La novità (Quarta parte)

Racconto di Gennaro Lento

Mentre continuavano amabilmente a discutere davanti alla cuccuma spaziale, in lontananza si poteva vedere avanzare un nutrito gruppo di persone che in fila indiana stavano per raggiungere il punto del ritrovamento. In testa al drappello c’era il sindaco in persona, tutto azzimato e con la fascia tricolore delle grandi occasioni. Nonostante una certa pinguedine, il primo cittadino teneva morbosamente alla sua immagine, tanto da sottoporsi a cicli di trattamenti all’acido ialuronico nel tentativo disperato di rimandare gli effetti dell’invecchiamento, oltre a massacranti sedute di zumba tenute da una polacca ex-badante che si era riciclata come personal trainer da quando il suo assistito era passato a miglior prospettiva. Appena saputo della novità, il sindaco comprese al volo le implicazioni derivanti da un simile evento e decise di non farsi trovare impreparato di fronte ai rappresentanti di un mondo extraterrestre. Inoltre, aveva costretto il vice sindaco suo cognato a portarsi appresso il pesante gonfalone cittadino, che svettava inquietante tra la folla come un drappo medievale. Appena giunto davanti all’astronave sgranò gli occhi tondi da bambinone e giunse le mani in posa plastica da visione estatica. Una grassa e lucida Bernadette con i baffi.

– Amici, – esordì ieratico dopo una pausa solenne, – ci troviamo di fronte ad un fatto di portata eccezionale. Siamo testimoni del più grande evento della storia dell’umanità, qui, proprio davanti ai nostri occhi, nel nostro territorio, in mezzo alle nostre case. – Il silenzio scese denso su quegli uomini, come se solo in quel momento si fossero resi conto dell’incarico che aveva riservato loro il Destino. Pure le pecore smisero per un attimo di ruminare, guardandolo attonite.

– Dobbiamo essere onorati e degni di un simile avvenimento. Il nome del nostro comune virtuoso sarà scritto sui libri di storia e rimarrà a imperitura memoria per le generazioni future. Come vostro Sindaco mi faccio portavoce e ambasciatore per l’incontro con questa civiltà aliena, – e rivolgendosi al vicesindaco suo cognato, – alza il gonfalone Marià, che vedano bene il simbolo della nostra città.

Il pastore Pino, che all’udire quelle parole si era portato istintivamente una mano sul cuore come quando sentiva l’inno nazionale alle partite dei mondiali, pensò tra sé che probabilmente anche il suo nome sarebbe stato citato nei libri di storia, sia pure in piccolo da qualche parte. Come scopritore gli sarebbe toccato anche qualche onore, che diamine, tipo quelli che attribuivano a Cristoforo Colombo, in fondo anche lui aveva scoperto un nuovo mondo. Forse quella vita grama stava per finire davvero. Il primo cittadino lo strappò alle sue riflessioni di gloria.

– Concittadini, – disse con sguardo elettorale rivolto ai presenti, – ricorderemo questo giorno per sempre. Facciamo in modo di esserne degni, – e sculettando si fece largo tra loro con la fascia che si agitava dietro come una coda di ippopotamo, tirandosi dietro il vicesindaco suo cognato che simile ad un alfiere si portava appresso il pesante fardello della storia.

Nel frattempo, a gruppi sempre più numerosi, la gente del paese cominciò ad arrivare su a Tregambe, raccogliendosi attorno al pastore Pino per apprendere dalla sua viva voce il perché e il percome di quella novità e lui tutte le volte ripartiva daccapo a raccontare, aggiungendo ogni volta particolari diversi, sempre più fantasiosi e improbabili. In men che non si dica, il passaparola tra quelli che c’erano e quelli che continuavano a sopraggiungere divenne un serpentone sempre più lungo e inverosimile, tanto che tra gli ultimi arrivati si vociferava di alieni a sette teste, coperti di aculei multicolore e dotati di poteri soprannaturali quali l’audiocronologia, la metempsicosi a comando e la capacità di imbroccare i numeri del lotto leggendo le vene varicose.

Nel pomeriggio c’era ormai tutto il paese attorno all’astronave, se si eccettuava un manipolo di irriducibili ultra centenari non deambulanti e il cagnaccio del falegname chiuso nel suo recinto a masticare l’aria. Decine di paia di occhi lustri grandi e piccoli fissavano il mezzo in attesa di un movimento qualsiasi, uno sbuffo d’aria, un peto di scappamento. La curiosità per l’imminente uscita dei marziani aveva ormai contagiato l’intera popolazione. Che poi erano marziani per modo di dire, visto che nessuno sapeva da dove arrivassero. Potevano benissimo essere venusiani, o plutoniani, se non provenienti da qualche lontano pianetino al di fuori della nostra galassia. Erano marziani generici, per così dire. Tuttavia, il desiderio di vedere con i propri occhi uno spettacolo che nessun al modo poteva vantare di aver visto prima, li spingeva a restare nella radura, incuranti dei panni stesi ad asciugare e dei bimbi urlanti per la fame o il sonno.

Intanto il tempo passava e come spesso succede la reverenza iniziale lasciò spazio alla più volgare confidenza. In maniera sempre più sfacciata i flash dei cellulari crepitavano sulle pareti lustre di metallo dell’astronave, immortalando i paesani nelle pose più ridicole e stravaganti, a futura memoria di quella giornata straordinaria. Il brusio rispettoso dei primi minuti crebbe d’intensità, fino a diventare un vero e proprio baccano man mano che il pubblico aumentava di numero e ognuno si sentiva in diritto di dire la propria. Il Sindaco discuteva con la Giunta se non fosse il caso di allestire seduta stante un Consiglio Comunale Straordinario proprio in mezzo alla radura, in modo da non perdere di vista gli alieni nel caso avessero deciso di dare un’occhiata fuori dal mezzo.

Il vecchio fabbro, un omone gigantesco e mezzo strinato dalle quotidiane esposizioni alla fornace della sua officina, sosteneva con convinzione che, se gliene avessero data la possibilità, avrebbe aperto quell’uovo metallico con i suoi attrezzi in meno di mezzora. Il barista si rammaricava di non aver portato con sé un fiasco di quello buono, che se uscivano qualcosa bisognava offrirgliela, che diamine. Il prete continuava a sudare nella lunga sottana e cercava di rispondere alle domande delle parrocchiane riguardanti la possibile fede degli alieni. Che non siano musulmani, per carità, buddisti al limite, ma non musulmani. Tra quelle ci fu qualcuna più sfacciata che gli chiese lumi su un altro ordine di caratteristiche, più legate al corpo che allo spirito.

Il prete arrossì un pochino e tutte si misero a ridacchiare con i denti disponibili. Ad un certo punto, qualcuno dal gruppo si chiese se non fosse il caso di andare a bussare educatamente al portello dell’astronave, non fosse altro per sincerarsi delle condizioni di salute degli alieni, visto che erano ormai parecchie ore dacché erano atterrati e non avevano dato alcun segno di vita.

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