Il rifiuto. Seconda parte

Il rifiuto. Seconda parte

Racconto di Giuseppe La Licata

Non tutto era andato così liscio, nei primi tempi il rigurgito d’una sorta d’intolleranza gli aveva procurato alcuni fastidi digestivi, sì proprio nella regione più sensibile e delicata dell’intestino; ai primi contatti col ciarpame dell’ insulsa capitale e alle prime esalazioni degli umori notturni, la sua pelle, gli occhi e i suoi larghi polmoni avevano reagito in modo irritato e convulso. Non s’era per questo perduto d’animo, aveva imparato a gustare la pazienza, il valore della dedizione e della perseveranza ed a parte quel lieve indolenzimento lungo la coda delle sue viscere, che lo avrebbe accompagnato per diversi anni, gli altri disturbi si sarebbero ben presto diradati. Notturni deliziosamente tranquilli segnavano il battito cardiaco della sua nuova esistenza. Dopo tutto aveva imparato a nuotare e a cantare.

Era un lavoro delicato, minuzioso, un lavoro di scrupolosa precisione chirurgica, e comunque tale da procurargli fatalmente una fiduciosa e promettente indipendenza. Una libertà vera, profumata, ricostituente, quella consentitagli dalla possibilità di viaggiare senza valigia , passaporto e carta d’identità tra i labirinti della sua ruffiana madre, madre- urbe, madre ingorda, il cui primato dell’abbondanza fino allo spreco si misurava nella generosa profusione dei rifiuti. Ed i rifiuti erano così l’esito finale di quel lungo e laborioso processo di alimentazione che la dolce e feroce madre perpetuava giorno dopo giorno a ritmi talvolta irregolari ma con crescente e voluttuosa voracità. Le abitudini alimentari sono le più difficili da correggere ed i resti o meglio le abbondanti evacuazioni della pur nobile Signora erano testimonianza del suo più o meno buono stato di salute, prova manifesta della qualità della sua esistenza e non di meno dei suoi innumerevoli peccati. I rifiuti? Sì, i rifiuti, quelli autentici e non biodegradabili, avevano un buon valore di mercato, non si vendevano, ma si barattavano al mercato delle verità; erano il distillato di informazioni attendibili, di indizi affidabili, controprova inconfutabile anche di labili sospetti o semplici presunzioni. Il rifiuto era la verità stessa resa ora inappellabile, senza più equivoci ed esitazioni; la garanzia e la certezza probatoria per il trionfo di una giustizia lucida, imparziale, affrancata dalla fragilità sentimentale del giudicante.

Un tempo avrebbe voluto tagliare la corda, ma la notte gli aveva a poco a poco restituito una vita, senza per questo dargli un peso più grande d’uno sputo o la leggerezza più lieve dell’ala d’una mosca; sentiva insinuarsi una specie d’orgoglio ed una soddisfazione intima per il suo silenzioso operare, per le sue instancabili avventure, per aver estirpato da tutta quella nauseabonda oscenità il segreto di una lingua nuova e inascoltata, una parola estrema e minacciosa; ma di ciò si sentiva innocente. Il suo cervello, una volta ingolfato da pensieri dispersi che si accatastavano su i rottami di altri pensieri, si era trasformato ora in un gigantesco archivio dove le verità trovavano, senza alcuna plausibile spiegazione, un suo preciso e straordinario ordine. Gli bastava socchiudere le palpebre e cominciava a lanciare occhiate terribili tra gli scaffali e le mensole di quell’inesauribile deposito per recuperare in poche frazioni di secondo sottili dettagli, schegge taglienti o un pulviscolo di minute informazioni che restituivano in un lampo di luminosa certezza, la povertà e la miseria d’ogni umano, lento e inesorabile assassinio. Il consumarsi impietoso d’ogni vivere, il tradimento vigliacco d’una dolce infelicità per una manciata di sorrisi, gli stessi sorrisi ingordi garbatamente spalmati sui volti tirati a nuovo della cosiddetta brava gente. A tratti provava una certa tenerezza per tutta quell’agitazione circostante, ma non sopportava più la luce del giorno ed aveva via via allontanato lo sguardo dalle cose diurne. L’insonnia gli era venuta in soccorso e non aveva opposto alcuna resistenza alla sua naturale indisposizione per quella vita levigata ed accecata dalla luce del giorno. La coda dei tramonti assecondava il suo risveglio e il soffice itinerario di un grappolo di nuvole sopra i tetti scioglieva gradatamente l’inerzia del suo sonno.

Ogni notte il bottino era ricco, ma bisognava selezionare, ordinare e soprattutto disincrostare corpi autentici di rifiuti da altri elementi inquinanti e distorsivi. La verità non ammetteva errori nè contaminazioni. Le operazioni di pulizia e di catalogazione erano le più lunghe e delicate. Non di rado, infatti, gli era capitato di dover sospendere i suoi viaggi per dedicarsi alla minuziosa nomenclatura di tutto quel materiale recuperato. C’era una vecchia panchina dissestata che lo attendeva, a fine giornata, a tali adempimenti. Vi scivolava   dentro seguendo la linea di una carezza che raggiungeva la nuca e restava immobile, con gli occhi sbronzi per la fatica; una fatica che non lo angustiava, piuttosto gli offriva il sollievo di una delicata indifferenza verso le sue remote ambizioni; un distacco nobile e sincero che traspariva dal gesto gentile e ormai automatico di quelle mani che scivolavano dentro le tasche per svuotarle con cura del loro prezioso contenuto.

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