Di generazione in generazione. Seconda parte di un discorso e di un incontro

Articolo di Martino Ciano

Riprendo da dove avevo lasciato il mio incontro con tre giovani. Giusto?

Per loro questo mondo non esiste, io forse non sono reale. Me ne accorgo da come sono concentrati a guardare gli schermi dei loro iPhone, di come sorridono a ciò che appare su quei dispositivi.  Si distraggono facilmente, come se lì, in quel Grande Altro digitale, ci fosse la verità, il vero interlocutore.

Ecco, penso, noi ex giovani siamo riusciti a inculcare in loro quel senso di spaesamento che ha accompagnato la nostra adolescenza. Quell’essere contro tutte le regole, tutte le istituzioni, tutti gli uomini. Eppure, sempre a casa tornavamo. Non esistono regole, tutto è giustificabile, questo mondo non esiste, così dicevamo noi alla loro età. Disperati e felici camminavamo per le strade, niente ci mancava, tutto volevamo. Era un nostro diritto prenderci ogni cosa, soprattutto quello che non era nostro. Eppure ci nascondevamo dagli occhi degli adulti per fumare, per bere, per baciarci. Temevamo il giudizio, la punizione. Eravamo ribelli, in branco; coglioni, da soli. Eravamo felici vagabondi con il grunge, il dark, l’heavy metal, il rock, il jazz e qualsiasi altro suono nelle orecchie, ma poi sempre a casa tornavamo… e ora questi giovani, alcuni figli dei miei coetanei, ci hanno preso alla lettera. Anche loro dicono questo mondo non esiste, mentre noi rimpiangiamo quel mondo. E come saranno le loro malinconie quando avranno la mia età? Di quale sostanza sarà fatta la loro ricerca dell’assurdo? Con quale emoticon verrà rappresentata.

Signò, ma voi non vi rompete le palle ad ascoltare sempre gli altri? Mi domanda quello che ha abbandonato la scuola, convinto che con la Terza Media se la caverà lo stesso. A volte sì, ma faccio finta di sentire. Questo gli rispondo. Quello con i genitori separati irrompe con una risata, qualcosa di interessante è apparso sul display del suo iPhone. Io resto in disparte, gli altri due si avvicinano per guardare e ridono anche loro.

Be’, perché ridete? Di me se ne fregano per altri trenta secondi, poi tornano in loro. Il ragazzo con la Terza Media mi spiega: la mamma di un nostro amico ha pubblicato una foto su Instagram. Oh, c’ha cinquant’anni, ma ha certe minne! ‘Na cavalla. Quello più furbo di tutti, che manderà suo padre a far giustizia a scuola caso mai gli esami di maturità dovessero andar male, subito interviene: e tu ti ci fai sopra pugnette e te la sogni mentre ti fa un blowjob, che ce l’hai d’oro Brò! E il ragazzo con la Terza Media risponde: anche voi vi ci fate bei manicotti, pure chiru coglione del figlio si ci fa lo zabaglione, ché tanto dice che quella manco è sua madre! Interviene subito il ragazzo con i genitori divorziati: Oh, ragà! Che il signore si fa una brutta idea di noi! E tutti e tre mi chiedono scusa… scusa di cosa, penso, se io non so fare altro che rimanere in silenzio. Non so dire nulla, mi sento colpevole. In questa piazzetta di un piccolo paese si partecipa al cammino del Mondo così come in una metropoli. Non ci sono più distanze, sovrastrutture, differenze; ovunque è un unico luogo, che forse non esiste.

Chissà se quell’altra ci manda le foto prima che si va a fare la doccia! Esclama il ragazzo con la Terza Media, mentre gli altri due ridono. Questa chi è? Chiedo, e quello con il padre giustiziere mi risponde che è una che va dietro a tutti e tre, ma non sa decidere con chi stare. A loro va bene così, tanto a nessuno dei tre piace… e lo interrompo dicendogli ok, basta così. Faccio parte di un’altra generazione. E tutti e tre ridono, ma non per quello che ho detto, ma perché qualcos’altro ha catturato la loro attenzione. Verso di noi sta venendo La ragazza che prega.

E la storia continua…

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