Gianni Eros Russo. In forma di diapason. L’ArgoLibro editore

Gianni Eros Russo. In forma di diapason. L’ArgoLibro editore

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Su una vibrazione codificata, unica nota con la quale si accordano le altre, Gianni Eros Russo compone i suoi versi. Tanto le dissonanze quanto le assonanze tra le parole si inseriscono in un gioco virtuoso frutto di sguardi che fotografano la realtà. L’attimo declamato dal poeta è un componimento che si uniforma all’emozione del momento, tant’è che rimane in noi impressa questa poesia che non esisterebbe senza un soggetto che agisce, che sa relazionarsi all’oggetto.

Così la sensibilità si cura/con le iperboli alla ketamina/e gli aghi scacci-rondini, e tutto si fa strumento per raggiungere la conoscenza di questo momento che viene catturato, custodito, cibato e infine liberato. Solo così ci si impossessa dell’attimo che sfugge e solo così si può dire a tutto ciò che ci scorre intorno Sei la fissità del divagare/plastica che mi sperde/dalle cancellate.

Ed eccoci di fronte alla percezione pura, che spalanca le porte del Mondo della vita in cui tutti navighiamo senza rotta. E cercare l’appiglio, il porto sicuro, resta sempre la nostra speranza. Eppure, questo obiettivo, ostacolato dalla necessità del caos di lasciare l’umanità nella propria ignoranza, muta costantemente per diventare sempre un indefinito, un ideale astratto, una costruzione della mente.

La poesia di Russo è sopravvivenza. Nel suo viaggio all’interno del Caos, il poeta è guidato da quell’istinto primordiale che appartiene a ogni creatura vivente. Non abbiamo modo di ripensarci/immersi nella nostra debolezza/nelle nuvole lente, e proprio perché la coscienza dà agli uomini la convinzione di essere potenti, umane sono solo le opere del Sé grandioso, mentre disumane sono le disavventure e i fallimenti. Ed è nella sventura che ognuno diventa vittima di un fatto criminale o protagonista di un evento da raccontare… hanno sgozzato un uomo/un timido animale da lavoro/buono per il macello.

E in questa sinfonia, in cui si incontrano suoni emessi da strumenti diversi, ma tutti accordati in base a un’unica vibrazione, giunge a noi l’infinito visibile e invisibile, pensabile o immaginato, pur sempre incomprensibile, perfino alla poesia: Ti ho scritta e rimaneggiata con cura/ma non ho voglia di imbrogliare/i sentimenti col metro/Ho voglia di bruciare questi versi/con gli avanzi della mente/ma non riesco a liberarmi di un Universo.

Post correlati