Cosa c’era e cosa c’è. La fine di un viaggio

Articolo di Gattonero

Ho avuto la ventura di visitare l’Italia in lungo e in largo e ne vado qui a parlare. ‘Ventura’ è un termine ambiguo, può essere letto sia come sventura che come fortuna. La sintesi non rientra nelle mie (già poche) doti, ma al termine del mio girovagare mi sento di essere stato fortunosamente sventurato.

Ho avuto modo di conoscere centinaia e centinaia di persone, alcune incontrate a più riprese, altre per una sola volta, ma di (quasi) tutte ho un bel ricordo. Ho in memoria una umanità variegata e ho un unico pentimento: moltissimi dei luoghi visitati avrebbero meritato una visione più approfondita, ma svolgevo un lavoro mordi e fuggi, il tempo di un caffè, una fumata di sigaretta, due chiacchiere e via… dovevo proseguire il mio viaggio; era il mio dovere, pur senza aver mai avuto alcuno che mi mordesse le terga per costringermi a correre.

Seguendo il titolo (il cui occhiello potrebbe felicemente essere “lasciate ogne speranza voi ch’intrate”), in tutta la mia avventura non ho mai visto leoni; lupi e volpi, sì, e anche alcuni draghi (correttore google, non fare scherzi da prete: minuscolo, che non voglio grane da omonimia); di questi molti i fasulli.

Questi ultimi facilmente riconoscibili dal loro parlar troppo, da un agire sempre vistoso, dal continuo minacciare, dal vantare conoscenze e amicizie, vuoi politiche o criminogene, e che della prepotenza hanno fatto virtù, per coprire una vita altrimenti sciatta (nel “1984” di Orwell sarebbero stati Medi, aspiranti a un qualcosa senza speranza; gli ominicchi di Sciascia), al contrario dei draghi veraci che dicono solo con gli sguardi, non minacciano, parlano il minimo indispensabile a indicare il possesso della voce; comandano, e gli ominicchi eseguono.

Lupi, volpi, draghi e falsi draghi dotati di gambe, braccia e corpo… all’apparenza sembrano comuni esseri umani, in realtà sono quelli che hanno provocato lo squarcio nella suola e che questo squarcio continuano ad allargare. Ma, nel mio girovagare, ho avuto anche modo di conoscere un’ampia umanità diversa, semplice, umile, rispettosa; che della modestia non si vergogna ma neanche mena vanto, e che ancora ritiene il termine ‘disonesto’ come offensivo.

Vado a presentare un paio di scatti di memoria, alcune pillole, senza che queste abbiano il sapore di un diario che potrebbe risultare soporifero.

Penso al ciabattino di un piccolo paese dell’interno: un locale angusto, un deschetto quadrato con ai lati i vari divisori per le diverse misure delle semenze, grumi di pece nera, rotolini di spago, lesine, martelletti e piedi di ferro. Vendeva giornali, quotidiani e qualche rivista, sistemati per benino su un tavolo laterale. Dietro al suo posto di lavoro, su una mensola al muro, il busto del duce, alto una ventina di centimetri, con un lumino elettrico, tipo quelli da cimitero, acceso. Non avevo fatto commenti, e avevo ascoltato i racconti del suo passato raffrontati al suo presente, in maniera pacata, convinta. Pur non concordando, aveva lasciato in me un senso di tenerezza: le idee, sì, possono essere ritenute sballate, ma talvolta il saperle offrire in maniera delicata le rende parte di un tutto, che comprende religioni e ideologie altrimenti respingibili.

Penso alla titolare di un piccolo supermercato, di origine chiaramente meneghina già dal cognome, in un piccolo paese alla marina. Costei (e mi piacerebbe fosse letto in senso spregiativo), nelle rare visite, ogni santa volta non mancava di insultare apertamente gli avventori, definendoli sporchi, maleducati, criminali; specificamente calabresi. Ogni volta mi chiedevo se alla prossima tornata l’avrei trovata ancora viva; fosse successo non me ne sarei stupito più di tanto, e credo che non avrei emesso manco un requiem, tanto mi aveva irritato. Aveva sposato un calabrese, era venuta con lui in questa terra disgraziata e, dopo anni di permanenza, non accettava di essere lei ad adeguarsi all’ambiente, pretendendo che questo si adeguasse ai suoi vissuti anteriori. Credo sia una delle poche persone con cui non solo non ho mai preso il consueto caffè, ma non le ho neanche concesso il tempo di una fumata di sigaretta; l’avrei volentieri vaporizzata (ancora Orwell nel suo “1984”).

C’erano i rivenditori tifosi, chi della Fiorentina (in un centro di turismo invernale), chi dell’Inter (in un paese di marina tirrenica), chi, inaspettatamente, del Torino (un fratello, ovviamente, nella marina jonica), con il quale mi sentivo prontamente a ogni rara vittoria della nostra squadra. Con questo, che viveva in zona prettamente vinicola, dovevo lottare per ottenere di prendere il solito caffè in alternativa all’assaggio dei vini locali; per assurdo, fuori dai pasti, al limite avrei gustato un dito (orizzontale) di whisky o di grappa, ma mai un dito (verticale) di vino. Una idiosincrasia strana, visto che nei miei pasti (esclusa la colazione del mattino) il bicchiere di vino ha sempre il suo posto d’onore.

L’interista era un personaggio straordinario: giocatore accanito di biliardo, passava ogni ritaglio di tempo al bar, battagliando coi pochi che riuscivano a tenergli testa. Aveva un chiosco sulla via principale, l’abitazione subito alle spalle. In questa, che denotava una miseria latente, subito nella stanza d’entrata c’era un lettone che faceva da deposito di abiti, buttati qua e là in un disordine che dava la chiara impressione di una sciatteria endemica. Aveva tre, forse quattro, figli, tutti in tenera età, tutti malamente acconciati, tutti in bella vista a ogni mia visita. Ho sempre avuto il sospetto che si trattasse di una messinscena per spingermi a chiudere un occhio su sue attività, diciamo così, delicatamente truffaldine. È l’unico che sia riuscito ad affibbiarmi un 50.000 lire falso. Rilevato dalla banca, tagliato trasversalmente e cestinato. Non gliel’ho mai rinfacciato, anche perché non avrei avuto prove per farlo.

Per i maligni: non si trattava di versamenti per ‘pizzo’…

Tra i ricordi, la cena con un collega in una specie di scantinato spacciato per osteria; ce lo aveva indicato un personaggio del posto, diciamo un big per non dire un boss, che evidentemente ci amava. È un locale alla buona, ci aveva detto, ma si mangia quasi da dio. Località marina, niente di meglio di uno spaghetto alle cozze come primo. Stranieri entrambi, eravamo stati oggetto di una vivisezione virtuale per tutto il pasto; e, onestamente, non si trattava di persone che, di primo acchito, ispirassero fiducia. La località, tra l’altro, era da sempre molto chiacchierata… per cui mangia, bevi e vattinni. Già, mangia… si fa presto a dirlo: come si fa mangiare uno spaghetto alle cozze che odora di petrolio, con dieci paia di occhi che non mollano la presa? Avevamo provato ad assaggiare, sperando che il profumo non provenisse dal piatto. Proveniva da quello, ne era bene inzuppato e il gusto corrispondeva…  Il tizio che ci aveva servito (con un occhio guercio per completare il quadro) aveva ritirato i piatti intonsi, senza fare una piega, senza chiedere un perché. Eravamo passati al secondo… niente più pesce. Usciti dal locale, un accennato segno di croce come scongiuro era scattato spontaneo.

E ricordo con tenerezza lo scultore in legno, la mezz’età superata da un pezzo, solitario, angosciato per questa sua solitudine, che attribuiva al dovere stare appresso alla madre, anziana e allettata. Era chiaro che la solitudine era invece dovuta a una profonda introversione che lo rendeva insicuro in ogni suo desiderio. Sognava una libertà che lo portasse lontano, dal paese, dalla regione… dal mondo. E intagliava ceppi di ulivo a tranci femminili: seni, natiche, vagine, lunghe gambe. E i visi, che apparivano tutti uguali pur nelle varie dimensioni, forse somiglianti alla madre sofferente che non avevo avuto modo di vedere ma che potevo indovinare dalle rughe scalpellate nel legno, che disegnavano anche il dolore di una terra che alla sua solitudine e sofferenza donava solo indifferenza.

Hic sunt leones… ci sono, e non mancano le pecore, di cui questi si cibano, pur se queste non perdono occasione per raccontare al mondo la volontà di liberarsi di queste bestie, feroci e voraci. Nel mentre il buco nella scuola si allarga e lo Stivale tutto continua, indifferente, a zoppicare.

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