Attimi

Racconto di Antonella Perrotta

Seduta su una panchina qualunque di un giardinetto qualunque di questo paese che nulla ha di diverso da qualsiasi altro, mi fisso a guardare la siepe di photinia che riveste il muretto di fronte, dietro lo scivolo di plastica rossa e verde, su cui una bambina si lascia andare a gridolini di gioia, e un gonfiabile sgonfio a forma di pagliaccio che ha, ormai, perso il sorriso.

È un sempreverde, la photinia. Si colora di rossi in autunno per poi cedere al verde intenso prima di germogliare in minuscoli fiori bianchi.

Vorrei essere sempreverde anch’io.

Vorrei riuscire a rigenerarmi, ad adattarmi alle stagioni, proprio come la photinia che sembra prendersi gioco di me e dei miei limiti. E, invece, le stagioni precedenti non riesco ad abbandonarle, stanno là, come cicatrici che si riaccendono ogni volta del colore del sangue. Mi tornano in mente tutti i “ci sarò sempre io al tuo fianco… Non sei sola… Se avrai bisogno potrai contare su di me…”

Parole d’istinto, pronunciate con leggerezza nella leggerezza di un momento, dissolte nel vento delle stagioni, nel trambusto della vita, travolte da nuove parole, nuove emozioni e nuovi sentimenti che accantonano i precedenti, ché non sempre è vero che il cuore non riesce dimenticare. Parole dal bel suono, quello che fa bene ad ascoltarlo e ad emetterlo, quello di cui ci si bea, ci si riempie il petto per, poi, passare oltre.

Mi ritrovo su questa panchina pensando alle parole che volevano essere una promessa, con la consapevolezza che non esistono promesse nella vita, che tutto è un oltre che procede oltre e si bagna con differenti acque. Eppure, la consapevolezza, che dovrebbe offrire ragionevole conforto, diventa un peso sotto al quale mi piego, sconfitta, ché, magari, ci avevo anche creduto al miracolo di una promessa, e una lacrima scende, mentre la bambina fa un altro giro sullo scivolo e il pagliaccio si affloscia ancora e la photinia non ha pietà della mia natura imperfetta e del mio cuore gonfio di tutto.

E voci, suoni, odori, volti, sguardi, labbra, mani, corpi mi passano in mente, vividi ma, al tempo stesso, così lontani da essere irraggiungibili ormai, mentre il telefono squilla e un’altra voce mi chiede: “Che fai? Mi raggiungi?” ed io rispondo di sì, un attimo, soltanto un attimo, ché ho bisogno di mettere ordine tra le voci, i suoni, gli odori, i volti, gli sguardi, le labbra, le mani, i corpi, le promesse. Un attimo ancora mi serve per adattarmi alla consapevolezza, per farmene una ragione, per convincermi che tutto è un attimo d’intensa leggerezza.

Vado, ora. Mi alzo da questa panchina, faccio forti le gambe, mentre il cuore sempre gonfio di tutto resta. Afferro la mia borsa, disordinata come me, e, nel disordine, riesco a trovare le chiavi dell’auto, le infilo in tasca, indosso gli occhiali scuri che dovrebbero proteggere i miei occhi annebbiati, rivolgo un ultimo sguardo alla bambina, allo scivolo, al gonfiabile sgonfio, alla photinia e a questo fottuto giardinetto qualunque e mi accingo ad ascoltare altre promesse che sanno della leggerezza di un momento. Poi, d’improvviso, scoppio a ridere, di una risata liberatoria che vuole mandare a fanculo l’umanità. Il cuore si sgonfia di tutto. Ma è solo un altro attimo.

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