L’epoca dell’abbondanza

L’epoca dell’abbondanza

Articolo di Martino Ciano

L’epoca dell’abbondanza è finita. Così stanno ripetendo in molti, persino i capi di Stato; e se lo dicono i potenti del Mondo possiamo fidarci, perché l’abbondanza, per noi, non per loro, davvero sarà un miraggio. Eppure mi chiedo: cos’è questa abbondanza?

La maggior parte vivrà come sempre. Per tanti sarà importante mantenere un certo livello di dignità; per altri sarà invece causa di depressione, visto che il mal d’abbondanza, che innesca l’idea di essere poveri, è solo dettata dall’impossibilità di avere più del dovuto. Non perché bisogna accontentarsi, guai a dire questa parola brutta che subito ci combina pasticciacci nel cervello, ma forse il troppo a portata di tutti ha storpiato l’idea di molti circa la cosiddetta ricerca della felicità.

Sì, proprio così! Sembra quasi che la felicità sia solo accumulare, avere e mai dare, mai dare e sempre riporre in cassaforte qualcosa di più di un altro disgraziato. Felicità è pensare che si abbia diritto a tutto, che mai bisogna fare a meno di qualcosa, perché rinunciare è sbagliato a prescindere.

È bello vivere nel mondo dell’apparenza senza appartenenza, perché la globalizzazione ci ha insegnato questo e tanto ancora. Tutto sbagliato, a quanto pare, ma questo ci hanno fatto credere i demagoghi del Tu puoi, Tu devi, Tu sarai, Tu vincerai. Nulla si salva dal dibattito sulla generazione x, y, z, messo in moto dai sociologi del circo mediatico che a suon di avvisi catastrofici istigano al suicidio di massa. Le cure sono l’astinenza da qualsiasi forma di consumismo, anche se la moderna economia basata sullo spreco non ammette passi indietro e continua a suggerire a ognuno di noi con il diktat: Tu sei ciò che spendi. E cosa spendiamo se non carta-moneta o moneta-elettronica considerata prestito e mai ricchezza?

L’epoca dell’abbondanza ci ha reso decadenti. C’è una malinconia per i tempi della penuria, del si stava meglio quando si stava peggio. Il flusso di coscienza del nostro portamonete ci assilla con le sue richieste. Siamo tentati di ritornare alla terra, alla zappa, alla pastorizia. Senza identità, questo siamo diventati e un rigurgito populista ci spinge verso l’autarchia. Abbrutiti da sentimenti meschini, torniamo al principio di non contraddizione, ma la contraddizione siamo noi che cerchiamo libertà e felicità pur togliendo entrambe ad altri.

Quali popoli hanno il diritto di soccombere davanti al nostro bisogno di abbondanza? 
Chi risponde a questa domanda?

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