Massimo Angiolani. Mezzo taccuino delle fiabe e delle ciance. Pequod

Massimo Angiolani. Mezzo taccuino delle fiabe e delle ciance. Pequod

Articolo di Martino Ciano

Racconti in cui si respira un’aria di strada, di esperienze dirette, di sudore, disagio e pandemico dolore. Massimo Angiolani torna e lo fa con un altro dei suoi taccuini, con cui si esprime in maniera fulminea.

Un opuscolo, un fascio di fogli attraverso i quali ci caliamo nell’immagine di uno scrittore che prende appunti mentre se ne sta seduto sul ciglio della strada, da una panchina sulla quale siede, nel magazzino in cui lavora.

La forza di Angiolani è questa, almeno per me. Le sue parole sono vere, sono ispirate dalla vita cruda, sono un elogio all’esperienza e a tutti quei sogni corrotti dalle difficoltà quotidiane. D’altronde, basta leggere la biografia di Angiolani per capire che siamo davanti a uno scrittore che si cala nel mondo duro, in cui sperare e desiderare sono passatempi da praticare con cura.

In questi racconti troviamo ex pugili e diseredati, ma anche una bambina che scopre attraverso una favola che la morte non esiste. Il tutto arricchito dalle illustrazioni naïf di Roberta Spegne, che con i suoi colori fa di questo taccuino un’opera dai molteplici significati.

Per Massimo Angiolani ho un affetto particolare. È uno scrittore che stimo. Ha il suo stile beat e pulp che riconoscerei tra altre mille pagine. È un uomo fuori dalle righe e sa raccontare senza sbavature. In lui leggi la vita dei semplici e di questo abbiamo bisogno.

Questo mezzo taccuino è un libro che trasuda passione per la scrittura che ti fa incazzare, ti distrugge e non ti sfama… eppure, non ne puoi fare a meno.

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