La malagrazia. Margherita Ingoglia e la disturbante femminilità

Recensione di Martino Ciano
C’è una femminilità ribelle in Margherita Ingoglia, così come la necessità di esistere al di là del corpo e della carnalità. Non è offesa all’uomo o alla società dare alla donna la propria centralità, tanto meno questa raccolta poetica è la solita operazione di genere. No, Ingoglia parte dal pregiudizio, dalla collocazione che viene data al “sesso debole”, “alla portatrice del buco intorno al quale tutto si concentra”, alla “dispensatrice di guai”, per giocare poi con la tradizione, con il folklore.
Ballate disturbanti, per l’appunto, che indagano le contraddizioni con voce sofferta, ironica, pungente, ma mai sommessa. Non un manifesto o l’ennesimo grido dell’orgoglio femminile, ma una denuncia di ciò che viene propagandato senza mai concretizzarsi, dell’emancipazione tradita, della naturalezza affossata, di una rivoluzione in cui forse neanche la donna ha creduto o ha voluto portare a termine.Questa forza ancestrale, nella quale la donna è vita e passionalità, annientamento e rigenerazione, è ciò cui fa appello Ingoglia, con un chiaro riferimento a quella sensualità invadente che ha fatto ribollire il sangue delle generazioni, tanto da dover gettare un’ombra, un drappo, su tutto ciò che nella donna è volontà di vita.
