La carne di un agosto

La carne di un agosto

Di Martino Ciano

Tu ricordi quando correndo per questa strada, arrivavi tra le braccia di tuo padre…

Massacro d’animali, sangue in vetrina, frollate membra tanto al chilo; sapienti braccia disossavano bestie, pastorizia estiva e bucolica crudeltà, tra le case fittate ai bagnanti di città si disperdevano le ore estive. Estate, estate benedetta, in quel momento si guadagnava una lira per l’inverno. E lui sudato entrava nella cella frigorifera, mentre io, bambino, mangiavo un gelato, mangia figlio, sii carni ca cresci.

Crescevo d’estate,
ero cresciuto anche d’inverno,
crescevo nell’isteria di agosto, nel paese a vocazione turistica, maltrattato, da uomini e donne in costume. E gambe pelose, e forme adagiate, e uomini virili con costumi a mutanda, e donne feroci con costumi d’avanguardia, e svendita di salsicce per grigliate, e costolette sezionate a colpi di mannaia, e frattaglie commestibili, e bolgia di anime affamate di benessere; di tutte queste immagini i miei occhi si riempivano.

Di giorno e di notte si mangiava, nessuno dormiva, soprattutto mio padre. Viva l’estate e la Lira, ché se avesse potuto cantare, avrebbe potuto intonare una gioiosa Apocalisse, le anime dei porci e dei capretti sarebbero tornate per chiedere giustizia.

Mio padre, macellaio, la carne morta
sapeva di parabola, di favola, di Adamo ed Eva che si vergognarono quando si videro nudi. Ammazzare per campare, perché onnivori si nasce, poi ci si accontenta anche di divorare sé stessi, manco l’anima hanno le bestie, figuriamoci se conoscono il dolore.

Nel tempo della bottega, vicino a un hotel che era la memoria turistica del paese, in cui si fermò persino Maradona, crescevo, correndo, mentre lui sezionava bestie, disossava, e affilava lame… le parti migliori per la vendita, a noi di famiglia gli assaggi. E un giorno d’agosto bucai con la punta del coltello l’occhio di un capretto, tanto era morto, dolore non avrebbe avvertito. Cosa c’è in un occhio, cosa c’è dietro una cornea? Mio padre se ne accorse, si incazzò, mi inseguì maledicendomi, ché ero pazzo, ché ero stronzo, ché ero un criminale, ché chi tratta con la morte ha rispetto della carne morta, la carne morta si bacia più di quella viva.

Crudele, sempre crudele mi sentii da quel giorno, ché non sapevo amare la carne morta;
Vatinni ‘a casa, o ti ‘mpaticu sutta i piedi! Sussurrò mio padre, mentre fumava una sigaretta, che lui prometteva punizioni senza gridare. Occhi sereni aveva, faccia rilassata mostrava, e io scappai, e mi dileguai, e mi sentii scacciato, ché tra la carne morta non avevo diritto di stare.

Post correlati