La storia di una “Marinella” dell’alto Tirreno cosentino…

Articolo di Saverio Di Giorno

M.N.M. era una donna. Forse era anche una prostituta. Veniva dal Senegal, quindi era un’immigrata. N.M.N. è morta e ora è solo una donna. Il suo corpo è stato trovato senza vita a Santa Maria del Cedro, probabilmente è morta a causa di un malore qualche anno fa. La chiameremo Marinella. Quella che dobbiamo raccontare non è una storia vera.

Non è cronaca e forse è meglio così. Ma dobbiamo raccontare la sua storia per addolcirne la morte. E la vita. Le dobbiamo le carezze che cercava. Dobbiamo immaginarla bella con gli occhi pieni di lacrime e sabbia mentre attraversa il deserto cercando di non guardarsi indietro verso chi avesse lasciato. Nella sua casa africana continuava a fare una sfilata delle vesti immaginarie che poi avrebbe acquistato in Europa, di cui avrebbe sentito parlare. Non riusciva a non cedere ad un’innocente vanità nonostante partiva per lavorare e per mandare soldi a casa. Poi la Libia, i cadaveri visti le avevano fatto paura, ma anche una sorta di sollievo per esser passata oltre. Si era vergognata di quel pensiero cinico. I campi libici erano un trauma e al cellulare che le avevano dato non voleva farsi vedere ridotta male, lei era bella. Forse la sua bellezza l’aveva salvata, poteva essere usata come prostituta o schiava sessuale, ci si potevano fare altri soldi in Italia. O forse no: insomma, la somma per il barcone si paga prima: la merce si paga prima, non all’arrivo: non importa se arriva. Non sappiamo se c’è stata una ONG a salvarla o no. Sappiamo che a lei non piacevano per nulla gli sguardi interrogativi e le mani brusche che la toccavano nella lunga trafila burocratica.

Non immaginava così l’Italia. I grandi monti la mettevano a disagio: le venivano in mente le sue foreste con i soldati, ma quelli li conosceva; cosa c’è invece in questi nostri boschi asciutti? Non scendevano da quelle foreste animali o fucili, ma altre prede. In auto, di nascosto da mogli e colleghi. In Calabria lei si chiamava Voglia, ma anche Vergogna. Passione, ma anche Segreto. Per questo sulla sua morte calò un silenzio non di rispetto, ma di dimenticanza.

I soldi mancano… mancano sempre. Forse sarebbe dovuta partire di nuovo ancora più a nord, ma non aveva soldi nemmeno per far quello o forse non ne aveva più voglia. Sappiamo cosa decise, forse fu forzata da quello stesso uomo che l’aveva avvicinata e dagli amici suoi, ma si convinse che era una sua decisione: non era più la donna che era partita, ma era ancora bella. Sappiamo quegli anziani sempre seduti al bar che facevano finta di non guardarla, o quei ragazzetti vogliosi che pensavano di comandare la strada e volevano dimostrarlo a letto o sappiamo di quei professori, dottori, impiegati che ogni tanto aveva sentito disprezzare questi immigrati dalla sicurezza delle loro case, dalla comodità dei loro letti ora sul suo vogliosi di sfogare le frustrazioni. La bellezza che l’aveva salvata ora la uccideva, forse si sarebbe innamorata. Forse dietro la porta di quel condominio avrebbe bussato qualcuno con il cappello “bianco come la luna” come successe alla Marinella di De André. Maria Boccuzzi, una ragazza di origine calabrese, che faceva l’operaia a Milano probabilmente anche lei chiusa nelle sudice baracche dove mettevano gli immigrati di allora: i calabresi, i napoletani, i pugliesi e i siciliani. Nel sole che filtrava da quelle baracche però Maria vedeva i fari di un palcoscenico, voleva fare la ballerina e quando incontrò questo bel play boy, un duro degli anni ’50, lasciò tutto per seguire le sue promesse. Mary Pirimpò il suo nome d’arte in locali sudici pieni di mani sudaticce che volevano toccarla.

Presto finì in un giro di prostituzione come tante compaesane. Forse i debiti, forse la droga, ma “scivolò nel fiume a primavera” spinta da una pallottola. Il vento poi la vide bella e la portò sopra una stella, come lei voleva diventare, così ci racconta De André. Forse era Marinella la stella che guardava N.M.N. quando la sera finito il lavoro poteva aprire le persiane perché ormai non la vedeva più nessuno. Il giorno mentre lei era sul letto insieme all’uomo penetravano raggi di sole che non riuscivano a scaldarla, come nelle baracche milanesi. Penetravano nelle ferite.

Esistono due sole terre: quella degli sfruttatori e quella degli sfruttati e N.M.N. apparteneva alla nostra. N.M.N. è una donna calabrese, come lo era Marinella. Non sono calabresi gli sfruttatori. Queste storie sono sempre vere, perché universali, eterne. Perché sono storie di donne. Dobbiamo parlarne della sua storia e dobbiamo scriverla sui fogli, perché questi sono fogli leggeri li porta via il vento, speriamo sopra una stella.

Dobbiamo farlo perché nonostante tutto è una storia bella, di vita non di morte e la vita resiste, sempre; altrimenti perché N.M.N non ha deciso di abortire? Sappiamo che N.M.N. era incinta e non voleva abortire. Sì, lei non voleva abortire. Dobbiamo sapere anche questo. Nonostante tutto voleva far uscire anche quella piccola creatura dalla sua Africa. Lo sappiamo.

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