Tua Penelope

Tua Penelope

Racconto di Wanda Lamonica

Dovresti chiamarmi Penelope, per quanto ti ho aspettato. Per tutte le notti in cui ho disfatto, come lei con la sua tela, intrecci di paure e di incertezze, per poi riaccoglierti nel cuore nuovamente libero come se fosse sempre la prima volta. Dovresti chiamarmi Penelope, per tutti i momenti in cui ho accompagnato con un sospiro ogni singolo tramonto attendendo il tuo ritorno. E le notti trascorse a ricreare il tuo volto, ormai così lontano, ormai così sbiadito. Ricomporre le zone d’ombra sui tuoi zigomi, immaginare linee nuove lasciate dal tempo. Pregare quello stesso tempo di non infierire troppo sulla mia pelle, almeno fino al tuo rientro. Sperare di abitarti ancora dentro. Di essere per te casa, di poterti riabbracciare presto.

Che ne sai, tu, del peso morbido di occhi maschili languidamente posati sul mio corpo, ormai orfano del tuo tocco. Che ne sai, tu, della fame d’amore che fa rovistare nelle vecchie credenze del cuore, in cerca delle ultime briciole di un ricordo buono. Che ne sai, tu, di quando avrei leccato persino le stelle in cielo per farmi luce dentro. Di tutte le volte che il mare mi è sembrato ancora più salato e ho goduto, sì ho goduto, al pensiero che, tra le sue onde, si fossero aggiunte tutte le tue lacrime per me.

Penelope, dovresti chiamarmi. Per quanto ti sono stata devota. Per quante volte ho declinato inviti, abbassato lo sguardo, ignorato brividi. Spesso, la mancanza di te mi ha accarezzato come un vento di primavera su un prato verde, pettinandolo soltanto. A volte, invece, mi ha banchettato nel petto, fino a spolparmi le pareti del cuore. E la distanza si sopporta finché c’è una rassicurante certezza. Poi, ogni passo che divide, alleva un famelico tarlo nella testa.

Penelope, dovresti chiamarmi. La solitudine mi ha reso schiava e libera. Apatica ed ardente. Immobile ed isterica. Le assenze dilatano la percezione del dolore. Trasformano i giorni in attese senza fine. Senza una carezza, la pelle che ama muore.

No. Forse non dovresti chiamarmi Penelope. Del tuo amore, ad un certo punto, ho fortemente dubitato. Ne ho percepito la debolezza, la stanchezza, l’inconsistenza, l’inconcludenza.

Ora, disfatta come la sua tela, attendo un nuovo giorno per ricominciare. Ora, con le mani libere, posso ancora aggrapparmi ad un nuovo raggio di sole.

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