Friedrich Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Siamo una società necrofila. Di fronte a ciò che è cruento, rivolgiamo i nostri sguardi curiosi ed esterrefatti. Il male ci affascina quanto più ci inorridisce, ma non riusciamo ad ammetterlo. Che sia un modo per non diventare succubi delle nostre debolezze? Non bastano poche righe per dare una risposta esaustiva, ma possiamo trovare tanti spunti di riflessione in questo libro.

Il giudice e il suo boia è un giallo scritto nel 1952 dall’autore svizzero Friederich Dürrenmatt. L’edizione in mio possesso è quella ristampata dalla casa editrice Adelphi sul finire del 2015. Per chi non ha ancora letto nulla di questo scrittore consiglio vivamente anche La Promessa e Il Sospetto, due opere che hanno fatto storia. Per chi invece si è già tuffato nella narrativa di Dürrenmatt pongo una domanda: chi ha raccolto oggi la sua eredità?

Il tema del libro è l’unica cosa che risponde ai canoni del genere poliziesco. Il commissario Bärlach e il suo assistente Tschanz indagano su un omicidio apparentemente senza movente. Il loro scopo è logicamente quello di trovare l’assassino. Per il resto Il giudice e il suo boia ruota intorno a quel segreto amore verso il male che tutti noi proviamo almeno una volta nella vita. Il risultato è una versione noir e tascabile della Commedia Umana. Tutto infatti si consuma in poco più di centoventi pagine.

Ma affondiamo il coltello nella pancia del libro. Ciò per cui lo scrittore svizzero è famoso è l’aver abbandonato la strada del poliziesco, in cui tutto si muove con logica e meccanicità, per dare spazio al caso, sottolineando sempre il divario tra la verità giudiziale e la verità dei fatti. Insomma, per lo scrittore svizzero giustizia non è sinonimo di verità

In Dürrenmatt quindi nessuno è Perry Mason, piuttosto, l’investigatore è un essere empatico che si cala del tutto nei panni del presunto assassino che vuole arrestare. Si spersonalizza e ragiona secondo i suoi metodi. In questo modo egli cerca tanto la verità quanto la possibilità di discolparsi davanti alle sue intime e malvagie pulsioni, solo avvertite nell’animo, ma mai sfociate in atti concreti. Solo così potrà dire “io sono buono, io sono innocente”. Ed è proprio tramite questo rito che l’uomo si sente distante dal male “che pensa ma non compie”. Fatto sta che questo rito necessita sempre di un assassino.

È un punto spigoloso, lo so, ma Dürrenmatt ce lo fa capire facilmente attraverso la figura del commissario Bärlach. È vicino al pensionamento e prossimo alla morte a causa di un male incurabile, nonostante tutto si tuffa in questo caso non per scoprire la verità, ma per assolversi da un suo peccato giovanile: aver contribuito a creare il mostro Gastmann.

Gastmann è un altro personaggio chiave del romanzo. È colui che uccide per gioco, per vincere la scommessa che fece con Bärlach decenni prima: commettere un omicidio che non si possa risolvere, quindi, senza movente e senza ragione.

Bärlach diventa quindi l’investigatore-giudice che costruisce una verità fittizia dietro cui celare quella oggettiva, scandalosa e che lo coinvolge. Ma alla fine uscirà pulito da questa storia? Gastmann è davvero l’assassino? E soprattutto chi sarà il boia che seguirà il verdetto emesso dal commissario?

È da quest’opera scritta sessantaquattro anni fa che nasce il mito di Dürrenmatt come scrittore unico nel suo genere. Laddove la logica cerca di avere ragione, egli oppone il caso; dove la verità esige il suo primato per soddisfare l’opinione pubblica, egli inserisce la menzogna che cela la realtà dei fatti; lì dove l’uomo vuole discolparsi e uscire con le mani pulite da tutto ciò che non lo riguarda, egli impone alla nostra coscienza un balletto peccaminoso che insozza ogni buon proposito.

Insomma, c’è tanto da leggere e da scoprire in Dürrenmatt.

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