Di sangue, di rovine e di vergogna. Nessuno ha avuto a cuore l’Irpinia

Di sangue, di rovine e di vergogna. Nessuno ha avuto a cuore l’Irpinia

Racconto di Antonella Perrotta

“È rientrato, Carmè?” mi chiede Vittorio con le labbra sporche del sugo dei maccheroni della domenica.

Scuoto la testa mentre armeggio con i piatti nel lavabo. Lui sta di spalle, seduto alla tavola, non può vedermi né capire il mio cenno, ma so per certo che, la sua, è una domanda sospesa nell’aria. A mio marito non importano le risposte degli altri, figurarsi le mie. Ancor meno importa di quello scricciolo di ragazzino che ho partorito in piena notte da sola, mentre lui stava ubriacandosi chissà dove, e che ancora non è rientrato, pure se si è fatto buio.

A mio figlio ho dato il nome del santo nostro, Gennaro, affinché lo protegga e lo aiuti ché io, ad aiutarlo e proteggerlo sempre, non ce la posso fare.

Abitavamo a Napoli quando è nato, dodici anni fa. Poi, ci siamo trasferiti in Irpinia e, qui, siamo rimasti. Per me nulla è cambiato. Chiusa in casa stavo là, chiusa in casa sto qua, la cucina è il mio regno e la mia tomba, la stanza da letto è la mia penitenza.

“Buoni i maccheroni, sì?” chiedo, ma anche la mia domanda non urge risposta. Guardo l’orologio alla parete. Sono le 19:30. E che fine avrà fatto ‘sto figlio mio ancora in giro? Mi affaccio al balcone nella speranza di intravederlo nel vicolo. È buio il vicolo, la luce di un solo lampione lo rischiara appena e crea ombre che non fanno paura. Profuma il vicolo: sa delle caldarroste di Santino U ciuncu. È silenzioso a quest’ora, si lecca le ferite inferte dal giorno, prova a curarsi concedendosi la pace che spetta ai giusti e agli innocenti. È solido il vicolo, pietra madre centenaria e altera, sa come resistere e sopravvivere. Sono certa mi restituirà presto il mio Gennaro che, tra queste pietre, sta crescendo e imparando.

Mi accendo una sigaretta. Vittorio accende la TV. Un boato nell’aria ci sorprende. Il vicolo trema, io precipito verso il basso risucchiata da una forza che non credevo esistesse. Poi, polvere e pietre su di me. Schiacciata come uno scarrafone, con la forza, la brutalità e il ribrezzo riservato agli esseri che strisciano e vomitano bava. Il vicolo mi ha tradito ed è stato tradito a sua volta. Non siamo così giusti, così innocenti, così nobili, forse. Mai lo siamo stati. Ma il mio Gennaro, sì. Penso a lui, soltanto a lui, mentre cerco aria. Mi sembra di sentire la sua voce, ma sono soltanto la terra e la pietra a gemere. Annullati i suoni degli uomini, anche quello della TV accesa da Vittorio. Annullati i profumi, anche quello delle caldarroste di Santino.

Non sento più le gambe…
Mi fa male il petto…
Apro la bocca…
Ansimo…
Soltanto polvere mi entra nei polmoni…

Mi sembra di sentire la voce di Vittorio che si lamenta al mio fianco, ma è un attimo soltanto. Mai avrei creduto di morirgli vicino. Mai avrei creduto che “finché la morte non ci separi” potesse essere una promessa così vera. Penso alle sue labbra sporche del sugo dei maccheroni e alla sua maglietta bucata aderente al ventre prominente. Penso anche a me, con indosso la vestaglia, con le pantofole ai piedi e le mollette in testa. Che modo indecoroso di morire… Sorpresi nella nostra intimità, guardiamo in faccia la Morte sporchi, sgualciti, puzzolenti di fritto e di sudore. È come darle una soddisfazione in più, il carico da undici in una partita a briscola che pensavamo di vincere prima che la sorte rivoltasse le carte. Riavremo mai indietro un pizzico di dignità? Ci sarà mai qualcuno che avrà a cuore quel che siamo stati, che ricorderà i nostri passi nel vicolo, che avrà pietà di noi e delle pietre, che furono le nostre case, costrette ad arrendersi e a seppellirci tutti?

Un rantolo: il mio. C’è stato un tempo per le fate, uno per l’amore e un altro per la disillusione, uno per la pace e uno per la rabbia, uno per la speranza e uno per la rassegnazione.

Questo è quello della fine. Vedo gli occhi della Morte fissi su di me, annuisco, le porgo la mano, ma subito la ritraggo. Il mio ultimo pensiero va ancora a Gennaro. Se Lei vuole me, deve dimenticare mio figlio. Glielo dico, col poco fiato che mi resta: “Risparmia il mio Gennaro!” Lei sorride, ma che vorrà significare il sorriso della Morte? Come faccio a fidarmi di Lei? Lei è avida, corre lesta nel vicolo, siamo in tanti sua preda in questa sera di novembre che ha perso il profumo delle caldarroste.

Non ho davvero più fiato. Sono costretta ad arrendermi. Prendimi, sì, tanto lo so che il mio Gennaro è sopravvissuto. Lui ha il nome del Santo.

Sono, ero, Carmela Mansueto, maritata con Vittorio Serratore, madre di Gennaro Serratore, nata a Napoli il 21 febbraio 1948, deceduta a Castelnuovo di Conza il 23 novembre 1980.

La terra ha tremato e la mia casa non è più nel vicolo. Non esiste più nessun vicolo.
La terra ha tremato ed io sono morta. Tutti siamo morti, ma mio figlio no, lo so.
La terra ha tremato e nessuno ha avuto pietà di me. Nessuno ha avuto pietà di noi.
Nessuno ha avuto a cuore l’Irpinia.

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