Aprire il fuoco. Luciano Bianciardi e la rivoluzione perenne

Aprire il fuoco. Luciano Bianciardi e la rivoluzione perenne

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per L’Ottavo. Foto in copertina: “Aprire il fuoco” di Luciano Bianciardi, edito da Minimum Fax, 2022

Se ne sta in una stanza a pensare a quando dovrà riaprire il fuoco, eppure sa bene che quel momento non ci sarà; la rivoluzione è finita, anzi non è mai iniziata. È durata poco, cinque giorni, nonostante la sua preparazione abbia richiesto mesi. Per rovinarla è bastato poco, qualche compromesso, un po’ di benessere elargito alla meglio, un posto di lavoro sicuro, un posto al sole per i soliti noti, uno scranno per qualcuno.

Aprire il fuoco, ossia il resoconto di una resa. Il suo autore: l’anarchico Luciano Bianciardi, intellettuale respinto, resuscitato in tempi recenti, divinizzato come solo i salotti italiani sanno fare. Già in La vita agra, lo scrittore toscano metteva in guardia dai falsi miti del boom economico. L’Italia non era un Paradiso, ma la promessa di una nuova sciagura. Così è stato, e se lui fosse ancora in vita e qualcuno gli dicesse “sei stato profetico”, penso che il fuoco lo aprirebbe per davvero.

Questo romanzo è del 1969, lui muore nel 1971 di stenti e a causa di tanti vizi. Abbandonato da tutti per la troppa fedeltà dimostrata nei confronti delle sue idee, scrive questo libro in cui inserisce il suo amore per il Risorgimento italiano, altro periodo di grandi illusioni. Bianciardi fa un esperimento, immagina che le “Cinque giornate”, quelle del marzo 1848, si svolgano nel 1959. I personaggi sono sempre quelli, ce ne aggiunge altri a cui dà dei nomignoli simpatici, adatti al periodo storico. Cambia i luoghi, ad esempio ci sono riunioni anche davanti alle vetrine della Rinascente, di fronte ai balocchi del moderno consumismo. Insomma, Luciano fa qualcosa di davvero irregolare, scrive addirittura usando diversi dialetti, ma non come Gadda, bensì con quella voglia di recuperare il significato delle parole.

Il nemico da combattere, come nel 1848, sarà quel Radetzky tiranno e bisbetico. Nel mezzo ci infila anche Papa Giovanni XXIII, però in una veste inedita, quasi da sobillatore.

E perché fa questo gioco Bianciardi? Forse per dimostrare che la Storia è una ripetizione affascinante. Affascina infatti la sua capacità di non saper insegnare, di fermarsi allo stadio primario della narrazione, di trasformarsi in “epopea” da cui trarre simboli con i quali giocare, di diventare solo una reminiscenza. D’altronde poteva essere una rivoluzione quella Risorgimentale, ma alla fine è diventata una tirannia; così come poteva essere magnifica quella rivoluzione che ha fatto dell’Italia una Repubblica, invece è stato un altro fallimento.

Dice così Bianciardi verso la fine del libro “Cosa rovina la rivoluzione … credere che alla rivoluzione debbano necessariamente seguire nuove istituzioni di governo. Credere che la rivoluzione possa e debba dar luogo a un ordine nuovo, e così resistere. La rivoluzione, se vuol resistere, deve restare rivoluzione. Se diventa governo è già fallita. Se chiama i cittadini alle urne perché eleggano i loro capi, addio. Non è la prima volta che succede, nella storia del mondo, e neanche sarà l’ultima: dovunque la rivoluzione ha cessato di essere permanente, là è ritornata la tirannia.”

Un estratto chiaro e lampante da tenere a mente, ma forse è un’illusione anche la speranza che qualcuno se ne ricordi al momento giusto.

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