Italo Calvino, Le CosmiComiche, Einaudi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su L’Ottavo

E così Qfwfq ci porta a spasso per il cosmo e ci racconta come è nato. Non sappiamo la sua vera natura, intuiamo solo che è eterno, che si è incarnato in molti elementi. Non ha una forma, ma è la forma. Già dal nome che porta comprendiamo che la sua essenza è divina o, forse, è solo il codice genetico di chissà quale essere.

Insomma, Italo Calvino ce lo presenta sotto vari aspetti, toccherà a noi scoprire chi è Qfwfq.

Le Cosmicomiche è stato pubblicato nel 1965 e ancora conserva il suo fascino. Il libro è una raccolta di dodici racconti che tutti insieme formano una sorta di romanzo corale, in cui il fantasmagorico Qfwfq ci racconta in chiave comica la nascita e l’evoluzione dell’Universo. Il taglio ironico e fiabesco può farlo sembrare un libro dedicato ai più piccoli, ma chi ama questo scrittore sa bene che dietro le semplificazioni linguistiche di Calvino si celano strutture filosofiche profonde.

Nel non scritto sta la vera storia, all’ombra delle parole riposa il significato.

Calvino è stato un avanguardista, amante delle sperimentazioni e inventore di nuovi linguaggi. Le Cosmicomiche è un libro che può essere letto anche senza porsi troppe domande, ma il lettore che farà questo non ne comprenderà il tema. Infatti, in quest’opera non c’è solo il tentativo di unire teologia e astronomia, ma anche quello di dar voce al Tutto. E scusate se ora diventerò un po’ troppo cervellotico, ma Qfwfq sembra che incarni a fase alterne due delle tre ipostasi di Plotino, ossia, spirito e anima, che ritornano nel Tutto per osservare l’inarrestabile divenire della materia. E senza entrare troppo nei particolari – perché rischierei di dover scomodare secoli e secoli di filosofia greca con tutte le sue tesi sull’Essere e sull’Ente – questo personaggio dal nome strano, che a volte veste i panni del Demiurgo mentre in altre si limita a osservare, sembra un guardiano dell’Universo che prova a dire a noi lettori che dopotutto l’eternità è un tiranno che divora sé stesso.

Può darsi anche che egli sia un folle rinchiuso in un manicomio, al quale nessuno crede, nonostante egli dica la verità. E allora, da umano, si rende conto che nella nostra epoca, così innamorata della scienza, della materia e della realtà sensibile, immagini e parole sono enti scomposti che appartengono a un essere che produce dal nulla le cose. Ma se questa mia supposizione fosse vera, dovremmo tornare ancora una volta a quel pensiero greco che ha sempre affermato che dal nulla non nasce nulla.

Ma vista così, chi è Qfwfq?
Un umano disadattato o un Demiurgo in preda a una crisi di creatività?
Buona lettura!

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1 commento

  • “…all’ombra delle parole riposa il significato…”, bellissime e verissime considerazione (grazie Martino). Aggiungerei, scritte ma anche dette, i famosi “Silenzi eloquenti” (di Carlos Martì Arìs). Calvino, questo, lo sapeva. Sembrava lo sapesse da sempre. Ho letto Le Cosmicomiche da molto giovane. Ricordo difficoltà a decodificare, a decodificarne il pensiero. E, comunque, ritengo che le tue conclusioni, necessariamente aperte a svariate interpretazioni, rispecchino le aspettative e la volontà di Calvino, il quale mi sembra non abbia mai voluto fare dettami, men che meno stabilire regole. Semplicemente, forse, il suo stile, oltre a distinguerlo dai suoi contemporanei, gli è stato necessario per dire ciò che voleva. A questo, grazie a te, farò di tutto per ri-leggerlo.

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