Di solitudine e di allucinazione. Un momento

Di Martino Ciano

Di avventure e di passioni non si vive per tutta la vita.

L’amore a volte si sceglie, a volte si subisce, nella maggior parte dei casi ti inganna, poche volte si fa comprendere. E noi lo sapevamo, perché ogni giorno si dimentica qualcosa per accogliere altri ricordi.

Spesso le cose accadono. Così mi dicevi mentre tentavi di fermare i tuoi pensieri in quell’attimo particolare in cui il sole si lascia avvolgere dal mare. E mentre la luce spariva, hai iniziato a parlare velocemente, perché di sera ho meno paura di dire ciò che penso. So che dormirò e che qualcosa dimenticherò.

E hai raccontato di quei momenti passati tra una casa e l’altra, tra una stanza d’albergo e un sottoscala. E hai parlato di un appartamento nel centro di una città, di un luogo qualsiasi per farsi un po’ male, perché male è anche lasciarsi possedere per non tradire ogni desiderio.

Come è lucido l’amore che si fa per gioco. Il sesso e i suoi gingilli, le scopate che non spazzano via l’euforia. E dietro un sorriso, scarno come un albero d’inverno, quale giustificazione peggiore si darà a qualcosa che nulla ha dato, a patto che qualcosa si cercava? E così la gabbia si chiude, la fossa è pronta, in un pozzo senza fondo si desidera cadere. L’amore è come la morte, ci si decompone sperando prima o poi di resuscitare.

Dov’eri prima, chi eri dopo, cosa speravi di trovare e cosa hai portato vicino alla tua carne? Ti risponderai che forse ciò che hai vissuto è meglio di niente, perché per il meglio ancora c’è tempo. Ma poi il tempo è una scusa.

E scarne, come gli alberi d’inverno, sono quelle emozioni che in nome del sangue, dell’orgasmo e di un po’ di spirito barattato non gettano che odio su sé stessi, mentre un’ombra di sospetto ci divora e il mondo intorno ci battezza con nomi diversi da quelli scelti per noi alla nascita.

D’altronde si vuole essere accettati, anche quando non si è.

Ed è vero, perché scomparire non piace a nessuno, passare e non lasciare traccia è contro natura, così come morire senza un nome è un disonore.

E quale profondità stava nelle cicatrici che portavi, nei tagli che si davano consiglio tra loro? Uno sfregio parla all’altro. Sono pettegole le doglianze del cuore. Un pezzo di pelle vale l’altro, un trancio di carne è simile all’altro, mentre altri aguzzini con i loro sensi ti annusavano, ti assaporavano, ti accendevano e ti spegnevano, e la notte era notte, e il giorno sarebbe tornato a essere un nuovo giorno in cui qualcuno sarebbe morto e in cui qualcuno sarebbe nato.

Che mistero la vita, soprattutto quando non te ne fotte nulla; meglio ancora quando hai avuto la fortuna di fotterne un altro.

Quanti giorni hai attraversato così?

Questo mi sono chiesto mentre il cielo era diventato pienamente serale, mentre la brezza del mare era diventata pienamente autunnale… mentre dell’anima che ne facevamo, visto che raccolti nelle nostre distanze ci donavamo indifferenza?

Ci siamo salutati con una stretta di mano. Hai lasciato la panchina sulla quale ci eravamo seduti e sulla quale avevamo espiato la gentilezza tramite il fumo delle nostre sigarette. Girasti l’angolo e io attesi che ogni mia emozione diventasse scarna.

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