Lo stupore dell’ignoranza

Lo stupore dell’ignoranza

Articolo e foto di Martino Ciano

C’è una ignoranza che presume e una che costantemente stupisce. La prima è tipica di chi, con convinzione, partendo da poche conoscenze, limitandosi a un colpo d’occhio al quale si affida ciecamente, esprime il suo insindacabile giudizio; la seconda è quella che lascia sbalorditi di fronte a ciò che non si sa, che è nuovo e inedito; questo shock stupefacente spinge alla ricerca pur sapendo, preventivamente, che la totalità resterà un mistero.

L’ignoranza che presume è quella che fa dire al solitario discepolo che la pratica “mi basta quanto so, anzi oltre ciò che so null’altro esiste”; l’ignoranza che stupisce invece non è né buona né cattiva, né etica né si pone problemi di carattere estetico. L’ignoranza che stupisce è quella di Platone che, attraverso il suo alter ego Socrate, sospira “so di non sapere”, ma questo non è un inno all’umiltà, che si trasformerebbe anche in una fiera non-volontà di conoscere, bensì è la consapevolezza “che di una cosa non sapremo tutto, ma solo quanto basta per incastrarla in una sequela di fenomeni quotidiani; e se anche dovessimo conoscere per intero qualcosa non è detto che sia proprio così in altri contesti”.

L’ignoranza che stupisce è quella di Qoelet, che nel suo libro ripete come un mantra che “tutto è vanità”, che ogni cosa è “fumo che mangia fumo”. Qualsiasi azione compiuta, qualsiasi cosa nasca o perisca sotto la supervisione dell’occhio divino, alla fine è un niente, ossia qualcosa che accade. Ecco, un niente, non il nulla, perché “nulla” non esiste; “nulla” non è neanche pensabile. Si può immaginare “Dio”, ma il “nulla” non può essere immaginato; anche uno spazio bianco infinito è qualcosa, così come lo è se fosse nero o trasparente.

L’ignoranza che stupisce mette in conto l’esistenza dell’inganno, ossia che ciò che i nostri sensi percepiscono sia solo un mascheramento di quella cosa, un comodo travestimento frutto di una costruzione premeditata o di una interpretazione utile per quel momento. Il “qui-ora” è un’ancora di salvezza, ma è anche una foglia in balia dei sette venti.

Quando attraverso un luogo, qualsiasi esso sia, penso a chi passò di lì prima di me. Un minuto prima o un secolo prima, non importa; vorrei sapere quali furono i suoi pensieri? Come immaginò il futuro? Il suo smarrimento è oggi anche il mio? Non lo saprò mai, ma pormi queste domande mi stupisce e mi fa sentire distante da ogni manipolazione messa in atto dal mio Io-imperante. In quel momento sono un ignorante stupito. La domanda contiene la risposta, la risposta non è risolutiva; il tutto è un problema irrisolvibile e nessuno lo risolverà mai. È questo il “fumo che divora fumo”.

Stupefatto, mi accascio sul letto. Ho sonno; il sonno è a suo modo una verità.

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