Lingue di Calabria, una Babele sociale

Lingue di Calabria, una Babele sociale

Articolo di Saverio Di Giorno

Lingua di scogli, lingua irsuta, lingua senza identità. Il calabrese. Quale calabrese? Quello greco, quello con inflessioni siciliane o con inflessioni lucane. Quello con la f aspirata nel catanzarese o con l morbida dei lupi di Cosenza.

La Calabria è l’unica regione che non ha un dialetto unico, i cui abitanti fanno fatica a riconoscersi nei suoni a due versanti diversi: a seconda che il Pollino bagni lo scuro Ionio o lo sterminato Tirreno. Calabria terra senza popolo e popolo senza lingua. Perché popolo senza lingua. Diversi popoli o forse popolo con più lingue. Biforcuta, dai suoni diversi. Capaci di sparlare in privato e leccare in pubblico. È forse in questa lingua multiforme che risiede il problema della Calabria: mai veramente unita. Insieme di comunità sole ed isolate. Insieme di solitudini. Vuoti vicini. Solitudini che cozzano e non si legano mai. Nessun moto di orgoglio, di rabbia potrà mai essere comunicato perché la mia fame ha un suono diverso da quella del crotonese e la sua rabbia ha lettere differenti dalla mia. Il padrone è lo stesso, ma nessuno lo sa. Perché la comunicazione è impossibile.

Come in una babele eterna. Quando Cristo è risorto lo Spirito Santo come lingue scese sugli apostoli dando la possibilità di parlare ed essere compresi in più lingue. E lui disse: “Andate e parlate”. E la Babele dell’antica punizione si ricompose. Ma Cristo qua non è mai arrivato. Cristo si è fermato ad Eboli. Fermato da autostrade distrutte, monti che franano e cattiverie diffuse. Nemmeno Cristo ci perdona. E mai sarà ricomposta la Babele di lingue calabresi. L’antica punizione ancora ci tocca. Ancora non basta il fiume di sangue che parte ogni anno dalla Calabria né quello versato dai caduti in questa terra. Terra arida che non viene irrigata dal sangue versato. Ancora non bastano questi sacrifici per espiare le colpe di questa terra. Colpe sempre nuove. Terra incomprensibile a sé stessa. Non una regione o una terra, ma un posto di ritrovo di esuli, di confinati. Terra di confine, terra di confino. Terra confinata: i monti si sono alzati al confine come muro di cinta e il mare non si è mai aperto per consentire agli abitanti di attraversarlo verso l’Africa. Nessuna liberazione ebraica dagli egiziani né da nessun altro padrone. E come in una prigione che raccoglie uomini da tutto il mondo che non si capiscono, stiamo. E come in una prigione nessuna solidarietà è possibile, solo tentativi di avvicinare i secondini o di assoggettare gli altri.

Lingua, dunque, sei tu la causa prima. Come una madre incapace di generare fratelli. Nessun calabrese uguale ad un altro. Come una madre che con lo stesso padre genera però solo figli unici. Lingua ‘mbruscinata, lingua che lascia le parole ‘ntri denti, lingua ‘ntroppicata, Madre snaturata che tiene una parte di figli per sé nel grembo: che fa nascere figli monchi: parole apostrofate in principio. Lingua di ‘ndrangheta, perché la ‘ndrangheta è la mamma. Come gli scogli che spezzano il mare fanno sbattere le onde, il calabrese è l’unica lingua che impedisce alla lingua di distendersi. Di comunicare. L’unico parlato che impedisce di parlare. Come una partoriente che non vuole far nascere. Ossimoro in sé. Che impedisce di chiedere aiuto quindi e di condannare pure. Di chiedere perdono.

Post correlati