi versi: «Né morte ne pazzia mi prenderà:/ un tremore delle vene forse / un’acuta risata, un ingorgo /del sangue, un’ebbrezza illimitata».

Anche se i poeti muoiono, loro restano immortali, soprattutto se hanno l’umile consapevolezza di pensare che le loro poesie non cambieranno il mondo.

Patrizia Cavalli, soprattutto nei primi libri (Le mie poesie non cambieranno il mondo; Il cielo; L’io singolare proprio mio) è una delle voci più autentiche della lirica contemporanea.

La sua parola eleva il linguaggio quotidiano, una capacità che le ha permesso di entrare nel mondo (non solo quello poetico) e interrogarsi con il dono dell’essenzialità sulla condizione umana con una chiarezza disarmante che ha inciso sulle cose e sulla lingua.

Senza mai smettere di porre interrogativi sul proprio sé, Patrizia Cavalli, soprattutto con il timbro personalissimo delle prime tre raccolte, si appella alla «costituzione dei pensieri» per risolvere i paradossi di questo enigma esistenziale.

Nel «giusto combinarsi di parole» la condizione dello scrittore trova la via per venire in possesso delle chiavi metaforiche che dovrebbero permettere l’accesso nelle difficoltà dell’essere: «Allora non sapevo che c’era la guardiana, /soltanto la guardiana e non la porta, / una guardiana che allude ad una porta/ meravigliosa e forse facile da aprire, / basta saperlo fare, non certo con la forza».

La sua poesia prima di tutto è il racconto poetico della quotidianità, un viaggio per frammenti nel confuso concetto dell’umano, uno scavo nell’esperienza di ogni giorno, un punto di vista lirico sui dettagli insignificanti della realtà, intercettati dal suo occhio interiore sensibile sempre al vero delle cose.

Scrive Rebecca Molea: «Le parole diventano, attraverso la penna di Patrizia Cavalli, catalogazione di un’esperienza umana che troppo spesso sembra sfuggente, aerea, scontata. Scrivere significa quindi fermare il tempo, darsi una forma, interpretare un sentimento ramingo. Ma in questa riflessione non ci sono verità, né definizioni nette. Ci sono, piuttosto, i chiaroscuri di cui si ammanta l’esistenza umana, le ambiguità del desiderio, la riflessione che è pronta a correggersi, talvolta a contraddirsi. E forse, in fondo, questa indagine non ricerca approdi, ma nuove interrogazioni – in un continuo, inarrestabile, flusso di coscienza».

Con lei se ne va una delle voci più alte della nostra poesia. In modo particolare, nel dirle addio, ci piace ricordare la Patrizia Cavalli che non aveva nessuna convinzione, tranne quella di affermare che le sue poesie non cambieranno il mondo.

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