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	<title>Narrazioni Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Mutismo d&#8217;amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 10:06:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Mutismo d&#8217;amore&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore ritoccata con l&#8217;intelligenza artificiale Tu la chiamavi morte, io invece servitù volontaria nei confronti del dolore. Non capivo perché non riuscivi a testimoniare la tua presenza nel mondo, perché ti piacesse parlare solo quando intorno a te non c&#8217;era nessuno. Cos&#8217;è una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><strong>&#8220;Mutismo d&#8217;amore&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore ritoccata con l&#8217;intelligenza artificiale </strong></p>
<p dir="ltr">Tu la chiamavi morte, io invece servitù volontaria nei confronti del dolore. Non capivo perché non riuscivi a testimoniare la tua presenza nel mondo, perché ti piacesse parlare solo quando intorno a te non c&#8217;era nessuno. <strong>Cos&#8217;è una voce che non può essere ascoltata da nessuno?</strong> Tu credi davvero che esista un popoloso mondo invisibile?</p>
<p dir="ltr">Eri muta anche davanti a me. Muta nei sentimenti, nell&#8217;esprimere le tue volontà. Parlavi delle cose in maniera impersonale, ponendo davanti quel &#8220;<strong>si</strong>&#8221; che indica distanza insormontabile o dichiarazione irrevocabile di non adesione. Eppure, il mondo assilla con le sue richieste di adesione e di accettazione. Esistono davvero luoghi in cui la vita coincide con l&#8217;indifferenza?</p>
<p dir="ltr">È il tuo mutismo una protesta contro me e tutti gli altri? In cosa ti abbiamo stufato? Tu che hai scelto il <strong>silenzio-assenso</strong> e altre forme di astensione, cosa vuoi dirci? Ti prego, non lasciare che sia io a rispondere attraverso un <strong>soliloquio</strong> che non rende giustizia alle nostre riflessioni. Cosa vuol dire non sentirsi nel mondo?</p>
<p dir="ltr">Tutto cominciò da un non &#8220;<strong>t&#8217;amo più</strong>&#8221; e per provarmi quanto fosse vero, lo dicesti mentre eri nuda davanti a me. T&#8217;abbracciai e sentii il tuo corpo freddo. Con le mani mi avevi allontanato, con le mani avevi cercato di tapparmi gli occhi. Stavi provando vergogna. Mi voltai verso la serranda marrone della finestra e lasciai che ti vestissi, che andassi via non per sempre, ma solo per quel momento.</p>
<p dir="ltr">Lo chiamai &#8220;<strong>mutismo d&#8217;amore</strong>&#8220;, qualcosa che suonò nella mia mente come un&#8217;illusione che addolcisse il dolore. Nessuno è tornato invece, <strong>né ieri né oggi</strong>. Ora guardi da un balcone il passaggio delle persone, ti intriga il loro passo spaesato. Tu invece sei vigile, muta, indifferente; legata al tuo inesplicabile tormento. Eppure ti chiedo: non dire, anche quando qualcuno vuole accoglierti, non è peccato verso la <strong>Provvidenza</strong>?</p>
<p dir="ltr">O no, non attribuirmi sentenze religiose. Io non credo a quegli spiriti che l&#8217;uomo ha posto sopra di sé solo per convalidare la sua inferiorità e la sua irrequietezza. Io confido in quel <strong>Grande Architetto</strong> che ha dato a ciascuno di noi la possibilità di essere portatori di grazia, persino nella distruzione. Perciò io accetto che in un giorno si generi e che in un altro si distrugga. <strong>Ma dovrebbe prevalere l&#8217;amore. </strong>E se questo semplicemente non fosse stato per te amore?</p>
<p dir="ltr">Era una lettera: <strong>mutismo d&#8217;amore</strong>. L&#8217;hai mai letta? La lasciai nella cassetta della posta di casa tua, anche se quelli erano gli anni della rivoluzione tecnologica. Avrei potuto inviarti un lungo messaggio su <strong>WhatsApp</strong>, ma ho preferito la penna e la carta, la parola che trema, la cancellatura con cui si può chiedere scusa.</p>
<p dir="ltr">Seppur lontano e ormai disinteressato, ti vedo ancora servire volontariamente il dolore. <strong>Eppure, la vita ci chiamava.</strong></p>
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		<title>Un tovagliolo pieno di ciliegie</title>
		<link>https://www.borderliber.it/un-tovagliolo-pieno-di-ciliegie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 18:35:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Sud]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Un tovagliolo pieno di ciliegie&#8221; è un racconto di Saverio Di Giorno. In copertina una foto dell&#8217;autore  Uno dei viaggiatori ringraziando per le ciliegie le dice «io sono di Roma» e la donnina risponde con uno sguardo di meraviglia: «Roma, vedi il papa&#8230; che bella, l’ho vista in televisione» E poi sollevando le spalle: «Io [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Un tovagliolo pieno di ciliegie&#8221; è un racconto di Saverio Di Giorno. In copertina una foto dell&#8217;autore </strong></p>
<p>Uno dei viaggiatori ringraziando per le ciliegie le dice «io sono di Roma» e la donnina risponde con uno sguardo di meraviglia: «Roma, vedi il papa&#8230; che bella, l’ho vista in televisione» E poi sollevando le spalle: «Io sono di Catanzaro». Quasi a scusarsi di non poter contrapporre al papa e ai monumenti qualcosa di meglio. Lei alla Cappella Sistina contrappone un grappolo di ciliegie. Poi le spalle ricadono sotto il peso dei sensi di colpa dei calabresi.</p>
<p>Vale la pena raccontare di questo dialogo non tanto perchè una donna di Catanzaro è riuscita a offrire un tovagliolo di ciliegie a un cosentino, che &#8211; posso assicurare a chi legge fuori dalla Calabria &#8211; è già tanto. Non tanto perchè alla fine di questo incontro, è parso che Catanzaro (per un attimo solo!) fosse una sorta di luogo da vedere assolutamente. Quanto perchè questa donna, aggrappata in piedi su una carrozza di un treno, con un tovagliolo di ciliegie in mano, ha ridato dignità a tutti i meridionali del mondo.</p>
<p>Il treno nel quale avviene questo dialogo è esattamente il solito che ci si figura quando si dice treno in Calabria. Che non è mai solo un mezzo di trasporto, ma pure un sentimento: la nostalgia o il distacco; è un tempo: quello dell’attesa; è un colore: quello azzurro del mare sulla destra; è un misto di sensi: puzzo di sudore e piscio alternato a qualche cibo. È esattamente quel treno in ritardo. Quello colonizzato da buste di plastica e valigioni incastonati in ogni rientranza tenuti fermi con una gamba o un piede a formare una giungla di jeans e calzini. É esattamente quel treno nel quale l’aria condizionata è presente a carrozze alterne. Quelli che viaggiano da sud a nord popolati quasi principalmente da ragazzi che vanno nelle città universitarie e venditori ambulanti carichi di bustoni e biciclette. Il treno di questo incontro è esattamente questo.</p>
<p>In questo mosaico di cuffiette, buste, cappellini è incastonata una vecchina. Quasi non si vede, sprofondata nel suo posto, per quanto è minuta, ferma e silente. Una vecchina. E forse vale la pena spendere qualche riga in più su questa parola: vecchina. Il volto di questa donna, infatti, anche in questo caso, è esattamente l’immagine che ci si figura quando si dice vecchina. Si è detto appunto minuta, leggermente ricurva. La pelle chiara e raggrinzita che ormai si appoggia sulle braccia sottili come fosse un velo e si accartoccia sugli occhi quasi a nasconderli. Gli occhi emergono dal volto stropicciato dal tempo e non stanno mai fermi. Sorride. Ascolta e sorride, come fanno sempre le donne meridionali. Nei loro cantucci. Che guardano e sorridono complici ai nipoti. Come è scritto della madonna nei vangeli: che osserva. E perdona.</p>
<p>Quello che questa donnina si appresta a fare nel treno è un elenco di gesti. Una coreografia di movenze che escono naturali solo a quei corpi abituati a frequentare chiese, terre e cucine. Ancora una volta: esattamente quei gesti che ci si aspetta da una anziana meridionale. Un manuale antropologico che rivela un preciso codice di comportamento che sembra provenire da un altro mondo. Arcaico, lontano e fuori dal mondo in quella giungla di jeans e cuffiette. Quel mondo che la guarda sorridendo e le pare buffa e tenera. É l’ora del pranzo e dopo aver mangiato dentro un tovagliolo di carta una frittata, tira fuori un «cappello pieno di ciliegie». Si alza con la leggerezza di una ballerina, che sarebbe potuta volare a terra appena qualcuno avesse aperto un finestrino. Invece comincia a percorrere tutta la carrozza come fosse su una scarpata di vigna nelle quali queste vegliarde sono capaci di arrampicarsi anche il giorno prima di morire. Ci sono le «ciliegie da finire».</p>
<p>Prima regola. Il cibo si divide sempre, specie quello della terra, e quello certamente lo è. Sono ciliegie della sua terra, a Catanzaro, specifica e infatti sono grandi e rosse. Te le offre, aspetta che le mangi e che le dici che sono ottime. Soprattutto che noti che sono diverse dalle altre. Questa è la cosa più importante: il riconoscimento della diversità. E così questa vecchina resiste in piedi alle frenate e all’omologazione dei prodotti del mercato. Seconda regola: quelle ciliegie «sono da finire». Nel suo codice di comportamento l’avanzo, lo spreco non è contemplato. Una sola eccezione è consentita nel caso non ti piacciano. In quel caso avrai uno sguardo dispiaciuto e quasi le scuse. Ma questo non succederà mai perchè la trappola è fine, comincia con «Dai finiamole, così non le porto dietro che sono pesanti», allora le mangi anche più del dovuto fino a che non ti fermi, «Ma non ti piacciono? Perchè l’hai lasciata?», ma non daresti mai nessun dispiacere a una vecchina che si è alzata apposta per te e ti sta offrendo una mano di ciliegie.</p>
<p>Di colpo con questo scambio ci si ritrova piccoli, nelle tavolate con i nonni, le portate infinite e le corse nei piazzali. Ci si ritrova, si intende, per chi ha avuto la fortuna di crescere al sud. Quelle ciliegie sono la porta aperta su quel mondo e scopriamo appunto che è una nonna di Catanzaro che va a trovare i nipoti che studiano a Milano, forse per la laurea. Ma come ogni regola di ospitalità vuole, l’ospite deve ricambiare tanta gentilezza. E quindi i viaggiatori, ormai divenuti tutti nipoti temporanei di questa nonna, cominciano a raccontare le loro di storie. E lei risponde spalancando gli occhi e meravigliandosi. La meraviglia è una prerogativa del mondo arcaico che crede nelle superstizioni e nelle madonne piangenti. E che accetta di non spiegarsi tutto perchè talvolta il mondo va così, come dicono appunto queste nonnine. A quell’arrendevolezza oggi si è sostituita la superbia della tecnica, del poter tutto; il contrappasso è che per allontanare la rassegnazione, abbiamo accettato il baratro fallimento. Qualcuno le dice «io sono di Roma» e la donnina risponde con uno sguardo di meraviglia: «Roma vedi il papa&#8230; che bella, l’ho vista in televisione» E poi sollevando le spalle: «Io sono di Catanzaro». Quasi a scusarsi: lei può offrire solo le ciliegie ai monumenti di Roma. Poi le spalle ricadono e aggiunge una «a me mi piace pure Catanzaro» con tutta la tenerezza possibile, inconsapevole. Una tenerezza che arriva quasi violenta. «Voi che avete studiato&#8230; a voi&#8230; vi piace Catanzaro?» Perchè il suo giudizio non basta.</p>
<p>Quel sospetto di non essere mai abbastanza, mai sufficientemente all’altezza. Questa arrendevolezza aperta alla meraviglia. Quello sguardo capace di distruggere ogni tipo di orgoglio, ogni tipo di successo, ogni tipo di traguardo che si può raggiungere partendo con quel treno per studiare e lavorare. Quello sguardo non se ne va così facilmente. D’improvviso Catanzaro diventa la periferia di Roma. Lei può offrire ciliegie e Catanzaro e tanto basta a distruggere tutti i monumenti di Roma, tutte le lauree e le promozioni che richiedono partenze. Tutte le realizzazioni che richiede questo mondo si infrangono contro quella vecchina in piedi precaria su quella carrozza dondolante eppure immobile, ferma e dignitosissima. Che affonda in un altro mondo. Che valuta vittorie e sconfitte secondo altri parametri. A cui le nostre miserie sono sconosciute. Nel quale inchinarsi per raccogliere le ciliegie è il gesto più nobile, l’unico per poter stare poi dritti al mondo.</p>
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		<title>Gli anni: un apprendistato</title>
		<link>https://www.borderliber.it/gli-anni-apprendistato-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 11:23:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Diario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Gli anni: un apprendistato&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale «Fuggire da tutti gli affetti, abbandonare di punto in bianco ciò che ci ha illuso con una permanente serenità. Bisognerebbe avere questa forza per mettere sotto esame lo spirito, per ringraziare la vita, per allontanare la tranquillità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><strong>&#8220;Gli anni: un apprendistato&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p dir="ltr">«Fuggire da tutti gli affetti, abbandonare di punto in bianco ciò che ci ha illuso con una permanente serenità. Bisognerebbe avere questa forza per mettere sotto esame lo spirito, per ringraziare la vita, per allontanare la tranquillità della ripetizione. Cercare, cercare senza meta fin quando la morte non verrà a cancellare tutto».</p>
<p dir="ltr">Volle raccontarmi gli anni del suo apprendistato, quando la gioventù sembrava infinita e ogni giorno innescava il suo fervore. Era stanco, pallido, consumato, suo malgrado sapeva ancora parlare con autorità. Lo ascoltavo come se fosse un profeta, anche se mi appariva ubriaco, disfatto, ingrato verso la fortuna che lo aveva baciato un sacco di volte.</p>
<p dir="ltr">Erano per me gli anni di un silenzioso andirivieni romano, diviso tra il lavoro e lo studio. Volevo come lui assaporare di ogni giorno qualcosa che restasse immune dalla permanenza, che si rivelasse fulminea e perfetta. Ciascuno trova il &#8220;senso&#8221; in banali spiegazioni, io cercavo l&#8217;eccesso, come tutti coloro che disprezzano la morbidezza e la tranquillità.</p>
<p dir="ltr">«Non fidarti di chi ti dà la sicurezza, una parola che somigli a un &#8220;per sempre&#8221;. Non esistono queste cose e in quelle persone non c&#8217;è che menzogna. Chi dice che esistono e che vanno preservate, tradisce alla prima possibilità, va alla ricerca del tempo perduto. Chi resiste alle tentazioni muore di una convinzione che lo appassisce, pentendosene quando intorno non trova più nessuno».</p>
<p dir="ltr">Quel treno avrebbe portato lui a Torino e me nella <strong>Capitale</strong>. Vedevo scorrere gli alberi e le strade. Si amalgamavano delusioni e sogni, volontà e desideri. Avrei voluto in quegli anni seguirlo, farmi suo discepolo, comprendere cosa lo avesse spinto a fuggire da ogni affetto permanente. Magari esiste un morbo o una patologia psicologica che spinge a scomparire, a farsi prima ombra e poi fumo.</p>
<p dir="ltr">Sentivo di assomigliargli, eppure respingevo quella sua voce grossa e grassa, allevata da stecche e stecche di sigarette. Sembrava tanto <strong>Mangiafuoco di Pinocchio</strong>, mentre io mi sentivo <strong>Lucignolo</strong>, pronto a rompere con l&#8217;ordine costituito e con le autorità. Sognavo il ritorno di una accecante violenza, il totale disprezzo per una massa che prometteva di volere donare a ciascun individuo &#8220;la felicità&#8221;.</p>
<p dir="ltr">«Per troppo tempo sono stato vittima delle attenzioni di genitori che con il matrimonio avevano perso troppo sé stessi, tanto da trovare in me qualcosa di diverso. Sono stati gli anni in cui mi educavano con preghiere e doveri. Il mio dovere era obbedire, il mio diritto era quello di eseguire in silenzio. Era questo il bene? Sono fuggito quando decisi di seguire me stesso. Ogni fallimento è stato come una liberazione. Oggi non ho nulla, quindi ho tutto il tempo per trasformare le cose in qualcosa di non definitivo e di passeggero».</p>
<p dir="ltr">Il suo ricordo è rimasto su un foglio a quadretti, riposto in una cartellina accatastata con altre. <strong>23 luglio 2006</strong>, più che una data è stata un presagio che io ho fissato con accuratezza, come se il tempo avesse cominciato a scorrere da allora. A quell&#8217;appunto ho dato il titolo &#8220;<strong>La morte a Torino</strong>&#8220;.</p>
<p dir="ltr">«Morirò a Torino &#8211; disse &#8211; mi sembra una città perfetta per salutare il Mondo». Aveva dormito per anni sotto il cielo di tante città italiane. Non era un barbone, né un accattone, lui ha voluto sperimentare la strada, la precarietà. È stato un gioco. Non so se per lui, <strong>la morte è giunta a Torino</strong>. Tengo questo foglio con me, come ricordo di un maestro passeggero che, un giorno, in un treno mi ha fatto sentire meno solo.</p>
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		<title>Utopia: pace agli indifferenti e requiem per i morti</title>
		<link>https://www.borderliber.it/utopia-pace-agli-indifferenti-e-requiem-per-i-morti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 10:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Utopia: pace agli indifferenti e requiem per i morti&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore modificata con l&#8217;intelligenza artificiale Immagina il mondo dell&#8217;uomo bianco sovranista e suprematista. A lui vengono affidate quattro, cinque, pure sei donne in salute dalle quali pretenderà &#8220;la produzione di prole&#8221; nel nome di una rigenerante [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/utopia-pace-agli-indifferenti-e-requiem-per-i-morti/">Utopia: pace agli indifferenti e requiem per i morti</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Utopia: pace agli indifferenti e requiem per i morti&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore modificata con l&#8217;intelligenza artificiale </strong></p>
<p>Immagina il mondo dell&#8217;uomo bianco sovranista e suprematista. A lui vengono affidate quattro, cinque, pure sei donne in salute dalle quali pretenderà &#8220;<strong>la produzione di prole</strong>&#8221; nel nome di una rigenerante visione &#8220;<strong>sociale, nazionale ed etnica</strong>&#8220;. Verrà assegnato un salario regolato da una tariffa a cottimo, ne beneficeranno sia lui che le sue angeliche mogli, fedeli custodi del focolare.</p>
<p>Utopia o altro? No, necessità declamata per evitare il mescolamento, la trasmigrazione dell&#8217;impurità e la politica dell&#8217;uguaglianza. Me ne ha parlato di recente anche un professore che si incide il petto &#8211; <strong>per voto e per penitenza</strong> &#8211; e che vede in queste idee la seconda e definitiva venuta del <strong>Cristo Risorto</strong>. Il <strong>Nazareno</strong> generato, non creato, della stessa sostanza dei palestinesi.</p>
<p>Il caucasico odiatore di <strong>Allah</strong> e dei suoi seguaci, unisce le teorie genetiche con quelle religiose. Siamo come i piselli del divino <strong>Mendel</strong>, ma noi lo ignoriamo ancora. «Così come il sangue è conduttore di ossigeno, così lo è anche di idee, comportamenti, moralità e gusto etico». Lo dicevano anche tra il XIX e il XX secolo, ma in modo meno diretto. Ora invece possiamo abusare dei metodi democratici: «Esprimere il proprio dissenso versi i valori democratici, tanto da abolire questo sistema imperfetto, è permesso dalla democrazia».</p>
<p><strong>Utopia, la sua?</strong> No, è già realtà. Troppi negri, olivastri ed esseri color senape hanno invaso la candida Europa. Questo piano sostitutivo è spiegato con teorie del complotto certificate e oramai accolte dall&#8217;opinione pubblica. Ne parlano tutti, solo pochi oppositori ancora non ci credono. «Ma state tranquilli &#8211; <strong>mi dice il professore </strong>&#8211; quando prenderemo il potere vi faremo cambiare idea e se continuerete a contraddirci, vi faremo scomparire in mare come si è fatto in passato con i rifiuti tossici mandati alla deriva su alcune navi».</p>
<p>Ecco, ora il discorso si fa interessante perché riguarda anche quelli come me: caucasici malformati che non credono <strong>nell&#8217;utopia ariana</strong> rinata in questi decenni di contaminazione globalista. Ma il globalismo non è sinonimo di <strong>Neoliberismo</strong>?</p>
<p>Noi caucasici malfatti abbiamo la colpa di permettere agli omosessuali e ai bisessuali di chiedere diritti, di non opporci alle pratiche contronatura. «Sarà compito dello Stato &#8211; <strong>mi spiega il cattolicissimo professore</strong> &#8211; intervenire in caso di bambino portatore di handicap. Lo lasceremo vivere, sarà protetto, separato dai sani, inserito in classi scolastiche speciali, preparato per lavori poco difficoltosi. Noi tuteliamo la vita, sempre!».</p>
<p><strong>Utopia, la sua?</strong> Ma no. Caspita, non senti la televisione, non leggi i giornali? Il mondo è pieno di gente che dice queste cose. Ci sono politici che le ripetono ormai da anni e tante persone li seguono. <strong>E sai perché?</strong> Perché hanno preso tutto come uno spettacolo di cabaret. Credono davvero che quello sia un comico. Non sanno che ci sono pagliacci che speculano sulle loro paure. È il terrore che ride e che applaude.</p>
<p>«Pure Hegel &#8211; <strong>aggiunge il professore</strong> &#8211; diceva che per giungere alla libertà, in cui si risolvono &#8220;bene&#8221; e &#8220;male&#8221; in quanto contrari e contraddittori, bisogna passare per &#8220;il male necessario&#8221;. Grazie a questo, possiamo pure giustificare i campi di concentramento. E, infatti, ora gli israeliani sono diventati nazisti e ci stanno liberando dal morbo islamico-palestinese. Quindi, <strong>Hitler</strong> non era il male, bensì il profeta che un giorno la Storia riconoscerà».</p>
<p>Confuso, ma comunque voglioso di arrivare fino in fondo, chiedo al professore: «Ammettiamo che le vostre idee mi vadano bene, che io me ne freghi. Se doveste salire al potere, a quelli come me cosa accadrà?». Attesa. Il cattolicissimo piega il capo, mette le mani dietro la schiena, sorride all&#8217;asfalto. «Hai capito finalmente &#8211; <strong>dice continuando a fissare per terra</strong> &#8211; che paura dobbiamo avere noi. Avremo un Salvatore, qualcuno che farà il gioco sporco per noi. Saremo spettatori di un male necessario, dopodiché rinasceremo».</p>
<p><strong>Utopia, la sua?</strong> No, vorrei che fosse tutto falso, invece questo discorso è avvenuto e forse si autodistruggerà per la vergogna. Magari, un giorno finirà in qualche raccolta storiografica come prova dell&#8217;atmosfera malsana di questo tempo. «<strong>Pace agli uomini di buona volontà e requiem per i morti</strong>», conclude il professore prima di allontanarsi solitario verso la sua abitazione.</p>
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		<title>Lavoratori poveri: un racconto calabrese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 11:12:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Caritas]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoratori]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro povero]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Lavoratori poveri: un racconto calabrese&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore modificata con l&#8217;intelligenza artificiale Hai ancora voglia di incazzarti, nonostante il tuo apparato circolatorio non te lo permetta? Sei un lavoratore, uno di quelli che dalla mattina alla sera si spacca la schiena con la pioggia e con il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Lavoratori poveri: un racconto calabrese&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore modificata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p>Hai ancora voglia di incazzarti, nonostante il tuo apparato circolatorio non te lo permetta? Sei un lavoratore, uno di quelli che dalla mattina alla sera si spacca la schiena con la pioggia e con il solleone. Non esiste per te la stagione senza acciacchi, ma hai la speranza che morirai avendo fatto il tuo dovere. «Tanto, altro non sai fare e per altro non sei nato», diceva sempre tuo padre.</p>
<p>Hai appreso da notizie di stampa che siedi anche tu tra i &#8220;<strong>lavoratori poveri</strong>&#8221; pur avendo un contratto regolare, pur vedendoti versati i contributi per la pensione. <strong>Cacchio, che fregatura!</strong> La tua condizione è frutto di un insano gioco tra le parti &#8211; parti che stanno al di sopra di te e che di te se ne fottono &#8211; per cui sei un burattino sul quale speculare. Pensa, ogni mattina ti svegli stressato e nervoso, questo produce più cortisolo del dovuto, visto che ormai dormi anche male. Se tutto va bene, tra qualche anno ti procurerai un <strong>infarto fulminante</strong>, se sei sfigato ti prenderà un <strong>ictus invalidante</strong>.</p>
<p>Di lavoratori poveri è piena l&#8217;Italia. È colpa di tutti i <strong>Governi</strong>, anche di quelli che saranno eletti in futuro. Questa nuova classe di frustrati è più sviluppata in <strong>Calabria</strong>. Ecco un altro dato che apprendi leggendo stramaledette notizie sui social. Mentre evacui il meglio di te, fermentato durante la notte, apprendi che sono aumentati gli interventi della <strong>Caritas</strong> e che anche i lavoratori normo-stipendiati vi hanno fatto ricorso.</p>
<p>Tu proprio non ti immagini a mangiare pasta lavata, scatolame assortito, oppure a vestirti con roba di scarto uscita da armadi impolverati. Tu lavori; puoi consumare in base ad alcuni indici; puoi spendere qualcosa in più rispetto a chi è disoccupato. Insomma, dovrebbe essere normale. Invece, se ti fai due calcoli &#8211; sempre stando seduto sul cesso &#8211; ti viene da piangere e senti che qualcosa vibra più del dovuto nel petto. Tiri le somme e ti rendi conto che rinunci a troppe cose in favore di poche altre. E perché? Alla fine tutte le mattine vai a fare il tuo dovere, non a rubare.</p>
<p>È un discorso ovvio, elementare. Se ci metti la filosofia di mezzo, quel po&#8217; che sai del pensiero umano, comprendi che non sei neanche un &#8220;<strong>proletario</strong>&#8220;, visto che non hai prole, quindi figli, pertanto <strong>Capitale</strong> umano e affettivo su cui investire. Sei solo uno tra i tanti lavoratori poveri che dovrà tirare la cinghia finché morte non ci separerà dalla Terra. Al massimo potrai sposarti in tarda età e contribuire alla crescita di figli non tuoi.</p>
<p>Alla fine di tutto, ti ricordano pure che nella tua <strong>Calabria</strong> se nasci povero muori povero. In poche parole i dati evidenziano che il &#8220;<strong>riscatto sociale</strong>&#8221; non esiste, perché difficilmente riuscirai a studiare e a salire di livello. Al massimo andrai a morire di fame in un&#8217;altra regione. L&#8217;unica cosa che impari da subito è come ci si procura il pane. Figuriamoci, non è che il titolo di studio cambi qualcosa; <strong>tu conosci poveracci che vanno dalla quinta elementare alla laurea magistrale.</strong> Eppure, questo è normale. Magari con lo studio impari a leggere diversamente il Mondo, ma anche di questa consolazione te ne fai poco. Anzi, potrebbe succedere che ti ammali prima perché capisci troppo cose insieme.</p>
<p><strong>Eccesso di sapere = morte anticipata</strong>. Magnifico! Sii fiero di ciò che ti circonda, sei anche tu uno tra i tanti &#8220;<strong>lavoratori poveri</strong>&#8220;. Santa Ignoranza sussurra alle tue orecchie la possibilità di imbracciare i fucili.</p>
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