Amina Ohbdo. Prima parte

Racconto a cura di Loredana Serra

Mi chiamo Amina Ohbdo. Ho quasi trentaquattro anni. Abito in una piccola città della provincia milanese. Ho un lavoro per cui mi pagano e da quando ho cominciato a vivere, prima la mia non era una vita, tutto quello che vedo, sento e respiro mi sembra straordinario.

Sono nata in Africa in un villaggio. La mia famiglia contava mio padre, mia madre e undici tra fratelli e sorelle. Io sono la dodicesima e dopo aver avuto me mia madre è morta.

Questo mi ha classificata – appena nata – come porta-sfortuna.
Mio padre non ha perso tempo a piangere la sua morte; dopo pochi mesi dalla sua scomparsa ha chiesto al capo del villaggio di trovargli un’altra moglie. Così è stato. La mia matrigna Aleke aveva soltanto dodici anni quando venne ad abitare nella nostra casa. Casa è quella che ho adesso, con le porte, le finestre e le tende da attaccare per rendere più belle le stanze e i quadri ad illuminare le pareti.

Casa di allora era un ruvido, quadrato stanzone che comprendeva il letto per noi dodici più quello dei genitori. Per letto intendo una branda di legno con sopra coperte e stoffe. Da bambini si dormiva insieme, mamma e papà a lato su un’altra branda. Attaccata c’era la cucina, cioè un buco nel quale veniva fatto scaldare col fuoco il poco cibo che mangiavamo.

Aleke mi odiava, fortemente, perché non ero la sua vera figlia, perché avevo ucciso mia madre e perché doveva fare da serva a una serie di ragazzini il cui primo le era coetaneo. Mio fratello grande ogni tanto la picchiava e le dava ordini.

C’è una sorta di normalità nel prendere le botte. Chi le prende (a casa mia sono sempre le donne) sa che non può restituirle. Se sono date davanti ai figli, meglio, perché i maschi sapranno come comportarsi e le femmine continueranno a riceverle senza porsi domande. Ho ricordi vivissimi già a partire dai quattro-cinque anni. Aleke aveva iniziato a farsi aiutare a cucinare, o mi faceva badare ai suoi figli. Naturalmente sbagliavo ogni cosa e per ogni sbaglio erano botte.

Ho imparato che le botte prese rimangono come tagli sulla pelle; cicatrici indelebili, ma sempre sanguinolente. La mia prigione era l’aria che respiravo, le sbarre erano le persone più vecchie di me, le sentinelle il villaggio intero.

I miei fratelli più grandi erano già sistemati con mogli-bambine alle quali davano ordini anche più feroci che a me o ad Aleke. Le mie sorelle erano tutte già sposate o in procinto di farlo. Nel mio paese i contratti nuziali iniziano a partire dagli otto anni per le femmine e da dieci per i maschi.

Quando ho avuto l’età per essere scelta non mi voleva nessuno. Non capivo bene perché a mia sorella di due anni più piccola avessero già trovato una sistemazione e a me nessuna. Le altre ragazze mi dissero che era a causa del fatto che portavo sfortuna. Nessun uomo mi avrebbe voluta. Quando il mangiare, il bere e il dormire, l’intera esistenza dipendono da un uomo, la prospettiva che nessuno mi avrebbe scelto mi terrorizzava. Piangevo tutte le sere sperando in uno qualsiasi, giovane, vecchio anche malato bastava che mi portasse via da Aleke che ormai aveva preso a picchiarmi quasi ogni giorno. Il pane non era cotto bene, la legna che avevo portato non scaldava e via di questo passo.

Arrivata a undici anni era ormai chiaro che sarei rimasta per sempre con loro e questo gettava mio padre nel più completo sconforto. Mi davano cibo, acqua e il mio apporto nella famiglia era sempre troppo poco e sempre fatto male. Accettavo tutto questo perché era giusto. Non valevo nulla e sarei morta presto. Questo lo speravo ogni sera. Pregavo per non rivedere il giorno successivo.

La mia vita è iniziata quando una Organizzazione internazionale ha raggiunto il mio villaggio; dopo due anni di siccità assoluta il Governo aveva deciso di chiedere aiuto ad altri Paesi. Arrivarono i soccorsi umanitari. Francia e Olanda arrivarono per primi. Ora so come funzionano, ma all’epoca quei grossi camion con tutto il loro rumore mi spaventavano a morte.

Persone sconosciute portavano cibo dentro grossi sacchi bianchi. Nessuno di noi poteva avvicinarsi. Il capo del villaggio decideva tutto. Questo significava che se eri sotto la sua ala di simpatia avresti mangiato, altrimenti saresti morto di fame.

Mio padre era sempre andato d’accordo con lui. Arrivò a casa con due sacchi. Aleke voleva mandarne una parte alla sua famiglia – che era molto più povera di noi – ma mio padre rifiutò. A quel tempo un mio fratello doveva scegliere una seconda moglie e quel cibo gli avrebbe permesso di trovarne una benestante.

Naturalmente io non avevo nessun diritto di parola. Solo anni dopo, a forza di leggere libri, ho imparato cosa siano il rispetto e la dignità. La mia fortuna si chiama Gracie Magnit. Aveva all’epoca – sembra passato un secolo – venticinque anni e io ventidue. Io ero una segregata e lei una che voleva cambiare il mondo. Si avvicinò a me una mattina. Venne a darmi del pane quando si era accorta che nel distribuirlo a me non era toccato niente. Ci ero abituata, lei no.

Mi portò una fetta e me la diede con un sorriso. Quel sorriso è stato il sole, il vento che spazzava via anni di sofferenze e di maltrattamenti. Nessuno mi sorrideva mai. Non parlava nemmeno bene la nostra lingua, ma il viso e i suoi occhi esprimevano più di cento discorsi. Il capo-villaggio ci venne incontro, tolse a me la fetta di pane e colpì lei con un ramo d’albero che si portava sempre appresso. Toccava a lui dare le razioni. Gracie non era abituata a farsi picchiare come me o le altre donne.

Tolse il ramo dalle mani del capo – non so come – e gli sfilò la fetta di pane. Credo che in vita sua il capo non avesse mai visto una reazione del genere. Stette lì fermo. A guardarla. Di certo l’avrebbe voluta colpire ma c’erano tutti gli uomini dell’Organizzazione lì intorno. Non fece nulla. Io ero immobile. Troppa paura di afferrare la fetta, troppa fame per rifiutarla.

Il capo fece un cenno e io potei mangiarla. Divenni l’ombra di Gracie. La seguivo ovunque, cercando di imparare il più possibile da lei. Non restarono a lungo: il capo stabilì che le persone dell’Organizzazione dovevano andare via. I loro camion ci lasciarono tre mesi dopo che erano arrivati. Salutai Gracie sentendomi morire.

Post correlati

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: