“Attraversare i muri”. Marina Abramović e “l’atto estremo della creatività”

“Attraversare i muri”. Marina Abramović e “l’atto estremo della creatività”

Recensione di Antonio Maria Porretti

I muri segnano limiti, erigono barriere, circoscrivono e racchiudono uno spazio fisico, almeno quanto corporeo e mentale. L’essere umano può scegliere di accettarli e assoggettarsi a essi, edificando entro quei confini la propria vita, stabilendovi la misura e l’intensità delle sue azioni; nel porsi in relazione con l’altro.

Oppure, avviare una ricerca di continua espansione. Di scardinamento di qualunque logica e abbattimento di ogni razionalità. Di verificare di volta in volta quale potrebbe essere il prossimo punto d’arrivo e fin dove è consentito. Nel suo saggio dedicato a Balzac e alla sua “Comédie Humaine”, Curtius denomina questa categoria di persone, mutuandone l’espressione dal “Faust” di Goethe, “cercatori d’infinito”.

Nell’arte è stato così da sempre. L’atto creativo in sé impone l’attraversamento di un territorio. L’apertura di una breccia e di un passaggio che conduca oltre. Tutta l’estetica su cui si basa l’opera di Marina Abramović è riconducibile a questo principio. Nella sua autobiografia, ce ne parla come di una  forma di disciplina appresa già da quando era bambina. Figlia di due ex-partigiani nella Jugoslavia di Tito e allevata nel rigore di un autocontrollo ferreo, per re-esistere ha dovuto assuefarsi molto presto all’idea di confrontarsi con la forza e i mezzi di cui disponeva, lasciandoli  crescere insieme a lei. Una formazione che nel suo caso diventerà teorema artistico, trovando nella Performance il suo approdo più naturale. Un esercizio di volontà allo scopo di plasmarsi sotto il segno dell’estremo.

Mezze misure non ne ha mai contemplate né conosciute. “Lovers” e “Balkan Baroque” rappresentano due lavori emblematici della sua carriera, nonché della sua filosofia di vita, dando prova di una tenacia nella sperimentazione senza riserve e a qualunque costo. Nel primo caso con risvolti e conseguenze a livello personale estremamente dolorosi. Era il 1988, quando insieme all’artista olandese Ulay ( Frank Uwe Laysiepen) – suo compagno d’arte e di vita – la Abramović riuscì a intraprendere, dopo anni di lunga preparazione e gestazione, il cammino a piedi della Muraglia Cinese, partendo dalle estremità opposte. Lei dal golfo di Bohai, nel Mar Giallo, lui dal deserto di Gobi; sottoponendosi a ogni possibilità di rischio e disagio, nonostante il loro legame si fosse già deteriorato. Difatti la conclusione del viaggio, con l’incontro previsto a metà strada, coincise con la fine della loro storia. Di una tematica e un contenuto a più forte impatto sociale, quale detonatore di coscienze, è invece il secondo: uno degli atti di accusa più sconvolgenti contro le devastazioni e la follia della guerra, che le valse il Leone d’oro nel 1997. Per quattro giorni e sette ore al giorno, in un seminterrato della Biennale, in cima a un cumulo maleodorante di ossa di vacca, Marina Abramović rimase a pulirle dai residui di carne e cartilagini che vi erano ancora attaccati fino a che non tornassero bianche, in restituzione di una dignità che qualunque conflitto nega a chiunque.

A volerlo, anche questa sua autobiografia potrebbe essere considerata una performance, svolta e eseguita con le parole attraverso le quali l’artista incanala e lascia prendere corpo ai suoi ricordi. Da questo punto di vista, il libro presenta un documento umano pari a un sismografo che traccia in chi legge un andamento emotivo di elevatissimo livello. Le 411 pagine di testo corrono con un atletismo da podio. La visione che di lei ci viene offerta è quanto più completa e credo altrettanto onesta, o perlomeno coerente con il suo stile, votato appunto all’assoluto, sia nel vivere gioie che drammi.

Solo vivendo la pienezza dell’attimo, si può ripartire e inaugurare un nuovo ciclo. È un messaggio che lei ribadisce a più riprese, frutto di ritiri spirituali e di anni di pratica del Buddismo Tibetano di cui è seguace da tempo. Certo qua e là si avvertono – a mio parere – intonazioni e cadenze che virano un po’ all’agiografia. La materia di cui sono fatti i nostri ricordi è di estrema delicatezza, lo si sa, può succedere infatti di ricordare per come ci piace farlo; o vi riusciamo. Talvolta diventa una forma di tutela, per non dire di sopravvivenza. Ma tornando a queste inflessioni che mi è parso di cogliere nel testo, credo che sia un tratto riscontrabile in molti libri di genere autobiografico, a maggior ragione se chi parla e scrive, fa ancora parte di questo mondo.

Comunque, al di là di tutto, che si appartenga alla sua schiera di ammiratori o detrattori (il personaggio divide abbastanza, raccogliendo tanto entusiastici consensi quanto critiche feroci) la lettura di questo libro resta pur sempre un ottimo mezzo per conoscerla meglio.

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