Il nomade. Una svolta che non c’è stata… Tortora e la Calabria perduta

Il nomade. Una svolta che non c’è stata… Tortora e la Calabria perduta

Il nomade. Diario di un ragazzo del Sessantotto in un borgo di Calabria. Il libro di Giuseppe Petrucci tra illusione e disincanto. Articolo di Martino Ciano

Un giovane tortorese, o meglio un adolescente che nella Tortora di fine anni sessanta raccoglie in un diario le sue impressioni sulla società che lo circonda, sulle aspirazioni tradite, sulla scarsa lungimiranza di una comunità che si lasciava vivere e dominare da un progresso formale che non seguiva anche quello sostanziale.

Sono pagine che ogni abitante del borgo calabrese dovrebbe leggere, perché non si fermano a riflessioni di natura intima o romantica, ma di critica sociale. All’epoca, Giuseppe Petrucci era un ragazzo, era dominato dall’utopia, dalla ribellione e dalla voglia di ricercare. Non erano caratteristiche scontate, ma frutto di una sensibilità innata. Il suo Diario va dal 1968 al 1970. È lucida poesia che auspica al riscatto. È voce che chiede di essere accolta e ascoltata, ma così non è stato, come non lo è stato per tanti altri.

In un primo momento Giuseppe viene illuso dalla possibilità di un cambiamento, poi, fa i conti con la realtà e gli resta una sola scelta: andare via. Non solo a Tortora, ma in tutto il Tirreno cosentino, questo passaggio dall’illusione alla disillusione ha colpito tante persone. Intere generazioni sono fuggite a gambe levate da un territorio arido di prospettive, nonostante fosse ricco di risorse. Giuseppe non indica una chiave di lettura, un diario non aspira a questo, ma ha il pregio di essere una cronaca quotidiana di impressioni che nascono dall’anima, ed è per questo motivo che un diario è e sempre sarà un documento pregno di dignità.

A distanza di cinquant’anni, visto che molto di ciò scrisse Giuseppe non è cambiato e anche quel tanto che si poteva cambiare è stato modificato in peggio, il territorio appare depauperato e da luogo di incanto e terra vergine tutto si è trasformato in una zona annientata che necessita dell’azzeramento.

C’è un peccato che noi abitanti di questa zona non riusciamo a confessarci: abbiamo fallito su ogni fronte. Né sviluppo turistico, né agricolo, né edile, né industriale. Un’economia basata sulla conquista e sullo sfruttamento senza lungimiranza di ogni metro quadro di territorio ha portato oggi all’impossibilità di una progettualità nuova. Non possono esserci oggi progetti alternativi se non si abbatte il vecchio. Gli ottimistici sermoni in favore di un bene comune inattuabile, proferiti da chi ha la pancia piena, sono bugie che ancora vengono raccontate a una società che vive allo stremo, che aspira a grandi cambiamenti, ma che di fatto non ha il coraggio di riconoscere che non c’è possibilità di rinascita se prima non si distrugge.

Una riqualificazione del territorio non può avvenire sulle rovine roventi di un passato che ancora viene visto come glorioso, senza considerare che l’aggressione di quegli anni è stata l’inizio della fine.

Giuseppe Petrucci nel suo diario immortala quegli anni in cui la fine, ammantata di oro, stava per iniziare. Tra queste pagine giovanili, scritte tra il 1968 e il 1970, Petrucci si interroga sulla giustizia sociale, sulla necessità di un cambiamento forte di mentalità, su quella discrepanza che c’è sempre tra idee, ideologie, fatti e parole; su una ipocrisia velata di fatalismo tipicamente meridionale, su una volontà che si affloscia su sé stessa ogni qualvolta si è chiamati a rinunciare a qualcosa in nome del bene comune.

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1 commento

  • concordo pienamente su ciò che scrivi carissimo a presto un grande abbraccio.

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