Nečaev. Oltre il fanatismo

Nečaev. Oltre il fanatismo

Articolo di Martino Ciano già pubblicato per Zona di Disagio

Era un uomo votato alla causa rivoluzionaria, pronto a usare qualsiasi mezzo per raggiungere lo scopo. Un demone, forse più di uno, si agitava in lui. Era pronto a sacrificare i suoi compagni, i propri ideali, pur di arrivare al traguardo. O con lui o contro di lui, o per la Causa o contro la Causa, o nero o bianco, giammai una scelta grigia, a metà strada tra il “sì” e il “no”.

Chi era Nečaev ancora oggi è difficile comprenderlo. Di questo indomito russo, su cui si interrogò tanto Camus quanto, molto prima, Dostoevskij nel suo I Demoni, si hanno solo dicerie e un pugno di lettere di Bakunin e compagni. Proprio Bakunin si “innamorò” di questo uomo che rappresentò per un certo momento una speranza per coloro che volevano sovvertire il potere.

Poi, qualcosa cambiò. Nečaev diventò agli occhi di molti un fanatico, un uomo spietato che uccideva e denunciava i propri compagni di lotta, la cui unica colpa era quella di non seguire pedissequamente le sue volontà. Aveva metodi machiavellici e da gesuiti, in cui la menzogna, la violenza, il raggiro avevano la preminenza. Tutti erano presunti nemici, anche quei gruppi che lottavano per la stessa Causa, ossia la rivoluzione, ma che avevano la sola colpa di propagandare concezioni diverse.

Il suo Catechismo del rivoluzionario è un documento che trasuda concetti aberranti, forse indigeribili. Ma c’è un aspetto importante e da non sottovalutare: Nečaev ci credeva fortemente.

Il rivoluzionario – si legge – è un uomo perduto in partenza. Non ha interessi propri, affari privati, sentimenti, legami personali, proprietà, non ha neppure un nome. Un unico interesse lo assorbe e ne esclude ogni altro, un unico pensiero, un’unica passione, ossia la rivoluzione. Nel suo intimo, non solo a parole, ma nei fatti, egli ha spezzato ogni legame con l’ordinamento sociale e con l’intero mondo civile, con tutte le leggi, gli usi, le convenzioni sociali e le regole morali di esso. Il rivoluzionario conosce un’unica scienza, la scienza della distruzione. Per questo egli studia giorno e notte la scienza viva, ossia, gli uomini, i caratteri, le situazioni e tutte le condizioni del regime sociale presente. Lo scopo è uno soltanto: la distruzione rapida di questo mondo. Duro verso se stesso, deve essere duro anche verso gli altri. Tutti i sentimenti teneri che rendono effemminati, come i legami di parentela, l’amicizia, l’amore, la gratitudine, lo stesso onore, devono essere soffocati. La natura del rivoluzionario esclude ogni romanticismo, ogni sensibilità, entusiasmo e infatuazione. Dovunque e sempre, egli deve essere non ciò cui lo incitano le sue tendenze personali, ma ciò che l’interesse generale della rivoluzione gli prescrive di essere.

Ma sono proprio questi elementi che misero in guardia Bakunin e molti altri rivoluzionari. Nečaev millantava di essere a capo di una società segreta che voleva dirigere la rivoluzione, imponendola al popolo. La visione di Bakunin era diametralmente opposta. Egli infatti sapeva benissimo che ogni rivolta parte dal popolo ed è il popolo che deve compierla, le organizzazioni rivoluzionarie hanno solo il compito di incanalare questa forza nella giusta direzione, senza sovrastarla con manovre correttive o ideologismi che provengono da cerchie ristrette. La rivoluzione insomma è del popolo.

Sono molti gli spunti di riflessione che provengono dal saggio di Michael Confino, Il catechismo del rivoluzionario, capace di mettere in mostra un personaggio che ancora oggi vive al di là della storia.

 

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